SENSO E SIGNIFICATO
Sotto viene riportato parzialmente, il contenuto dei seguenti link:
Nel 1892 Frege approfondisce il discorso su "significato (o denotazione o riferimento) e senso":
Secondo Frege occorre spostare l'attenzione dal rapporto "soggetto-predicato" (che indica un "fatto") a quello di "argomento-funzione". Ma per far questo occorre distinguere, all'interno dei segni linguistici, il "significato" dal "senso", ad esempio:
Se prendiamo le due frasi:
"La stella (Venere) del mattino" e
"La stella (Venere) della sera"
ciò che viene designato con lo stesso segno, cioè la "stella (Venere)" è il "significato" (o "denotazione", o "riferimento") mentre ciò che indica il modo diverso, cioè "del mattino" e "della sera", è il "senso".
Quindi un significato non ha un unico senso ma più sensi, ossia più valori informativi. E il significato non è un elemento soggettivo della comprensione ma oggettivo.
Secondo Frege la distinzione tra senso e significato possiamo applicarla a tutte le espressioni linguistiche: ai TERMINI SINGOLI, ai PREDICATI e agli ENUNCIATI O PROPOSIZIONI.
Esempio:
BEETHOVEN è una parola che ha un senso e un significato
SORDO è un predicato ha un possibile senso e un possibile significato
BEETHOVEN ERA SORDO è una proposizione, composta dalla parola e dal predicato, che ha un senso e un significato.
Analizziamo ora i TERMINI SINGOLARI
I termini singolari sono termini che NON si riferiscono a più enti ma a un solo ente, ben definito.
Esempio: se dico "poeta", poeta NON è un termine singolare, perché si riferisce a tutti quegli enti dei quali posso legittimamente dire che sono poeti, ma se dico Eugenio Montale, questo è un termine singolare perché si riferisce a lui e a lui soltanto.
Quindi, i termini singolari sono quei termini che si riferiscono a un, e soltanto quello, ente, e sono espressi, ad es., con NOMI PROPRI (es. Alessandro Manzoni).
Tuttavia i nomi propri possono essere espressi da quelle che Frege chiama "DESCRIZIONI DEFINITE", perché io ad esempio posso dire, anziché "Alessandro Manzoni", "l'autore dei Promessi Sposi", perché questa descrizione è altrettanto univoca: è solo lui l'autore dei Promessi Sposi.
ATTENZIONE: nella "descrizione definita", l'articolo usato è sempre determinativo e MAI indeterminativo.
Ma facciamo un altro esempio, in cui lo stesso significato ha più sensi:
Aristotele è un nome proprio quindi è un significato.
Ma Aristotele lo posso indicare anche come "il discepolo di Platone" oppure come "il maestro di Alessandro". In questi ultimi due casi il significato è lo stesso (Aristotele) ma il senso è diverso.
Quindi, la "descrizione definita" è il "differente modo, di essere dato, del riferimento".
Tuttavia il senso è una funzione logica e NON va confuso né con la "rappresentazione" né con il "tono":
La "rappresentazione" è l'immagine, ossia la sensazione e lo stato d'animo che evoca in noi la parola e, quindi, è una nozione psicologica e quindi soggettiva.
Invece il "tono" è la sfumatura estetica e linguistica dell'espressione (importante per le traduzioni), ad es. "cavallo" e "destriero" hanno il medesimo senso ma variano di tono.
Inoltre Frege sostiene che la lingua ha una capacità di comunicare implicitamente contenuti che, tuttavia, pur dando ricchezza ad un linguaggio, è un difetto da un punto di vista logico, ad es. "Benedetta è bella e intelligente" oppure "Benedetta è bella ma intelligente": di queste due espressioni la seconda ci indica un'opposizione tra la bellezza e l'intelligenza.
Analizziamo ora gli ENUNCIATI
E ora veniamo all'analisi degli enunciati:
Frege distingue la "rappresentazione" dal "giudizio":
Quando ad esempio vedo una mela, ho una rappresentazione e non sto a ragionare sulla verità o falsità della mela. (La rappresentazione quindi è l'immagine, mentale, che ho di quell'oggetto, della mela).
Ai fini della scienza, la rappresentazione non deve interessarci: perché la scienza deve ragionare per giudizi e non per rappresentazioni.
La scienza deve poter dire di una cosa se è VERA o FALSA. Ad esempio una mela è verde o rossa? E lo deve dire in modo certo, vero o falso, perché il valore di verità è oggettivo.
Precisazione da filosofico.net:
"Se prendiamo un enunciato del tipo ”Io sono italiano”, il suo valore di verità varia a seconda di chi pronuncia tale enunciato; per esempio si dirà qualcosa di vero se, e solo se, chi lo proferisce è realmente italiano. Questo sembra contraddire la teoria freghiana appena esposta, in base alla quale i pensieri esprimono un valore di verità assoluto e oggettivo. Frege si occupa di questo problema in un articolo del 1918 chiamato "Der Gedanke" e lo risolve in maniera molto semplice. Infatti, quando un enunciato viene proferito da persone differenti cambiano anche le sue condizioni di verità e quindi sostanzialmente cambia anche il pensiero espresso. L’enunciato "Io sono italiano" esprime dunque pensieri diversi a seconda di chi li proferisce; se Matteo proferisce questo enunciato il pensiero espresso sarà del tipo "Matteo è italiano", se invece lo proferisce Benedetta il pensiero espresso sarà del tipo "Benedetta è italiana". Sono questi due pensieri a essere oggettivamente veri o falsi in maniera assoluta e non l’enunciato di partenza. Infatti, l’enunciato esprime un pensiero diverso a seconda del contesto d’uso e ognuno dei possibili pensieri esprimibili ha proprie condizioni di verità e propri valori di verità oggettivi e assoluti".
In un linguaggio, il contenuto oggettivo è detto da Frege "pensiero" (il pensiero, quindi, per Frege NON è l'atto del pensare).
Secondo Frege i pensieri appartengono a un "terzo regno" distinto sia dal regno degli oggetti materiali sia dal regno dei processi psicologici.
Gli ENUNCIATI, come i nomi, hanno un SENSO e un SIGNIFICATO.
Così scrive:
«Il dare nomi alle cose non è una pratica fine a se stessa, noi vogliamo poter parlare delle cose, e il parlare delle cose comporta il comporre enunciati che possano essere veri o falsi a seconda della relazioni che gli oggetti intrattengono tra di loro; noi siamo interessati al pensiero espresso dall’enunciato solo quando siamo interessati anche al problema della verità dell’enunciato in questione».
Gli enunciati sono veri o falsi indipendentemente dal fatto che noi sappiamo effettivamente quale sia il loro valore di verità.
Frege parla di contesti "enunciativi indiretti", che sono composti con verbi come credere, volere o sperare, all'interno dei quali vi sono gli "enunciati incassati" la cui denotazione non è quella consueta, ossia il valore di verità, ma il suo senso usuale che Frege chiama "denotazione indiretta".
Analizziamo ora il PREDICATO
Da filosofico.net: "I predicati possono essere definiti come quelle espressioni che, combinate con un termine singolare e opportunamente modificate, producono un enunciato.
Per Frege la denotazione di un enunciato è un concetto. Nella complessa terminologia freghiana il termine concetto non ha la sfumatura classica ma è definito come una funzione i cui valori sono valori di verità. Comprendere questa definizione non è per niente semplice, anche perché richiede la conoscenza e di nozioni logico-matematiche e di nozioni di teoria degli insiemi; per di più lo stesso Frege non è mai stato chiarissimo nello spiegare questa teoria. Per questi motivi la spiegazione della denotazione dei predicati in termini di concetto elaborata da Frege non verrà analizzata accuratamente ma si prediligerà la spiegazione posteriore elaborata da Carnap sulla nozione di “estensione”.
Per estensione di un predicato P si intende l’insieme di tutti gli oggetti cui P si applica veridicamente; l’estensione di "essere nero”" ad esempio, è l’insieme delle cose nere. Per Carnap appunto il riferimento di un predicato coincide con la sua estensione.
Questa idea sarebbe perfettamente applicabile anche al sistema di Frege e sostanzialmente non è molto lontana da quello cui il logico voleva arrivare; tuttavia Frege ne parla in modo diverso. Egli dice che il riferimento di un predicato P è la funzione F tale che, per ogni oggetto x, F(x)= il vero, se x appartiene all’estensione di P; e F(x)=il falso, se x non appartiene all’estensione di P. Nel nostro esempio diremmo che il riferimento di "essere nero" è la funzione N tale che, per ogni oggetto x, N(x)=il vero se x è nero e R(x)=il falso, se x non è nero. Senza dimenticare che quest'argomento dovrebbe essere approfondito per comprendere quale sia la definizione più appropriata, noi considereremo come buona la definizione elaborata da Carnap. Anche per quanto riguarda il senso dei predicati, siccome Frege non dice quasi nulla a riguardo, utilizzeremo sempre la spiegazione di Carnap. Il senso di un predicato è l’intensione, ossia il suo contenuto. Questa nozione ci permette di comprendere come mai predicati del tipo "essere un animale con il cuore" e "essere un animale con i reni", pur avendo la stessa estensione (tutti gli animali), esprimono intuitivamente due concetti diversi (hanno due sensi diversi).
Frege utilizza un trattino orizzontale per indicare una rappresentazione, e un trattino orizzontale al quale aggiunge uno verticale, per indicare un giudizio:
Simbologia che esprime una Rappresentazione Simbologia che esprime un Giudizio
Condizionamento o causalità:
Giuseppe Peano e Bertrand Russell rappresenteranno la causalità (relazione) con una piccola freccia che collega un termine A e un termine B.
Bertrand Russell
Bertrand Russell nasce a Trellech il 18 maggio 1872 da una nobile famiglia, muore a Penrhyndeudraeth il 2 febbraio 1970 all'età di 98 anni.
Orfano di entrambi i genitori all'età di 4 anni, viene allevato dai nonni.
E' stato un filosofo, logico, matematico, attivista e saggista.
A 15 anni cominciò ad appassionarsi di filosofia.
A 18 anni iniziò a studiare filosofia, logica e matematica all'Università di Cambridge nella quale aleggiava un'atmosfera di ribellione nei confronti della rigidità dei valori tradizionali.
Nel 1903 pubblicò la prima opera di rilievo "I principi della matematica".
Nel 1908 divenne assistente al Trinity College di Cambridge.
Durante la Prima Guerra mondiale le sue idee pacifiste, contro la leva obbligatoria, gli costarono l'allontanamento dalla cattedra universitaria nel 1916, e la successiva reclusione per sei mesi per aver pubblicato un articolo a favore del pacifismo.
Fu in carcere che iniziò a scrivere "L'introduzione alla filosofia matematica".
Negli anni Venti scrisse testi divulgativi di fisica, etica e pedagogia e, con la seconda moglie, nel 1927 fondò una scuola sperimentale per bambini.
Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti per un incarico presso l'UCLA di Los Angeles.
Nel 1944 fece ritorno in Inghilterra presso il Trinity College.
Nel 1948, a 76 anni, riuscì a salvarsi a nuoto da un incidente aereo.
Nel 1950 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura ("quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si leva in alto a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero").
Nel 1961 venne di nuovo condannato a due mesi di carcere, per aver preso parte a un sit-in pacifista di fronte al Ministero britannico della Difesa (per tutta la vita propugnò il pacifismo e il disarmo).
Nel 1962 intervenne sulla "crisi di Cuba" scrivendo a Kennedy e a Kruscev.
Nel 1968 durante la guerra in Vietnam si batté per la costituzione di un tribunale internazionale contro i crimini di guerra.
Una delle sue ultime battaglie fu la presa di posizione, accanto a Einstein, contro l'impiego delle armi nucleari.
Negli anni sessanta Russell scrisse la sua autobiografia in tre volumi che portò a termine prima di morire, di bronchite acuta, all'età di quasi 98 anni.
Come da sua volontà, non fu celebrato alcun funerale e le sue ceneri furono disperse sulle colline del Galles.
Durante la sua lunghissima vita scrisse un centinaio di opere su filosofia, matematica, logica, educazione, matrimonio, morale, religione, con posizioni anticonformiste.
Si sposò quattro volte:
Nel 1894, a 22 anni, con Alys Pearsall Smith dalla quale si separò nel 1911;
Nel 1921, a 49 anni, divorziò da Alys e sposò Dora Black, scrittrice femminista attivista. I due ebbero due figli: John e Kathrine.
Nel 1936, a 64 anni, dopo aver divorziato dalla seconda moglie, si sposò con una studentessa di Oxford, Patricia ("Peter") Spence.
Nel 1952, a 80 anni, divorziò anche da Patricia e sposò Edith, che conosceva dal 1925.
La logica
Russell, al Congresso di Matematica del 1900, chiese a Peano alcuni appunti che riguardavano i suoi studi sulla logica. Li lesse e li approfondì, successivamente, con la lettura degli scritti di Frege.
Da wikipedia:
"Nella logica matematica Russell fissò il paradosso che successivamente prese da lui il nome di "paradosso di Russell". Il paradosso minava irrimediabilmente il progetto di Gottlob Frege di ridurre la matematica alla logica.
Nondimeno, Russell difese la teoria del logicismo e tentò in prima persona di realizzare la riduzione logicista assieme a Alfred North Whitehead, nei "Principia Mathematica", un sistema assiomatico con cui tutte le affermazioni della matematica potevano essere costruite, ma che restarono incompleti.
Tuttavia, nemmeno i "Principia Mathematica", che pure si sottraevano alle aporie contro le quali si era infranto il sogno di Frege, poterono resistere a que teoremi di incompletezza, di Kurt Gödel, che provavano che nessun sistema logico finito poteva risolvere dentro di sé tutte le verità della matematica.
Successivamente Russell sviluppò, anche a seguito del dialogo filosofico con l'allievo Ludwig Wittgenstein, la visione filosofica dell'atomismo logico, secondo la quale il mondo è costituito da elementi minimi indivisibili di natura logica, i fatti atomici.
La filosofia del linguaggio
Il principale contributo di Russell alla filosofia del linguaggio è la "teoria delle descrizioni".
Essa è normalmente illustrata con l'argomento de "l'attuale re di Francia", usata per esempio nell'enunciato "L'attuale re di Francia è calvo".
A chi si riferisce questo enunciato dal momento che attualmente non esiste alcun re di Francia?
Alexius Meinong aveva suggerito che noi dovessimo presupporre un mondo delle "entità non esistenti" a cui poterci riferire quando ricorriamo a enunciati simili; ma si tratta di una teoria quanto meno curiosa.
Frege pensava invece che potessimo rifiutare come "non sensi" tutti gli enunciati le cui parole si riferiscono apparentemente a oggetti che non esistono.
D'altra parte, una frase come "se l'attuale re di Francia è calvo, allora l'attuale re di Francia non ha capelli sulla testa" non solo non sembra priva di senso ma sembra indubbiamente vera.
Infine lo stesso problema si porrebbe se ci fossero due re di Francia: a quale dei due l'espressione "l'attuale re di Francia" si riferisce?
Il problema è posto dalle "descrizioni definite". Esse comprendono tutte le espressioni che cominciano con "il" e alle volte anche i nomi propri.
Qual è la forma logica delle descrizioni definite? Come, in termini fregeani, possiamo parafrasarle così da mostrare che la verità dell'intero dipende dalla verità delle singole parti? Le descrizioni definite sono simili a nomi che per natura denotano esattamente un oggetto, né più né meno.
La soluzione di Russell è di analizzare non le singole parti ma l'intero enunciato che contiene una descrizione definita. "L'attuale re di Francia è calvo", può essere tradotto in: "Esiste un unico X tale che X è l'attuale re di Francia ed è calvo".
Russell ritiene che ogni "descrizione definita" contenga un'affermazione di esistenza e un'affermazione di unicità, ma esse possono essere distinte e trattate separatamente dal predicato che è contenuto nell'enunciato in cui compaiono. L'enunciato contiene tre dichiarazioni circa un oggetto: la descrizione definita ne contiene due, il resto dell'enunciato contiene la terza. Se l'oggetto non esiste, o se non è unico, allora l'enunciato è falso, ma non privo di significato.
Una delle maggiori critiche mosse alla teoria di Russell è stata formulata da Peter Frederick Strawson: le descrizioni definite non affermano che il loro oggetto esiste, esse semplicemente presuppongono che esso esista".
Da pag. 450 a pag. 478
VITA
Karl Popper nasce a Vienna nel 1902, (successivamente naturalizzato britannico), da una famiglia della media borghesia di origini ebraiche.
Studia all'Università di Vienna filosofia, matematica e fisica.
Nella prima gioventù rimane attratto dal marxismo ed entra a far parte dell'Associazione degli Studenti Socialisti.
Deluso dalle restrizioni filosofiche imposte dal materialismo storico di Marx, abbandona l'ideologia marxista.
Nel 1919 rivede le sue convinzioni ideologiche assistendo ad una conferenza di Einstein a Vienna:
LEGGERE
"Sentivo che era questo il vero atteggiamento scientifico. Era completamente differente dall'atteggiamento dogmatico, che continuamente affermava di trovare "verificazioni" delle sue teorie preferite. Giunsi così, sul finire del 1919, alla conclusione che l'atteggiamento scientifico era l'atteggiamento critico, che non andava in cerca di verificazioni, bensì di controlli cruciali; controlli che avrebbero potuto confutare la teoria messa alla prova, pur non potendola mai confermare definitivamente".
Nel 1928 consegue il dottorato in Filosofia e tra il 1930 e il 1936 insegna matematica e fisica nelle scuole secondarie.
Nel 1934, ma con data 1935, pubblica in tedesco la sua opera fondamentale "La logica della ricerca", edita successivamente (nel 1959) in inglese con il titolo "La logica della scoperta scientifica".
Nel 1937, in seguito all'avvento del nazismo decide di emigrare in Nuova Zelanda per via delle sue origini ebraiche, e diventa lecturer di filosofia presso l'Università di Canterbury a Christchurch. Qui, nel 1944 e 1945, scrive "La miseria dello storicismo" e "La società aperta e i suoi nemici".
Nel 1946 si trasferisce in Inghilterra.
Nel 1949 diventa professore e insegna logica e metodo scientifico alla London School of Economics.
Alcune delle sue altre opere:
Nel 1963 scrive "Congetture e confutazioni".
Nel 1972 "Conoscenza oggettiva".
Nel 1974 "La ricerca non ha fine".
Muore a Londra nel 1994 al'età di 92 anni.
L’epistemologia
Link VIDEO DI 1 MINUTO: IL TACCHINO INDUTTIVISTA

La riflessione di Karl Raimund Popper non è pienamente riconducibile alla filosofia neopositivista, ma è influenzata dalle scoperte scientifiche di Einstein.
Nell'opera intitolata "Logica della scoperta scientifica", Popper afferma che il criterio che permette una demarcazione tra scienza e non-scienza è quello della falsificabilità: una teoria, infatti, risulta empirica o scientifica solo se può essere smentita, in linea di principio, dall'esperienza. In questa prospettiva, ad esempio, né il marxismo né la psicoanalisi risultano scientifici, poiché sono caratterizzati da insufficiente falsificabilità e da continue "ipotesi di salvataggio" dalle smentite.
Secondo Popper, una teoria scientifica richiede, invece, che gli scienziati concordino sulla piattaforma metodologica del processo di falsificazione: a questo scopo in ogni epoca storica vengono individuate alcune asserzioni-base, ossia alcuni enunciati elementari che sono scelti di comune accordo come mezzi di controllo delle teorie. Poiché la comunità dei ricercatori può sempre decidere di mettere in discussione le sue asserzioni-base, la scienza viene a configurarsi come una costruzione precaria, eretta – dice Popper – su deboli "palafitte".
La conoscenza scientifica non è neppure il regno della verità: "basta, infatti, una sola smentita per confutare una teoria" ed esiste un’ineliminabile asimmetria tra verificabilità e falsificabilità.
Riguardo al problema del metodo, Popper ritiene che la scienza proceda per congetture e confutazioni, ossia rispondendo di volta in volta a un problema mediante un'ipotesi che deve essere sottoposta al vaglio critico dell'esperienza.
Al contrario, il metodo induttivo non può giustificare le teorie scientifiche, poiché la scienza, in realtà, procede dalla teoria e utilizza i fatti come controllo deduttivo delle ipotesi. Da questo punto di vista la nostra mente assomiglia a un faro che illumina la realtà alla luce di ipotesi che poi l’esperienza può smentire. Una simile prospettiva, che si qualifica come fallibilismo, comporta per l'uomo un processo mai concluso di ricerca della verità. "Gli scienziati quindi possono pervenire solo a teorie verosimili": nell'ottica di un'epistemologia evoluzionistica, il metodo per congetture e confutazioni conduce a una selezione naturale delle teorie migliori, che sono quelle corroborate dall'esperienza, ovvero quelle che hanno mostrato una "resistenza" maggiore, anche se sempre soltanto provvisoria, ai tentativi di falsificazione.
Filosofia e metafisica
Popper rivaluta l’importanza della filosofia, intesa come teoria della conoscenza in generale: lungi dall'essere un mero gioco di parole vuote, infatti, la riflessione filosofica si interroga su questioni autentiche, come ad esempio i problemi della cosmologia. A proposito della metafisica, in particolare, Popper afferma che, non essendo falsificabile, essa non è senz'altro una scienza, ma che questo non implica la sua insensatezza. Le teorie metafisiche, infatti, esprimono idee comprensibili e discutibili razionalmente e possono avere addirittura una funzione propulsiva rispetto alla scienza.
Tipicamente metafisica è la prospettiva realista con cui l'ultimo Popper interpreta la scienza, dichiarando che le teorie scientifiche devono poter corrispondere alla realtà o potersi scontrare con essa. Un aspetto del realismo popperiano è la teoria dei tre mondi, secondo la quale la realtà si divide in tre zone: il Mondo 1 è quello degli oggetti fisici, il Mondo 2 è quello delle esperienze soggettive, il Mondo 3, infine, è costituito da teorie oggettive.
Un’altra ipotesi metafisica è quella relativa al rapporto tra mente e corpo, che Popper configura come un'interazione dualistica tra due "stati", o "mondi", distinti. Intervenendo, infine, nella disputa tra deterministi e indeterministi, per difendere la libertà dell’uomo Popper afferma che non è soddisfacente né considerare il mondo come un sistema chiuso in cui tutto è rigorosamente determinato, né sostituire al determinismo il predominio del caso: ciò che contraddistingue l'agire degli esseri umani, prospettando una "terza via" tra le due posizioni considerate, è piuttosto il "controllo plastico" del proprio comportamento tramite i principi della razionalità critica.
Nel VIDEO sotto riportato:
Il filosofo Karl Popper (Vienna, 1902 – Londra, 1994), in un’intervista dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, espone le linee principali della sua "teoria dei tre mondi". Se il "mondo uno" designa il mondo delle entità fisiche e il "mondo due" il mondo dell’esperienza soggettiva, ossia la sfera dei pensieri e dei sentimenti, il "mondo tre" è il mondo costituito dai prodotti, oggettivi e invariabili, del pensiero umano, quindi dai risultati del "mondo due".
Un libro, per esempio, appartiene al "mondo uno" nella misura in cui è un oggetto fisico. Ma esso è anche il risultato di un processo di pensiero, di un qualcosa che accade nella mente, senza essere necessariamente accompagnato da un movimento esterno, e questo è il "mondo due", la sfera dell'esperienza soggettiva. Infine il libro è il medium linguistico in cui delle idee vengono comunicate e come tale può essere tradotto in molte altre lingue: l'elemento che non varia nella traduzione da una lingua all'altra è ciò che Popper chiama “mondo tre”.
Dopo aver chiarito il significato ascritto alle tre espressioni, il filosofo austriaco procede la sua analisi discutendo della natura della mente, del linguaggio, del problema ontologico dell’esistenza dei tre mondi e della possibilità di interazione tra essi.
Link VIDEO DI 25 MINUTI: INTERVISTA A POPPER SU MONDO 1, MONDO 2 E MONDO 3

Le teorie politiche
Nelle opere "La miseria dello storicismo" e "La società aperta e i suoi nemici", Popper critica lo storicismo oracolare o totalitario, ossia tutte quelle filosofie che hanno preteso di cogliere un senso precostituito nella storia. Il sogno utopistico di una società perfetta, infatti, tende a produrre fanatismo, dispotismo e sofferenza. Delle teorie storiciste, Popper rigetta anche la pretesa olistica e la confusione tra leggi e tendenze.
Il progetto totalitario dello storicismo si concretizza nelle società chiuse, che sono state teorizzate da Eraclito, Platone, Hegel e Marx. Queste società, organizzate secondo norme rigide di comportamento, si contrappongono alle società aperte, caratterizzate dal riformismo e dal istituzioni democratiche. La democrazia coincide, per Popper, con l'autocorreggibilità del governo, ossia con la possibilità per i governati di controllare i governanti.
ALTRA INTERVISTA
L'intervista a Popper, sotto riportata, è stata realizzata nella primavera del 1993.
Affronta il tema della violenza nei programmi televisivi.
L'intervista è stata rilasciata per l'Enciclopedia Multimediale delle Scienze filosofiche di RAIeducational: essa è un appello alle responsabilità dei dirigenti delle televisione.
LEGGERE il brano tratto dall'intervista:
"... La distinzione tra educare e informare non regge...
Credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si renda conto appieno della loto responsabilità. Credo che non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere.
La televisione ha un immenso potere educativo. ...
Ogni potere, come quello della televisione, deve essere controllato. .... La televisione può distruggere la civiltà. Che cos'è la civiltà? E' la lotta contro la violenza ...
La mia esperienza all'interno televisivo mi insegna che i professionisti non sanno quello che fanno. ..."