Dallo spirito all'uomo MARX

5 A LES as 2017 2018 filosofia

Libro in adozione: Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, L'IDEALE E IL REALE, vol. terzo, Ed. Paravia, Pearson


Ottobre 2017 UNITA' 2
e novembre 2018
UdA di Dipartimento: "LAVORO: ALIENAZIONE E MERCATO" 
 
CONOSCENZE: Il lavoro come alienazione e mercato: Marx. E il lavoro come creatività.  
 
ABILITA’: Utilizzare specifica terminologia filosofica. Operare confronti tra modelli teorici differenti. Contestualizzare storicamente gli approcci teorici.


karl Marx
UNITA' 2



Una finestra sull'arte ...


L'idea della lotta e Giuseppe Pellizza da Volpedo

"Il Quarto Stato", Giuseppe Pellizza da Volpedo, olio su tela, 293X545, 1901, Museo del Novecento, Milano







Marx




Vita
Da pag. 74 a pag. 76
Marx nasce a Treviri in Germania nel 1818 da un'agiata famiglia ebraica convertita al protestantesimo. Il padre è avvocato.
Dapprima si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, successivamente si trasferisce da giurisprudenza a filosofia.
Si laurea in filosofia a Jena con una tesi dal titolo "Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro" (per Democrito gli atomi si differenziavano per forma, ordine e posizione, per Epicuro per forma, grandezza e peso. Per Democrito gli atomi avevano un moto proprio in uno spazio vuoto, per Epicuro gli atomi si muovevano con moto rettilineo e uniforme. Epicuro introduce il "clinamen" ecc...).
Dopo aver tentato, inutilmente, la carriera accademica, si dedica al giornalismo politico, diventando caporedattore della "Gazzetta renana". 
Ma il giornale viene censurato e chiuso, proibito dal governo; Marx, così, nel 1843, è costretto a trasferirsi a Parigi dove conosce Engels che gli sarà amico per tutta la vita e che lo aiuterà, anche economicamente, nei periodi in cui verserà in miseria.
A causa delle sue vedute, sarà costretto a migrare continuamente: da Parigi, città dalla quale verrà espulso, a Bruxelles (sarà espulso anche da qui) e successivamente a Londra, dove lavorerà al British Museum, vivendo in condizioni economiche molto critiche.
Nel 1843 scrive la "Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico" (pubblicata nel 1927).
Nel 1845 scrive, insieme a Engels, "La Sacra famiglia".
Nel 1847 pubblica "La miseria della filosofia".
Nel 1847 si tiene, a Londra, il primo congresso della "Lega dei comunisti" al quale Marx non può partecipare.
L'anno dopo, nel 1848, la Lega dei comunisti gli commissiona un documento programmatico che Marx redige insieme a Engels, dal titolo: "Manifesto del partito comunista".
Nel 1861 fonda "L'Associazione internazionale dei lavoratori".
Nel 1866 scrive la sua opera maggiore, "Il Capitale", che viene pubblicato l'anno dopo, mentre il secondo e il terzo volume saranno pubblicati postumi, grazie al lavoro di Engels che riorganizzerà i suoi manoscritti.
Marx scrive: "I filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo". Con questa frase egli intende dire che ciò che conta è l'azione, in particolare l'azione rivoluzionaria (che chiama "praxis").
Secondo Marx i tratti della civiltà moderna sono l'individualismo e l'atomismo, nel senso che il singolo è separato, è escluso dalla società. E lo Stato, riconoscendo i diritti di proprietà privata, favorisce l'individualismo. Dunque, la struttura dello Stato non favorisce la socialità. 
Marx ritiene che l'unico modo per superare questa asocialità è l'eliminazione delle disuguaglianze tra gli uomini, in particolare l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Sarà compito del proletariato, perché privo di ogni proprietà, realizzare la "democrazia comunista", attraverso la rivoluzione. 
Muore nel 1883 a Londra, a 65 anni, due anni dopo la morte della moglie Jenny von Estphalen, che amava profondamente.











Da pag. 81 a pag. 83
La critica all'economia borghese. L'alienazione.
Il pensiero di Marx si sviluppa nell'ambito della sinistra hegeliana.
(Alla fine degli anni Trenta - Hegel era morto nel 1831 - si riscontra uno svilupppo del pensiero teologico-religioso che crea due opposte correnti: una Destra hegeliana, costituita dai cosiddetti "vecchi hegeliani", e una Sinistra hegeliana, i cosiddetti "giovani hegeliani". La Destra sostiene possibile l'accordo tra la filosofia e la fede cristiana; la Sinistra assume una posizione di polemica nei confronti del cristianesimo e di qualsiasi religione rivelata).
Nella "Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico" di Marx, Marx intende capovolgere la filosofia idealistica di Hegel che dà un'immagine rovesciata della realtà - come in una camera oscura o nella retina dell'occhio. 
Occorre, per usare un'espressione di Marx, "rimetterla con i piedi all'ingiù e la testa all'insù muovendo dalla terra al cielo" nel senso che non si può spiegare il mondo con una formula metafisica: la dialettica storica non è rappresentata dallo spirito, come voleva Hegel, ma dalla struttura economica e dalle classi sociali (si veda a pag. 91): 
il limite della filosofia di Hegel sta, secondo Marx, nell'aver considerato il lavoro solo in senso positivo, ossia come un processo dello spirito verso il sapere, senza coglierne gli aspetti negativi, cioè senza aver colto l'alienazione dell'uomo nel lavoro. 
Marx approfondisce lo studio del concetto di alienazione:
Egli interpreta l'alienazione come condizione patologica di SCISSIONE, di dipendenza e di autoestraniazione dell'operaio salariato nella società capitalistica.
L'alienazione è descritta da Marx sotto quattro aspetti:
1) L'operaio è alienato, cioè è scisso, rispetto al prodotto: egli produce un oggetto che non gli appartiene;
2) L'operaio è alienato rispetto all'attività che svolge: l'attività è un lavoro "forzato" nel quale, per di più, egli diventa strumento per fini a lui estranei;
3) L'operaio è alienato rispetto alla propria essenza: l'essenza del lavoratore dovrebbe essere quella di libertà e creatività;
4) L'operaio è alienato rispetto al prossimo, intendendo per prossimo colui che egli sente come prossimo, ossia il capitalista, che lo tratta come mezzo; di conseguenza, si sente alienato nei confronti dell'intera umanità.    
Secondo Marx la causa dell'alienazione risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Pertanto, la dis-alienazione dell'uomo si identifica con il superamento del regime della proprietà privata e con l'avvento del comunismo.











Leggere ATTENTAMENTE da pag. 111 a pag. 112 il brano dal titolo "L'alienazione", tratto dai "Manoscritti economico-filosofici"
Prima di leggere a pag 111, leggere l'analisi del testo sotto riportata


Analisi del testo:
Marx considera l'alienazione come un fatto puramente economico, che riguarda la produzione e il lavoro. 
Il primo modo di presentarsi dell'alienazione è l'estraniazione rispetto all'oggetto prodotto dal lavoro, sentito come ostile perché non appartiene all'operaio ed è causa del suo sfruttamento. Mentre per Hegel nel lavoro l'uomo forma la natura, trasferisce in essa la sua intelligenza e se ne appropria, per Marx l'oggettivazione non è appropriazione, ma smarrimento dell'uomo nelle cose che gli si manifestano come estranee e nemiche.
Il senso di estraneità che l'operaio prova nei confronti dell'oggetto del suo lavoro deriva dal fatto che, diversamente dall'artigiano pre-capitalista, egli non sente "sua" la cosa prodotta, non vede mai l'esito delle proprie fatiche, dal momento che produce qualcosa di inconsistente, ossia il capitale, destinato, per di più, ad altri, che si trasforma in una potenza estranea da cui l'operaio si trova a dipendere.  In tal senso il lavoro salariato è disumanizzato, privo di quella CREATIVITA' che caratterizza invece l'artigianato.

La disumanizzazione del lavoro, per Marx, ha 2 aspetti: 1) a causa della meccanizzazione, il lavoro dell'operaio è coatto, penoso, degradante; 2) Il lavoro è ridotto a "merce", cioè a strumento di profitto (di pochi). Tutto ciò ha come conseguenza il fatto che il lavoro, da fine, diventa mezzo per espletare quelle che Marx chiama le "funzioni bestiali": l'operaio, paradossalmente, è autenticamente uomo non tanto nello svolgimento della sua attività lavorativa, ma nella sua vita animale (nutrizione e riproduzione).



APPROFONDIMENTO SUI PROBLEMI LEGATI AL LAVORO OGGI

Stress, mobbing, burnout

Il tempo che ciascun individuo, OGGI, dedica al lavoro, durante la giornata, è tantissimo pertanto è necessario che il lavoratore stia bene, e non solo per sé ma anche per il datore di lavoro e l'intera organizzazione lavorativa.
Fino agli anni Ottanta il "benessere lavorativo" si identificava con l'assenza dei fattori di rischio; oggi, invece, con questa espressione si intende la buona salute sia fisica che psichica dell'individuo lavoratore, pertanto si pone attenzione a una serie di elementi, quali ad esempio i rapporti con i colleghi, il clima psicologico, le condizioni ambientali, la divisione dei compiti, l'organizzazione del lavoro ecc..., affinché tale benessere venga raggiunto e mantenuto nel tempo.
Tutto ciò che tende a diminuire il benessere psicologico del lavoratore è indicato come "rischi psicosociali".
Di seguito se ne indicano alcuni:

- Stress;
- Mobbing;
- Burnout.


Stress: il termine stress non ha origine nella disciplina psicologica ma in quella ingegneristica: indica gli effetti dei materiali metallici sottoposti a forze eccessive.
Lo stress, come condizione psichica, è un disagio derivante dall'opposizione tra esigenze personali e richieste provenienti dall'ambiente lavorativo. Oppure derivante dall'incapacità del lavoratore di rispondere adeguatamente a ciò che gli viene richiesto. Oppure derivante da richieste eccessive. Ecc...
Si manifesta con disturbi del sonno, ansia, alterazioni di umore, insoddisfazione ecc...

Compito per gli studenti: fare ulteriori esempi di stress approfondendo l'argomento











Mobbing: è un insieme di comportamenti aggressivi e violenti (fisici o psicologici), che scaturiscono da un'elevata conflittualità, attuati da uno o più individui nei confronti di un soggetto.
La vittima non è in grado di reagire in modo adeguato e manifesta malessere sia fisico che psicologico.

Compito per gli studenti: fare esempi di mobbing approfondendo l'argomento







Burnout: è una sindrome che deriva da un eccessivo carico di lavoro nelle cosiddette  "professioni di aiuto" (medici, infermieri, vigili del fuoco, psicologi ecc...). 

Compito per gli studenti: fare esempi di "burnout" approfondendo l'argomento

                                   

 


Poiché il lavoro  occupa la maggior parte del tempo di un individuo, si è resa necessaria la nascita di una branca della psicologia che possa studiare le attività lavorative in generale, il significato del lavoro, i gruppi di lavoro, le dinamiche che si sviluppano all'interno dei gruppi di lavoro, l'efficienza del singolo lavoratore e dell'insieme dei lavoratori e, più in generale, il benessere del lavoratore: essa è la "Psicologia del Lavoro".


Diventare lavoratori: il significato del lavoro OGGI

Entrare nel mondo del lavoro significa, oltre all'indipendenza dai genitori, modificare i propri ritmi di vita e assumersi responsabilità che andranno mantenute nel tempo.
Alcune ricerche hanno individuato una serie di valori specifici lavorativi (i valori specifici si distinguono dai valori generali perché si riferiscono a un solo ambito della vita), studiando l'atteggiamento verso il lavoro e definendo, di conseguenza, 5 orientamenti diversi, e 6 tipi di lavoratori.

I 5 orientamenti sono:
- Orientamento materialistico: i valori sono il guadagno, l'avanzamento di carriera, il prestigio, l'autorità. E' una concezione pratica del lavoro;
- Orientamento al sé: i valori sono l'espressione delle proprie abilità e delle proprie capacità creative, lo sviluppo personale; 
- Orientamento agli altri: i valori sono l'altruismo, le relazioni sociali, l'attenzione alle condizioni ambientali;
- Orientamento all'indipendenza: i valori sono l'autonomia, la varietà, lo sviluppo professionale;
- Orientamento alla sfida: il valore principale è il rischio.



Compito a casa: sviluppare il tema sul "senso di appartenenza" nell'ex stabilimento "Brioni" a Penne e negli stabilimenti "Ferrari" a Maranello (con PowerPoint o breve filmato)
  
Una finestra sull'arte ...


                                          
"Archeologi", Giorgio De Chirico (1888-1978), olio su tela, 1968





TORNIAMO A MARX

Da pag. 84 a pag. 85
La religione
Rompendo con l'antropologia tradizionale che parlava dell'uomo come un'essenza atemporale, fornita di proprietà immutabili, Marx sostiene che l'individuo è reso tale dalla società storica in cui vive: non esiste l'uomo in astratto
Pertanto, anche le cause della religione non vanno cercate nell'uomo in quanto tale, ma in una determinata tipologia storica di società.
Marx elabora la nota teoria della religione come "oppio dei popoli", secondo la quale la religione è il prodotto di una umanità sofferente a causa delle ingiustizie sociali, che cerca nell'aldilà, illusoriamente, ciò che le è negato nell'aldiquà. 
Quindi non è Dio che crea l'uomo ma l'uomo che "proietta" (crea) Dio, in base ai suoi bisogni.
L'unico modo per eliminare la religione è la trasformazione della società, attraverso la rivoluzione: se la religione è il frutto malato di una società malata, l'unico modo per annientarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono.
Quindi Marx considera l'uomo come prassi: la soluzione dei problemi non va cercata nella speculazione filosofica ma nell'azione.
Egli scrive: "i filosofi hanno solo interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo". 


Da pag. 85 a pa. 87
Durante l'esilio a Bruxelles, nel 1845, Marx scrive, in collaborazione con Engels e con Moses Hess, "L'ideologia tedesca", rimasto inedito fino al 1932.
Nel testo è chiarito il significato di "ideologia": essa è la rappresentazione in base alla quale alla comprensione oggettiva dei rapporti tra gli uomini si sostituisce un'immagine deformata e falsa di essi.
Ma che cos'è l'umanità? Si chiede Marx.
L'umanità è una specie evoluta, rispetto agli animali.
Questa specie ha cominciato a distinguersi dagli animali allorché ha cominciato a produrre da sé i mezzi di sussistenza, con il lavoro.
Il lavoro, dunque, è ciò attraverso cui l'uomo si rende tale, emergendo dall'animalità primitiva.


                  



Da pag. 87 a pag. 89
Struttura e sovrastruttura
Le forze produttive (ossia gli uomini che lavorano, i macchinari o la terra di produzione e le conoscenze tecniche per la produzione) e i rapporti di produzione (ossia i rapporti che si instaurano tra gli uomini durante la produzione, che regolano l'impiego dei mezzi di lavoro e che regolano la ripartizione di ciò che viene prodotto) formano, insieme, la struttura, ovvero lo scheletro della società.
Col termine di sovrastruttura, invece, Marx indica tutte le produzioni intellettuali, ossia i rapporti giuridici, le forme dello Stato, le dottrine etiche, artistiche, religiose e filosofiche. 
In realtà, il rapporto tra struttura e sovrastruttura di Marx è stato oggetto di molteplici e discordanti interpretazioni. I maggiori interpreti: Antonio Labriola e Luciano Gruppi.
 

 





Solo leggere: 
Pag. 91.   Pag. 93.   Pagg. 95 e 96.   Pagg. 96 e 97
Solo punti salienti su:   
A) Epoche caratterizzate da forme di produzione differenti; 
B) Il Manifesto del partito comunista;
C) Il Capitale;
D) Merce, lavoro e plusvalore

Nel Manifesto del partito comunista scritto nel 1848, Marx divide la storia umana in quattro epoche, caratterizzate da forme di produzione differenti:
1) La patriarcale;
2) L'epoca della schiavitù;
3) La feudale;
4) La capitalistica.
Nel passaggio dall'una all'altra di queste forme, mentre aumenta continuamente la produzione della ricchezza, si restringe invece la sfera della distribuzione, cioè diminuisce il numero di coloro che usufruiscono di beni prodotti.

Dalla proprietà al capitale
Contenuto dell'opera "Il Capitale":
La divisione, tra i proprietari dei mezzi di produzione e i lavoratori, è destinata ad accrescersi continuamente.
La proprietà, nella moderna società borghese, è caratterizzata dal capitale.
Nell'esaminare il processo storico della sua formazione, Marx conclude dicendo che esso è un illecito accaparramento a danno dei lavoratori, un vero e proprio furto fatto al lavoratore. 
Il valore reale di un prodotto, infatti, secondo Marx è determinato dalla quantità di lavoro che esso richiede.
Il lavoratore avrebbe diritto a ricevere una retribuzione pari al valore della merce che egli produce. In realtà una parte del suo lavoro gli viene alienata.
Così, se ad esempio l'oggetto prodotto dall'operaio ha il valore corrispondente a dieci ore di lavoro, il salario che gli viene corrisposto è equivalente al lavoro di sei ore.
"La differenza tra lavoro e salario rappresenta il profitto dell'imprenditore, che è definito da Marx plusvalore".
Il capitale, quindi, è il "frutto del lavoro altrui non pagato".
Il plusvalore permette di concentrare gli strumenti di produzione in una piccola minoranza che sfrutta l'immensa maggioranza dei lavoratori, e quindi l'accumulazione del capitale.
Dai miei appunti liceali: Il concetto di plusvalore non era una novità tuttavia, inserito nel contesto della concezione marxista, esso appare come un "fulmine a ciel sereno". Infatti Marx non si limita a parlarne e a definirlo (il lavoratore nella prima parte della settimana  produce tanto per reintegrare il salario pagato dal capitalista, e nei giorni successivi ciò che produce va solo a vantaggio del datore di lavoro) ma propone un cambiamento di questa situazione attraverso la rivoluzione
Con il lavoro così concepito il lavoratore è alienato perché produce solo per conservare a malapena la sua esistenza fisica.
E dunque la rivoluzione deve essere attuata solo dal proletariato: infatti, se la borghesia aveva lottato contro il mondo feudale, contro i privilegi dei feudatari, è pur vero che poi si è determinata come nuova classe privilegiata attraverso lo sfruttamento di altre classi (proletariato).  



Leggere "Il plusvalore", tratto da "Il Capitale", da pag. 117 a pag. 118

Approfondimento su valore d'uso e valore di scambio
Pagg 96 e 97
Quando Marx parla di merce e di valore, fa una distinzione tra "valore d'uso" e "valore di scambio" di una merce:
Una merce deve possedere un "valore d'uso" (utilità), in quanto deve poter servire a qualcosa, è il "servire a qualcosa", ossia essere utile, perché nessuno acquista qualcosa che non soddisfi determinati suoi bisogni, sia che tali bisogni "provengano dallo stomaco, sia che provengano dalla fantasia".
In secondo luogo una merce, per essere veramente tale, deve possedere un "valore di scambio" che le garantisca la possibilità di essere scambiata con altre merci.
Ma in che cosa risiede il valore di scambio di una merce? Esso dipende dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre la merce in questione: più lavoro è necessario per produrla più essa vale.
Marx analizza anche altri fattori che determinano il prezzo di una merce, (ad esempio la scarsità o l'abbondanza di una merce).
La convinzione che alla radice della merce e dei prezzi ci sia il lavoro porta Marx a contestare il cosiddetto feticismo delle merci che consiste nel considerare le merci come entità aventi valore di per sé, dimenticando che esse sono invece il frutto dell'attività umana e di determinati rapporti sociali.



La rivoluzione e la dittatura del proletariato e le fasi della futura società comunista
Da pag. 102 a pag. 106
Violenta o pacifica che sia, la rivoluzione proletaria deve mirare all'abbattimento dello Stato borghese e alle sue forme istituzionali fino ad arrivare a quella che Marx definisce "dittatura del proletariato", ossia la dittatura di una maggioranza di ex oppressi su una minoranza di ex oppressori, destinata a scomparire. 
Nei "Manoscritti", Marx usa il termine comunismo per indicare un "sistema basato su forme comunitarie di produzione e di consumo" e su un trattamento egualitario di tutti i cittadini.
Marx distingue tra un "comunismo rozzo" in cui la proprietà anziché venire totalmente soppressa viene trasformata in "proprietà di tutti", e gli uomini sono tutti ridotti a operai, e un "comunismo autentico" che si realizza in due fasi: nella prima fase la ridistribuzione dei beni avviene in base al lavoro prestato, senza tener conto delle differenze individuali e dei diversi bisogni (non tiene conto che uno potrebbe essere superiore a un altro moralmente o fisicamente, oppure può lavorare un tempo più lungo), nella seconda fase la realizzazione di una superiore uguaglianza avviene tenendo conto dei bisogni e non solo della capacità, ossia secondo il criterio "a ognuno secondo i suoi bisogni". 

Leggere "Il crollo del capitalismo", tratto da "Il Capitale", da pag. 118 a pag. 119

ESERCITAZIONI (tratte da Pearson)

L’estetica marxista

Intersezioni
Filosofia ed estetica

La teoria marxiana, in quanto analisi globale della società e della storia, ha costituito l’orizzonte ideale e il fondamento teorico-metodologico per le ricerche di intere generazioni di intellettuali. Alla “scuola” di Marx, nel corso del Novecento, si sono formati artisti e critici d’arte, storici e sociologi, pedagogisti e filosofi, economisti e politici; ciascuno di essi, nel contesto della vasta riflessione marxiana, ha approfondito gli aspetti più congeniali al suo campo specifico e li ha sviluppati in direzioni più o meno originali o “ortodosse”, dando vita a un dibattito che ancora oggi è vitale e interessante. Qui vogliamo soffermarci, in particolare, su uno specifico ambito di riflessione: quello dell’estetica marxista. Marx ed Engels considerano l’arte un elemento della sovrastruttura sociale; essa, nelle sue espressioni storicamente determinate, è sempre condizionata dalla struttura, quindi può rivelarne i caratteri e contribuire alla comprensione di una data società, cogliendone le tensioni profonde. Tra le varie manifestazioni artistiche, tuttavia, Marx ed Engels ritengono che ve ne sia una, in particolare, più adeguata a rappresentare le dinamiche tra forze produttive e rapporti di produzione: si tratta della poetica del realismo. Il loro interesse va infatti a quei grandi autori di ogni tempo che, attraverso le loro storie e i loro personaggi, hanno saputo rappresentare magistralmente le tensioni e le spinte propulsive della propria epoca. Sono stati realisti, in questo senso, Eschilo, Aristofane, Dante, Cervantes, Shakespeare; nell’Ottocento – il secolo dell’affermazione del capitalismo – lo sono i grandi romanzieri russi, in particolare Tolstoj, e, tra i francesi, soprattutto Balzac.
Di seguito presentiamo alcuni brani relativi all'estetica marxista. Al termine di ciascuno proponiamo alcune domande-guida, allo scopo di tracciare una sorta di pista di riflessione sull'argomento. 

1. Il primo brano proposto è un “classico” di Engels, tratto da una sua lettera alla scrittrice Margaret Harkness, nella quale il filosofo argomenta la tesi della grandezza di Balzac come maestro insuperato di realismo. 

Cara Miss Harkness,
La ringrazio molto dell’invio, per tramite dei signori Vizetelly, del suo City Girl [La ragazza di città]. L’ho letto con il più vivo godimento e la maggior avidità. […]
Sono molto lontano dal vedere un errore nel fatto che Lei non abbia scritto un romanzo schiettamente socialista, un romanzo di tendenza, come noi tedeschi lo chiamiamo per rendere onore alle idee sociali e politiche dell’autore. Non è assolutamente questo il mio parere. Quanto più nascoste rimangono le opinioni dell’autore e tanto meglio è per l’opera d’arte. Il realismo di cui parlo io può manifestarsi anche a dispetto delle idee dell’autore. Mi permetta un esempio: Balzac, che io ritengo un maestro del realismo di gran lunga maggiore di tutti gli Zola del passato, del presente e dell’avvenire, ci dà nella Comédie humaine un’eccellente storia realistica della società francese, perché, sotto forma di una cronaca, egli descrive quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la spinta sempre crescente della borghesia in ascesa contro la società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita ed era tornata a inalberare, nei limiti delle sue possibilità, il vessillo della vieille politesse française [la vecchia educazione francese]. Egli descrive come gli ultimi avanzi di questa società, per lui esemplare, andavano a poco a poco soggiacendo all'assalto del ricco e volgare villan rifatto o venivano da lui corrotti; come la grande dame, la cui infedeltà coniugale era solamente un mezzo di affermarsi perfettamente adeguato al modo con cui si disponeva di lei per il matrimonio, faceva posto alla signora della borghesia che si prendeva un marito per amore della cassaforte o del guardaroba; e intorno a questo quadro centrale raggruppa una storia completa della società francese della quale io, perfino nelle particolarità economiche (ad esempio la ridistribuzione della proprietà reale e personale dopo la Rivoluzione francese) ho imparato più che da tutti gli storici, gli economisti, gli statistici di professione di questo periodo messi insieme. Certo Balzac fu un legittimista politicamente; la sua grande opera è una continua elegia sull'inevitabile rovina della buona società; tutte le sue simpatie sono per la classe condannata a tramontare. Ma, nonostante ciò, la sua satira non è mai stata così pungente, la sua ironia non è mai stata così amara come quando fa entrare in azione proprio gli uomini e le donne con cui profondamente simpatizza, e cioè i nobili. E i soli uomini dei quali egli parla sempre con franca ammirazione sono i suoi più recisi avversari, gli eroi repubblicani del Cloître-Saint-Merry , gli uomini che a quell'epoca (dal 1830 al 1836) erano i veri rappresentanti delle masse popolari. Che quindi Balzac sia stato costretto ad agire contro le simpatie di classe e i pregiudizi politici a lui propri, che abbia visto la necessità del tramonto dei suoi diletti nobili e li descriva come uomini che non meritavano alcuna sorte migliore; e che abbia visto i veri uomini dell’avvenire dove a quell'epoca, solamente, era dato trovarli: tutto questo io lo considero come uno dei maggiori trionfi del realismo e come uno dei tratti più grandiosi del vecchio Balzac.
(F. Engels a M. Harkness, aprile 1888, trad. it. di G. De Caria, in K. Marx - F. Engels, Scritti sull’arte, a cura di C. Salinari, Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 159-162)
NOTE
1. La via Cloître-Saint-Merry di Parigi fu il teatro dell’insurrezione scoppiata il 5-6 giugno 1832, nel corso dei funerali del generale Lamarque.

Rispondi alle seguenti domande:
perché Engels considera il romanzo realista superiore al «romanzo di tendenza»?
quale rapporto c’è tra la rappresentazione realistica e le idee politiche dell’autore?
che cosa ha “saputo vedere” Balzac della società francese rappresentata nei suoi romanzi?
in che cosa consiste, in definitiva, il realismo? 


2. Il secondo brano riporta alcune posizioni dell’ungherese György Lukács (1885-1971), importante filosofo del Novecento e notevole esponente della critica letteraria marxista. 

La filosofia marxistica della storia analizza l’uomo “totale”, la storia della sua evoluzione, le parziali realizzazioni, rispettivamente lo spezzettamento della sua totalità nelle varie epoche, e s’industria di individuare le occulte leggi di questi fenomeni; lo scopo dell’umanesimo proletario è di ristabilire nella vita stessa l’uomo “totale”, l’uomo completo, di far cessare nella realtà pratica la deformazione e la frantumazione dell’esistenza umana, causate dalla società classistica. Sono queste le prospettive teoriche e pratiche che determinano quei criteri, in base ai quali l’estetica marxistica risale ai classici e in pari tempo scopre nuovi classici in mezzo alle polemiche letterarie del presente. I Greci, Dante, Shakespeare, Goethe, Balzac, Tolstoj sono tutti ugualmente espressioni adeguate alle singole grandi tappe dell’evoluzione umana, e guide e modelli nella lotta ideologica per la formazione dell’uomo “totale”.
Questi punti di vista ci permettono di comprendere l’evoluzione culturale e letteraria del secolo XIX. […]. Traducendo in termini di estetica pura il contrasto, definito dal punto di vista filosofico-storico, tra Balzac e il romanzo francese della metà e dello scorcio del secolo, giungiamo al contrasto tra realismo e naturalismo. […]. Realismo significa riconoscimento del fatto che la creazione non si fonda su un’astratta “media”, come crede il naturalismo, né su un principio individuale che dissolve se stesso e svanisce nel nulla, su un’espressione esasperata di ciò che è unico e irripetibile. La categoria centrale, il criterio fondamentale della concezione letteraria realistica è il tipo, ossia quella particolare sintesi che, tanto nel campo dei caratteri, che in quello delle situazioni, unisce organicamente il generico e l’individuale. Il tipo diventa tipo non per il suo carattere medio, e nemmeno soltanto per il suo carattere individuale, per quanto anche approfondito, bensì per il fatto che in esso confluiscono e si fondono tutti i momenti determinanti, umanamente e socialmente essenziali, d’un periodo storico; per il fatto che esso presenta questi momenti nel loro massimo sviluppo, nella piena realizzazione delle loro possibilità immanenti […]. 
Il problema estetico centrale del realismo è l’adeguata riproduzione artistica dell’“uomo totale”. Ma come in ogni profonda filosofia dell’arte, il punto di vista estetico, coerentemente pensato fino in fondo, porta al superamento dell’estetica pura: il principio artistico, proprio nella sua più profonda purezza, è saturo di momenti sociali, morali, umanistici. Le esigenze della creazione realistica si oppongono tanto a quelle correnti, in cui prende un rilievo eccessivo il lato fisiologico dell’esistenza umana e dell’amore (come in Zola e nella sua scuola), quanto a quelle che sublimano l’uomo in processi puramente psichici. […] Lo psicologismo […] contrapponeva all’eccesso del naturalismo un eccesso opposto, non meno errato. La vita psichica, l’intimità dell’uomo non illumina, infatti, le linee essenziali dei conflitti essenziali, se non è concepita in un’organica fusione coi momenti storici e sociali. Avulsa da questi, abbandonata del tutto a se stessa e alla propria dialettica immanente, essa costituisce un aspetto non meno astratto, un’espressione non meno svisata e deformata dell’“uomo totale”, di quella che ci offre il fisiologismo naturalistico. 
G. Lukács, Saggi sul realismo, trad. it. di M. e A. Brelich, Einaudi, Torino 1950, 
pp. 14-18 passim

Suddividi il brano in tre sequenze, corrispondenti ai tre capoversi, e chiarisci le questioni di seguito proposte:

sequenza 1
– quali sono le prospettive teoriche e pratiche a fondamento dell’estetica marxista?
– perché, di conseguenza, l’estetica marxista risale ai classici e scopre nuovi classici?

sequenza 2
– il “tipo” è la categoria centrale del realismo. Di che cosa esso rappresenta la sintesi? Quali elementi si fondono nel “tipo”?
– in che cosa consiste, dunque, il contrasto tra realismo e naturalismo?

sequenza 3
– Lukács afferma che il problema estetico centrale del realismo è l’adeguata riproduzione artistica dell’uomo totale. Perché, dunque, psicologismo e naturalismo non soddisfano tale principio? 


3. Il terzo brano è del critico italiano di formazione marxista Carlo Salinari (1919-1977), il quale solleva alcune obiezioni alle tesi espresse da Lukács.

L’arte realistica […] è quella che, quando una classe ha stabilito la sua egemonia e ha reso ufficiale (universale ed eterno) un proprio modo di giudicare la realtà, di concepire i rapporti sociali, di valutare gli stessi comportamenti individuali, rompe la cortina di ufficialità, mette a raffronto la falsa ed edulcorata rappresentazione del reale, fornita dalla classe dominante, con i dati della situazione concreta, demistifica i cosiddetti valori universali, mostra cioè la realtà nel suo volto più autentico e ne individua tutti gli aspetti e tutte le contraddizioni. È naturale che una simile arte risulti congeniale alle forze che in quella stessa società si battono per rovesciare la situazione esistente e stabilire un ordine nuovo. Ed è naturale che sui grandi scrittori dell’Ottocento si formasse il gusto di Marx ed Engels e che in quegli scrittori essi vedessero la manifestazione artistica più vicina alla lotta rivoluzionaria che andavano conducendo. […]. Non aver tenuto conto dei limiti storici del gusto di lettori di Marx ed Engels e della stessa definizione di realismo che essi ci danno […] ha portato il maggiore critico marxista vivente, György Lukács, ad alcuni gravi errori: a fare del tipico […] una categoria universale del realismo; a considerare, di conseguenza, la grande narrativa realistica dell’Ottocento come un modello e come il punto più elevato raggiunto dal romanzo moderno; a giudicare, infine, la letteratura posteriore come una deviazione, in senso naturalistico o intimistico, da quel modello, come una letteratura di decadenza. E invece non sarebbe stato difficile accorgersi, in una diversa angolazione della ricerca, che nelle condizioni storiche sviluppatesi dopo il ’48 e soprattutto nel periodo dell’imperialismo la letteratura non poteva che essere atipica e non per questo (in certi casi, s’intende) cessare di essere realistica, cessare, cioè, di assolvere a quella funzione di rappresentazione non deformata della realtà e di demistificazione dei valori “ufficiali” di cui abbiamo parlato. Gli stessi classici del marxismo, nell’analisi che compiono della condizione dell’uomo nella società capitalistica, sottolineando l’alienazione del lavoro, il dominio delle cose sugli uomini, il denaro divenuto misura di tutti i valori, la trasformazione degli intellettuali in burocrati della classe dominante e così via, già pongono le premesse per comprendere gli aspetti patologici che si affermeranno nel periodo dello sviluppo estremo del capitalismo, nel periodo dell’imperialismo. Patologici, abbiamo detto, e quindi non tipici: tuttavia rappresentati in modo autentico, assai spesso, dall’arte del nostro secolo, che definiamo, per intenderci, decadente senza però attribuire a questo termine il significato deteriore di un’arte di decadenza. […]. La coscienza della crisi, la solitudine e la disperazione dell’uomo moderno diventano i grandi temi con cui artisti di ogni nazione e alcuni movimenti di avanguardia si rendono consapevoli dell’alienazione della società contemporanea e ne denunziano l’assurdità e la crudeltà. È […] la stessa fuga dalla realtà che caratterizza tanti scrittori del nostro secolo, da una parte conduce al rifugio nel patologico o nell’eccezionale, ma dall’altra ha portato a una nuova consapevolezza della mortificante prosa quotidiana di una civiltà i cui valori sono fondati sul successo. È per questo che la nozione di realismo, oggi, nelle condizioni in cui siamo chiamati ad operare, né può rifarsi ai modelli del grande romanzo ottocentesco né può avere come sua categoria il tipico, ma deve articolarsi in forme nuove e originali [...].
(C. Salinari, “Introduzione”, in K. Marx - F. Engels, Scritti sull’arte, cit., pp. 15-19 passim)

a. Rispondi alle domande seguenti:
– perché, secondo Salinari, è naturale che il gusto di Marx ed Engels si formasse sui grandi scrittori dell’Ottocento?
– che cosa ha sottovalutato Lukács, secondo il critico? 
– quali sono stati i gravi errori di Lukács?
– in che senso la letteratura di fine Ottocento/inizio Novecento (e in generale, l’arte “decadente”) è da considerarsi realistica e al tempo stesso atipica? 
– perché, secondo Salinari, le basi per comprendere le espressioni dell’arte decadente sono fornite dagli stessi classici del marxismo?
– quali sono i grandi temi attraverso i quali gli artisti decadenti denunciano l’alienazione della società contemporanea? 
– che cosa conclude il critico, riguardo al realismo e alla categoria del “tipico”?

b. In forma di trattazione sintetica (max 25 righe), individua le continuità e le discontinuità tra le posizioni degli autori dei tre brani riguardo a: 
– ciò che va inteso per “realismo” (Engels, Lukács, Salinari)
– la categoria del “tipico” (Lukács, Salinari) 
– il contrasto tra: realismo e naturalismo, realismo e psicologismo (Lukács, Salinari).


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