Critica del sistema hegeliano Schoperhauer

5 A LES as 2017 2018 filosofia


Libro in adozione: Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, L'IDEALE E IL REALE, vol. terzo, Ed. Paravia, Pearson


Settembre 2017 UNITA' 1
e ottobre 2018



Schopenhauer
UNITA' 1





La morale nella filosofia di Schopenhauer e le neuroscienze di un secolo e mezzo dopo: 
Il concetto di empatia-compassione e i "neuroni specchio" scoperti nei primi anni del 1990 all'Università di Parma dal medico neuroscienziato Giacomo Rizzolatti





Esempio di empatia










Digressione
Una finestra sull'arte ... e sulla scienza, per una curiosità: perché le opere d'arte ci piacciono?





    
"La nascita di Venere", Botticelli, tempera su lino, 172x278, 1482, Uffizi Firenze














"Bronzi di Riace" h. 198, V sec. a.C., Museo Nazionale della Magna Grecia, Reggio Calabria.
Le due statue greche sono state rinvenute nei pressi di Riace in provincia di Reggio Calabria nel 1972  


Curiosità:
La teoria dell'empatia dimostrata con i neuroni specchio è stata applicata per comprendere non solo le emozioni degli altri e la partecipazione emotiva alle emozioni degli altri, ma anche per spiegare l'emozione di fronte alle opere d'arte: 

Nel nostro cervello esiste un’area chiamata insula, detta così per via della sua particolare forma a isola.
Quando quest’area si accende, i movimenti e le espressioni osservati negli altri si legano alle nostre emozioni e noi facciamo esperienza in prima persona di ciò che provano gli altri.
Quindi, nel caso delle opere d'arte un'ipotesi è che, quando un’opera ci cattura e ci commuove, ma il discorso vale anche di fronte alla bellezza di un bambino o di un fiore, entriamo in uno stato di empatia emotiva, che ci fa vivere le espressioni emozionali.
Nel 2007, Giacomo Rizzolatti, Emiliano Macaluso e Salvatore Giannella hanno mostrato proprio questo meccanismo:
Per catturare la sensazione che caratterizza l’esperienza estetica e per capire come il cervello risponde a essa, hanno mostrato, ad alcuni ragazzi volontari, delle immagini di sculture classiche e rinascimentali (i Bronzi di Riace, la Venere di Botticelli) e hanno contemporaneamente registrato l’attività del loro cervello nella risonanza magnetica funzionale. 
Hanno scelto di utilizzare le immagini classiche e rinascimentali perché la loro bellezza è legata ad alcuni parametri, quali le proporzioni, che fanno riferimento alla bellezza ideale, non corruttibile dal tempo o da sentimenti negativi. E hanno visto che questi parametri, se alterati, rendono le stesse opere meno belle. 
Confrontando l’attività del cervello quando i volontari osservavano le sculture belle, ossia quelle proporzionate, con altre meno belle appositamente modificate dai ricercatori, nelle proporzioni, hanno scoperto che, nel vedere le sculture belle, nel cervello si accendono, procurando una sensazione di piacere estetico, quelle aree dell’insula che si attivano quando viviamo gli stati emotivi degli altri.

Risonanza magnetica

Seconda digressione: i neuroni specchio e la scuola




Tutto questo che cosa c'entra con Schopenahuer?
Partendo dalla sua biografia, scopriamolo insieme, naturalmente per gradi ...





Schopenhauer

Vita
Da pag. 5 a pag. 6


              
Danzica, luogo di nascita di Schopenhauer; 
Casa di Schopenhauer oggi a Danzica; 
Tomba di Schopenhauer a Francoforte 



Foto del 1852, ritoccata a colori





Arthur Schopenhauer nasce a Danzica (Polonia) il 22 febbraio 1788.
Figlio di un ricco mercante e di una scrittrice, il suo nome, Arthur, è scelto dal padre perché la sua pronuncia, quasi uguale in francese e in inglese, è da lui ritenuta utile per l'attività commerciale internazionale alla quale desidera instradarlo.
Cinque anni dopo, la famiglia si trasferisce in Germania, ad Amburgo.
La sua infanzia e la sua giovinezza sono segnate da numerosi viaggi in tutta Europa. 
Nel 1797, a 9 anni, il padre lo conduce con sé in Francia per impartirgli una cultura il più cosmopolita possibile (dal greco di κόσμος cosmos, mondo, e πολίτης polites, cittadino); egli dirà: "Mio figlio deve leggere nel libro del mondo". 
Infatti imparerà il francese, il latino, la lingua greca, l'inglese e l'italiano.
I primi studi sono a carattere commerciale, per volere del padre, nonostante il suo desiderio sia quello di dedicarsi alle materie umanistiche.
Quando Arthur ha 17 anni, nel 1805, il padre muore, probabilmente per suicidio, forse per motivi economici o forse per motivi di natura sentimentale dovuti a dissapori con la moglie. Sua madre si trasferisce a Weimar, dove darà vita a un salotto letterario frequentato anche da Goethe. 
Schopenhauer si rifiuta di vivere con lei e prende un alloggio in affitto, abbandonando gli studi economici per dedicarsi completamente a quelli umanistici. 
Così ricorderà quell'esperienza: "A 17 anni ... fui colpito dalla miseria della vita ...; e la mia conclusione fu che questo mondo non poteva essere l'opera di un ente assolutamente buono ...".
A Gottinga studia filosofia. A Berlino si avvicina alle culture orientali, affascinato in particolare dalla cultura indiana.
A 25 anni, nel 1813, si laurea in filosofia in absentia, all'Università di Jenagrazie al testo dal titolo "Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente" che sua madre giudica sprezzantemente. Schopenhauer ne rimane profondamente offeso e rompe definitivamente i rapporti con lei. 
Frequenta gallerie d'arte e biblioteche; si dedica allo studio dei classici latini.
A 28 anni, nel 1816, pubblica "Sulla vista e sui colori", in difesa delle dottrine di Goethe, e comincia la stesura del testo "Il mondo come volontà e rappresentazione" che pubblica, a 30 anni, nel 1818: la critica è pessima. Non ottiene successo e le copie vanno tutte al macero. 
Dopo un riconoscimento da parte delle Accademie norvegese e danese, Schopenhauer chiede al suo editore di ristampare il libro, ma anche questa volta l'opera non ha successo e viene di nuovo mandata al macero.
Inizia a insegnare all'università di Berlino dove, contemporaneamente, insegna anche Hegel. Le sue lezioni vengono disertate dagli studenti che seguono le lezioni di Hegel. 
Nel 1836 pubblica "Sulla volontà nella natura", e nel 1841 "I due problemi fondamentali dell'etica".
Nel 1851, a 63 anni, pubblica "Parerga e paralipomena" (cose tralasciate), una raccolta di saggi in cui riprende tutti i temi del suo libro "Il mondo come volontà e rappresentazione" ma gli argomenti sono esposti in modo brillante. Ottiene un successo enorme tanto da creare intorno a sé un numero altissimo di seguaci, di pittori e di scultori che fanno a gara per ritrarlo. Il suo pensiero comincia a circolare per l'Europa.
Muore a Francoforte il 21 settembre del 1860 per una malattia polmonare, all'età di 72 anni.

 
       
Busto di Schopenhauer, Elisabet Ney, marmo, 1859
Schopenhauer e il suo ultimo cane, Butz (noto anche come Brahma o Atma), in un disegno di Wilhelm Busch
Schopenhauer, fotografia del 1859, ritoccata a colori



Carattere di Schopenhauer
Per la maggior parte della sua vita manifesta un profondo disagio nei confronti dei contatti umani, tale da procurargli la fama di misantropo (dal greco: μίσος, mísos, odio e ἄνθρωπος, ànthrōpos, uomo).
Di lui si racconta che un giorno, disturbato dalla conversazione di un’anziana ricamatrice che chiacchierava con un’amica fuori dalla porta del suo appartamento, si scaglia sulla poveretta gettandola dalle scale, e provocandole lesioni permanenti. La donna gli fa causa e ottiene una sentenza favorevole che costringe il filosofo a risarcirla con la somma di 15 talleri a trimestre, a titolo di vitalizio. Dopo vent'anni, la donna muore e Schopenhauer, con cinica soddisfazione, così annota sul suo registro contabile: "Obit anus, abit onus", ossia: "la vecchia muore, il debito cessa".
Ha una vita sentimentale molto travagliata: da adolescente, dopo tentativi di approcci sentimentali con qualche attrice, si dà alla frequentazione di postriboli. 
Nel 1818 intreccia una relazione con una domestica dalla quale ha un figlio che muore poco dopo la nascita. 
Per dieci anni, ha una relazione tormentata con una ballerina: Carolina Richter.
Il suo atteggiamento è negativo e critico verso tutte le donne, contro le quali non risparmia parole di disprezzo.
Vive una vita solitaria in compagnia del suo cane barboncino.
Si definisce, egli stesso, un "filosofo inattuale" tanto da solere ripetere: "Io penso e scrivo per i posteri, non per i miei contemporanei". 
Ma dopo il successo di "Parerga e paralipomena", diventa un filosofo mondano, cambiando atteggiamento perfino nei confronti delle donne. 
Per Schopenhauer non la Grecia, non Roma, non il Cristianesimo rappresentano la culla e l’età dell’oro dell’umanità e, quindi, dell’Europa, bensì l’India e il Buddhismo: egli è il primo e unico filosofo a inserire organicamente l’India in un poderoso sistema di pensiero, facendone il cardine della sua metafisica e della sua etica: "Buddha e io insegniamo nella sostanza la stessa cosa" scriverà due anni prima della morte, consapevole di imprimere, così, il proprio sigillo a un’opera destinata a permanere.







Il velo di Maya
Da pag. 9 a pag. 11
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione fatta da Kant tra "fenomeno" e "noumeno" ossia tra "la cosa così come appare" e "la cosa in sé".
Tuttavia, pur partendo da questa distinzione, Shopenhauer dà, al fenomeno, e al noumeno, significati diversi rispetto a quelli dati da Kant (e li chiama, rispettivamente, rappresentazione e volontà).
Per Schopenhauer il fenomeno è, sì, la realtà che vediamo e che tocchiamo, tuttavia si tratta di una realtà che si manifesta in modo illusorio, come se essa fosse ammantata da un velo, che egli chiama "velo di Maya", terminologia che mutua dalla cultura indiana e buddista. Il fenomeno, la realtà, dunque, è solo una parvenza, come un sogno: è una rappresentazione soggettiva.
Nella sua opera "Il mondo come volontà e rappresentazione" egli scrive:
(LEGGERE): "Il velo, di Maya, ingannatore, avvolge gli occhi dei mortali e fa vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista né che non esista (si ricordi anche Berkeley: "esse est percepi"). E la vita è una sorta di "incantesimo" che la rende simile agli stati onirici".

Il mondo fenomenico, seppure ammantato dal velo di Maya, è retto dalle forme dello spazio e del tempo che costituiscono il "principium individuationis", nel senso che ogni cosa esiste nello spazio e nel tempo. 
Alla forma dello spazio e del tempo, Schopenhauer aggiunge quella della causalità perché la causalità congiunge lo spazio col tempo.

(NB Memorizzare le 3 forme: spazio, tempo e causalità e fare alcuni esempi)





Leggere da pag. 28 a pag. 29 il testo "Dalla rappresentazione del mondo alla sua realtà" tratto da "Il mondo come volontà e rappresentazione" in cui Shopenahauer parla di oggetto e soggetto come due facce della stessa medaglia



Tutto è volontà (di vivere)
Da pag. 11 a pag. 12
Per Schopenhauer, mentre il fenomeno è rappresentazione di qualcosa che appare all'uomo ma non costituisce necessariamente la realtà, il noumeno è, per lui, la volontà, ovvero la capacità di individuare la verità nascosta dietro al fenomeno.
Ma spieghiamo meglio questo concetto:
Secondo Schopenhauer al mondo fenomenico appartiene anche il corpo come materia.
Dunque, noi ci vediamo come rappresentazione, dal di fuori, ma ci vediamo anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Ed è questa esperienza che permette all'uomo di squarciare il velo e di afferrare la cosa in sé, che è la volontà di vivere, che più sinteticamente spesso chiama solo col termine volontà. 
Tuttavia la volontà non è solo la radice noumenica dell'uomo, ma anche dell'universo
Infatti la volontà di vivere pervade ogni essere della natura.
Essa è un impulso, è un'energia che domina tutto il mondo.


Caratteri e manifestazioni della volontà di vivere
Da pag. 13 a pag. 15
La volontà di vivere non è "volontà cosciente", ma indica il concetto più generale di energia o impulso. Infatti essa appartiene anche alla materia inorganica, ad esempio nella forza dei metalli che si attraggono o si respingono, e ai vegetali, ad esempio nelle piante.
Essa è unica, nel senso che si sottrae allo spazio: "essa è in una quercia e in un milione di querce";
Essa è eterna, nel senso che si sottrae al tempo;
Essa è incausata: "Noi possiamo cercare la causa di questa o di quella manifestazione fenomenica della volontà, ma non della volontà in se stessa, esattamente come possiamo chiedere a un uomo perché voglia questo o quello, ma non perché voglia in generale". (Esempio, molto banale, che serve per una maggiore comprensione: Si può chiedere a un uomo: "Perché vuoi il gelato?" E si può rispondere "Perché fa caldo", ma non si può chiedere "Perché vuoi?").
Quindi essa non ha scopo: tutti gli esseri viventi vivono senza uno scopo, ma solo gli esseri umani sono consapevoli di ciò, ed è per questo che hanno introdotto l'idea di Dio, per dare un senso alla loro vita.




Leggere da pag. 30 a pag. 31 il brano "Il mondo come volontà", testo tratto da "Il mondo come volontà e rappresentazione" in cui Shopenahauer parla di volontà 




Il pessimismo
Da pag. 16 a pag. 19
La vita è dolore. Volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere.
Così scrive nel "Mondo come volontà e rappresentazione": "Per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti".
Il piacere è un miraggio con cui la volontà ci incatena alla vita. Esso è solo un'illusione; non è altro che una cessazione di un dolore; perché ci sia un piacere è necessario che ci sia una situazione precedente di dolore: ad esempio, il godimento del bere presuppone la sofferenza della sete.
La stessa cosa non vale per il dolore: un individuo può sperimentare una catena di dolori, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri.
Nel "Parerga e paralipomena" si legge: "Non c'è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose".
La volontà, quindi, si esprime attraverso continui desideri che non estinguono mai i bisogni, destinati a ripetersi all'infinito e a non essere mai pienamente appagati.
L'uomo è coinvolto in un'incessante fatica di Sisifo (Sisifo è un personaggio della mitologia greca).
L'uomo soffre per questa continua tensione, per questo perenne bisogno di aspirazioni e necessità, colmabili solo provvisoriamente. Il piacere che ne deriva è breve e non risolve la lotta per la sopravvivenza.
Quando, poi, la forza pungente del desidero si attenua, subentra la noia
La vita umana è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace e illusorio del piacere.
Il dolore investe ogni creatura, non soltanto l'uomo: il bimbo, il vecchio, l'animale, il fiore che appassisce.
Riprendendo l'Ecclesiaste, dirà: "chi aumenta il sapere, moltiplica il dolore", perché colui che ha maggiore consapevolezza è destinato a sentire la spinta della volontà in modo più accentuato: è questo il pessimismo cosmico: "il male non è solo nel mondo ma nel principio stesso da cui esso dipende".
Espressione del dolore universale non è solo l'anelito della volontà ma anche la lotta crudele di tutte le cose: dietro le meraviglie del creato si cela un insieme di esseri tormentati e angosciati che esistono solo a patto di divorarsi l'un l'altro: "ogni animale carnivoro è il sepolcro vivente di mille altri".
Un esempio di questa lotta è costituito dalla formica gigante dell'Australia che, quando si taglia a metà, morde, con la testa, la propria coda.
Anche l'amore è un'illusione perché, dietro le sue lusinghe e il suo incanto, c'è solo l'accoppiamento-procreazione. Schopehauer porta, come esempio, il caso limite della mantide religiosa che divora il maschio dopo l'unione sessuale.
Così Schopenhauer descrive l'amore: "non è nient'altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano, e una terza infelicità che si prepara".






Leggere a pag. 32 il brano "Il pessimismo cosmico", testo tratto da "Il mondo come volontà e rappresentazione" in cui Shopenahauer parla di pessimismo cosmico

 

Da pag. 19 a pag. 21
Secondo Schopenhauer un'altra "menzogna" è la tesi della bontà e della socievolezza dell'uomo, perché la regola dei rapporti umani è costituita dal conflitto e dal tentativo di sopraffazione reciproca: anche gli individui apparentemente più mansueti rivelano la loro natura di felini rabbiosi.
Così si legge nel "Parerga e paralipomena": "Vi è, dunque, nel cuore di ogni uomo, una belva che attende soltanto il momento propizio per scatenarsi e infuriare contro gli altri".
Solo chi ha la sensibilità di avvertire che i rapporti umani si costruiscono per lo più nell'orizzonte dell'ingiustizia, può sentire il desiderio interiore di seminare e curare quei "fiori dell'eccezione" che sono la giustizia e l'amore.
Schopenhauer ridimensiona la portata conoscitiva della storia: A furia di studiare gli uomini, gli storici finiscono per perdere di vista l'uomo, cadendo nell'illusione che, di epoca in epoca, gli uomini cambino. 
Egli scrive, riprendendo i passi dall'Ecclesiaste, "Non vi è nulla di nuovo sotto il sole", "Tutto è vanità", "la vita è una valle di lacrime".
Il destino dell'uomo presenta, nei suoi caratteri essenziali, (nascita, sofferenza e morte) dei tratti immutabili: c'è chi nasce, chi muore, chi si innamora, chi invecchia, chi viene glorificato, chi viene calpestato.
Pertanto, l'autentico compito della storia sarà offrire all'uomo la coscienza del sé e del proprio destino.




Le vie della liberazione dal dolore: l'arte, la morale (l'etica della pietà o compassione), l'ascesi
Da pag. 22 a pag. 26
Nonostante tutto, Schopenhauer rifiuta e condanna il suicidio perché suicidarsi significherebbe soltanto togliere alla volontà un corpo, che è solo una delle forme in cui la volontà si manifesta.
Bisogna colpire la volontà nella sua radice. Questo avviene attraverso 
l'arte
la morale 
e l'ascesi.

L'arte
L'arte non è imbrigliata nello spazio e nel tempo, nel senso che nell'arte "questo amore", "questa afflizione", "questa guerra" divengono "l'amore", "l'afflizione", "la guerra", ossia gli aspetti universali della realtà, le idee, i modelli eterni delle cose. "Mentre per l'uomo comune il patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada, per l'uomo geniale è il sole che rivela il mondo".
L'arte sottrae l'individuo alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani.
L'arte è catartica: grazie a essa l'uomo si pone al di sopra del fenomeno, e dunque al di sopra del rapporto spazio-temporale. Con l'arte si colgono le idee, i modelli al di fuori dello spazio e del tempo.
Tra le arti la tragedia costituisce l'autorappresentazione del dramma della vita.
Un posto a sé occupa la musica: essa è superiore a tutte le altre arti perché va al di là anche delle idee. La musica è indipendente sia dal fenomeno che dalle idee a tal punto che, paradossalmente, si potrebbe dire che essa esisterebbe anche se non esistesse il mondo.
L'arte costituisce, dunque, un "conforto alla vita".

La morale (o etica della pietà, o compassione)
Non basta sapere che la vita è dolore e che tutti soffrono: bisogna sentire. 
Per Schopenhauer la morale non nasce da un imperativo categorico dettato dalla ragione, come sosteneva Kant, ma da un sentimento di pietà e compassione nei confronti del prossimo.
Pertanto, non è la conoscenza a produrre la moralità ma la moralità a produrre la conoscenza. Come afferma Wagner nel "Parsifal": "attraverso la compassione conosciamo".
Il malvagio si crede separato dagli altri. Ogni malvagità è un disconoscimento dell'unità primordiale degli esseri, al contrario, ogni atto di pietà è il riconoscimento di essa.
La morale (o pietà, o compassione) consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri. Con essa si sente il dolore altrui come nostro (NB COLLEGARE IL DISCORSO ATTUALE con il discorso sui NEURONI SPECCHIO)

L'ascesi
La vera liberazione dal dolore si ha con l'ascesi.
Essa è l'esperienza attraverso la quale l'individuo sostituisce, alla volontà del vivere, la NON VOLONTA', al nostro essere il nulla. Un nulla, si badi bene, che, secondo quanto insegnano i testi e i maestri dell'Oriente, non è il niente, bensì un nulla relativo al mondo, cioè una negazione del mondo stesso:
E' l'esperienza attraverso la quale l'individuo si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere.
Il primo gradino dell'ascesi è costituito dalla castità, che libera dall'impulso alla generazione e, quindi, alla perpetrazione della specie.
La rinuncia ai piaceri, l'umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l'automacerazione sono le altre manifestazioni dell'ascetismo.

LEGGERE DA PAG. 33 A PAG. 34 "La liberazione dal dolore, l'ascesi", tratto da "Il mondo come volontà e rappresentazione"



Scrittura creativa
"L'opera d'arte che ha cambiato la mia vita" 

OPPURE
ELABORARE un testo, di max 10 righe, in classe, sulla frase di Schopenhauer sulla compassione: "con essa si sente il dolore altrui come nostro ...".

LETTURA, COMPRENSIONE E RIFLESSIONE

Schopenhauer: vivere è soffrire


Il brano che segue è tratto dall’ultima opera di Schopenhauer, Parerga e paralipomena (1851). In esso il filosofo motiva la propria concezione della realtà e universalità del male e del dolore, opponendosi a ogni forma di ottimismo e alla «maggior parte dei sistemi metafisici».


149 Come il ruscello scorre piano senza vortici fino a che non incontra ostacoli, così è una conseguenza della natura umana ed animale che essa non avverta e non senta chiaramente ciò che si accorda con la volontà. Perché noi avvertiamo qualche cosa, questo deve in qualche modo opporsi a noi, urtare il nostro volere. Tutto ciò che si contrappone alla nostra volontà e vi resiste, tutto ciò che è sgradito e doloroso noi lo sentiamo infatti immediatamente, subito e ben chiaramente. Come noi non sentiamo la salute del nostro corpo intiero, ma ben avvertiamo il piccolo punto dove la scarpa ci fa male, così il nostro pensiero non avverte l’insieme delle nostre condizioni che vanno prosperamente, per arrestarsi su qualche miseria insignificante che ci affligge. – Su questo si fonda il carattere negativo, da me così spesso rilevato, della felicità e del piacere in opposizione al carattere positivo del dolore.

Io non conosco pertanto nessun assurdo maggiore di quello della maggior parte dei sistemi metafisici che dichiarano il male essere qualcosa di negativo, mentre è precisamente l’elemento positivo, il vero e proprio oggetto del sentire. [...]

Per contro il bene, e cioè ogni piacere ed ogni soddisfazione, è l’elemento negativo, la soppressione di un desiderio, la cessazione di un dolore

Con questo concorda anche il fatto che noi di regola troviamo i piaceri al di sotto, i dolori al di sopra della nostra aspettazione.

Chi voglia sommariamente esaminare la verità dell’affermazione che nel mondo il piacere supera o quanto meno controbilancia il dolore, paragoni ciò che sente un animale che ne mangia un altro con ciò che sente quello che è mangiato.


150 […] La storia ci dice la vita dei popoli e non sa raccontarci che guerre e rivolte: gli anni di pace appaiono solo come brevi pause, come intermezzi che ricorrono di tanto in tanto. E così la vita di ogni individuo è una continua lotta, e non solo lotta metafisica col bisogno o con la noia, ma anche lotta reale con gli altri individui. Egli trova ad ogni passo il suo avversario, vive in una continua guerra e muore con le armi alla mano.


(A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, II, 149-150, trad. it. di P. Martinetti,

in Morale e religione, a cura di G. Riconda, Mursia, Milano 1981, pp. 181-182)



Scrittura creativa

"Il tuo sassolino nella scarpa"

Scrittura creativa

"Riflessioni sul paragrafo 150: […] La storia ci dice la vita dei popoli e non sa raccontarci che guerre e rivolte: gli anni di pace appaiono solo come brevi pause, come intermezzi che ricorrono di tanto in tanto. E così la vita di ogni individuo è una continua lotta, e non solo lotta metafisica col bisogno o con la noia, ma anche lotta reale con gli altri individui. Egli trova ad ogni passo il suo avversario, vive in una continua guerra e muore con le armi alla mano.

 




Kierkegaard
UNITA' 1

a approfondire:
SEDUZIONE
vedi etimologia


Nasce in Danimarca, a Copenaghen, il 5 maggio 1813 da una famiglia dalle convinzioni religiose molto rigide. 
Si iscrive a teologia, si laurea dopo 10 anni, ma non intraprende la carriera di pastore.
Vive a Copenaghen grazie a un ingente capitale lasciatogli dal padre.
Vive in un'atmosfera di pessimismo e di sensi di colpa: manda a monte un fidanzamento, si cruccia eccessivamente per un attacco giornalistico contro di lui (si tratta di un giornale satirico: "Il Corsaro"); è convinto che sulla sua famiglia gravi il castigo di Dio a causa di una qualche colpa grave commessa all'interno della sua stessa famiglia. 
Pubblica i suoi libri con pseudonimi diversi, come a voler impedire ogni riferimento alla propria persona deducibile dal contenuto.
Nell'"Aut Aut", del 1843, di cui fa parte anche il "Diario di un seduttore", accusa la filosofia di troppa astrazione: la accusa di aver dimenticato di indagare sull'esistenza dell'uomo, sulla sua interiorità, sul singolo esistente.
Per Kierkegaard non esiste una sintesi di opposti, come voleva Hegel, ma solo alternative: le alternative, ossia le possibilità, si pongono di fronte all'uomo che è libero di scegliere.
Ma è proprio questa possibilità di scelta che dà origine, nell'uomo, all'angoscia.
L'individuo è pieno di angoscia proprio perché gli si presentano infinite possibilità: "possibilità che sì" e "possibilità che non". Quindi Kierkegaard mette in luce il carattere negativo delle possibilità.
Secondo Kierkegard è impossibile scegliere in maniera definitiva tra diverse alternative.
Egli chiama "punto zero" l'indecisione permanente.
Secondo Kierkegaard non esiste una verità oggettiva ma solo una "verità per me".

Kierkegaard sostiene che la possibilità di scelta consiste in 3 alternative. L'uomo può scegliere tra:
- Vita estetica (in "Aut aut");
- Vita etica (in "Aut aut");
- Vita religiosa.

Simbolo della vita estetica è il "don Giovanni", il seduttore, di cui parla nel "Diario di un seduttore".
L'esteta è colui che vive solo nel momento. In questo tipo di vita l'uomo non compie scelte.
L'esteta è colui che vive poeticamente. E' colui che considera la vita concreta come il frutto dell'immaginazione poetica, costruendo un mondo luminoso che bandisce tutto ciò che è banale e insignificante.
L'esteta vive in uno stato di permanente ebbrezza intellettuale, bandendo la ripetizione che è tipica della quotidianità di una vita regolare.
La vita estetica, alla fine, però, conduce alla disperazione.
Kierkegard analizza il don Giovanni di Mozart e spiega che il numero altissimo delle sue relazioni amorose è dovuto proprio all'insoddisfazione e alla disperazione.

Ma, lasciandosi andare alla disperazione, l'uomo può raggiungere la vita etica.
La vita etica è rappresentata dal matrimonio dove l'uomo non vive solo il momento: è il trionfo sulla passione. E' lo stadio della serenità.
Chi vive eticamente ha dei compiti: la persona etica vive del proprio lavoro.
Si tratta di una scelta che l'uomo fa di se stesso.
Lo stadio etico è il momento in cui l'uomo, scegliendo di scegliere, ossia assumendo su di sé la responsabilità della proprio libertà, si impegna in un compito al quale rimane fedele.
Si fonda sulla continuità della scelta ripetuta.
L'individuo si sottopone a un modello universale di comportamento che implica, al posto del desiderio dell'eccezionalità, la scelta della normalità.

La vita religiosa è rappresentata da un paradosso, è rappresentata da Abramo che deve sacrificare il figlio in modo assurdo, (non per una causa, come ad esempio gli eroi greci).
Ma il paradosso è solo di tipo razionale perché in realtà l'individuo deve avere fede così come l'aveva avuta Abramo perché la salvezza è nella dipendenza da Dio.

Continuare a leggere l'unità 1:
La vita religiosa da pag 44 a pag 47;
Disperazione e fede da pag. 48 a pag. 50.



 






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