5 A LES as 2017 2018 filosofia
Libro in adozione: Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, L'IDEALE E IL REALE, vol. terzo, Ed. Paravia, Pearson
Marzo 2018 UNITA' 10
e aprile 2019
NB Dopo aver studiato l'unità 10, leggere in classe - si raccomanda di portare il libro di testo in adozione - da pag. 612 a pag. 613: "L'industria culturale tra consenso e democrazia. La Scuola di Francoforte e il ruolo dei mass media nella società contemporanea".
La Scuola di Francoforte
UNITA' 10
Da pag. 600 a pag. 643
1. Caratteri generali
Da pag. 601 a pag. 602
La Scuola di Francoforte si sviluppa tra il 1920 e il 1970, ad opera di studiosi che gravitano attorno all'"Istituto per la ricerca sociale" che si trova a Francoforte.
L'atto di nascita della Scuola di Francoforte è l'uscita del primo numero della "Rivista per la ricerca sociale", nel 1923, diretta da Max Horkheimer.
La Scuola di Francoforte è formata da filosofi, psicanalisti-sociologi e critici letterari come i filosofi Max Horkheimer (1895-1973), Theodor Adorno (1903-1969) e Herbert Marcuse (1898-1979), lo psicanalista e sociologo Erich Fromm, il critico letterario Walter Benjamin.
Si tratta di autori tedeschi di origine ebraica, di stampo marxista, che rielaborano le teorie psicanalitiche di Freud e il pensiero filosofico di Hegel:
Da Marx riprendono lo studio della società, in particolare la distinzione delle classi;
Da Freud riprendono lo studio della personalità, il concetto di "introiezione" dell'autorità e il concetto della "ricerca del piacere - libido";
Da Hegel riprendono il discorso della dialettica della società.
Con l'ascesa al potere di Hitler in Germania nel 1933, la Scuola di Francoforte è costretta a trasferirsi, prima a Ginevra, poi a Parigi, infine a New York con la sede, per tutta la durata della guerra, alla Columbia University.
Dopo la fine della guerra, alcuni studiosi rimangono negli Stati Uniti, come Marcuse e Fromm, dove ridanno vita all'"Istituto per la ricerca sociale" con una nuova generazione di studiosi tra cui Alfred Schimidt e Jürgen Habermas, mentre altri, come Horkheimer e Adorno, tornano in Germania (Adorno e Horkheimer avevano scritto insieme, nel 1947, "La dialettica dell'Illuminismo").
Anche Marcuse molti anni dopo tornerà in Germania dove morirà nel 1979.
Da un punto di vista sociale e storico, 3 sono gli eventi che influiscono sui loro studi:
1 L'avvento del nazismo, che conduce a una riflessione approfondita sull'autorità;
2 L'affermazione del comunismo sovietico;
3 Il trionfo della società tecnologica e "ricca".
I membri della scuola di Francoforte appartengono tutti a famiglie borghesi: il padre di Horkheimer è un industriale, di Adorno un commerciante di vini, di Walter Benjamin un mercante d'arte.
E' per questo che i loro studi si concentrano anche sulla figura genitoriale: il padre di famiglia imprenditore come fonte di autorità e modello di morale, modello che va in crisi per l'avvento del capitalismo.
Durante il periodo vissuto a New York, nel 1936 la Scuola di Francoforte, soprattutto Horkheimer e Marcuse, realizza uno studio dal titolo "Studi sull'autorità e la famiglia" che delinea, influenzata dal pensiero di Freud, l'acquisizione interiore del concetto di autorità, in modo inconscio e graduale nel bambino, attraverso l'autorità esercitata dalla figura paterna.
Nel libro viene analizzata la disgregazione dell'autorità paterna che sarebbe legata al cambiamento economico e politico nel passaggio dalla società borghese dell'Ottocento alla società capitalistica del Novecento.

Horkheimer e Adorno
2. Horkheimer
Da pag. 602 a pag. 604

Horkheimer (1895-1973) è, oltre che docente, anche direttore dell'"Istituto per la ricerca sociale" di Francoforte.
Di origini ebraiche, come già detto, durante il nazismo si rifugia prima a Parigi e poi negli Stati Uniti e alla fine della guerra fa rientro in Germania, con Adorno.
Nel 1947 Horkheimer pubblica a New York il saggio "Eclisse della ragione" in cui pone una distinzione tra "ragione oggettiva" e "ragione soggettiva".
La ragione oggettiva è quella analizzata dai grandi sistemi filosofici del passato, da Platone, Aristotele e San Tommaso, come una ragione in grado di cogliere l'oggettività, ossia l'universalità, e quindi in grado di conoscere e di indirizzare l'agire umano.
La ragione soggettiva, tipica della civiltà industriale, è invece in funzione soltanto di ciò che è "funzionale" ossia utile: si risolve nel solo sapere della tecnica.
Nel film "Io e Caterina" è raccontata la storia di un uomo d'affari di mezza età, interpretato da Alberto Sordi, che decide di comprare un robot, Caterina, per assolvere a tutte le mansioni domestiche, senza discussioni.
Ma Caterina comincia a mostrare reazioni quasi umane: diventa gelosa delle relazioni amorose del suo padrone fino a mettergli a soqquadro la casa.
Alla fine Caterina pretenderà dall'uomo una dedizione maggiore di quella che richiederebbe una donna vera.
Horkheimer e Adorno a New York vivono in grandissime difficoltà economiche per cui sono costretti a trasferirsi a Los Angeles. Qui, si ritrovano insieme ad altri esiliati di lingua tedesca come Brecht e Thomas Mann.
Le notizie negative che giungono in America dall'Europa li inducono a scrivere, insieme, nel 1947, "Dialettica dell'Illuminismo": il testo mira a smascherare le contraddizioni insite nell'idea di "progresso".
Il testo ha per oggetto l'uomo che finisce col diventare vittima della razionalità che egli stesso ha prodotto:
Secondo Horkheimer e Adorno l'Illuminismo, inizialmente simbolo di progresso, è poi sfociato in un uso spregiudicato dell'intelligenza finalizzata al calcolo dell'utilità; è, questo, un uso della ragione che ha assoggettato il mondo, con una "logica del dominio": dalla realizzazione dei primi utensili, l'uomo è arrivato alla realizzazione della centrale atomica, con una dialettica autodistruttiva e un progressivo asservimento dell'uomo sull'uomo e, più in generale, un progressivo asservimento dell'individuo all'intero sistema sociale.
Il prezzo non è solo la mancanza di libertà ma anche la mancanza di felicità.
Il capitolo più noto di questo libro è quello dedicato a Ulisse e all'Odissea: l'Odissea rappresenta un viaggio a tappe, analogo alle fasi di sviluppo della razionalità:
Ulisse, che si fa legare all'albero e chiude con la cera le orecchie dei suoi compagni perché non ascoltino le sirene, ossia il richiamo della natura, rappresenta l'uomo che, affidandosi alla razionalità, è costretto a reprimere i propri desideri, mentre i compagni di Ulisse, con le orecchie tappate, rappresentano la situazione della classe dei lavoratori che, ignari di quello che accade intorno, e quindi "apparentemente felici", guardano avanti tralasciando tutto ciò che è ai loro lati, ossia i richiami del piacere e la felicità.
Nel 1970, 3 anni prima della sua morte, Horkheimer, nello scritto dal titolo "La nostalgia del totalmente altro", spiega i 3 motivi del suo allontanamento dal marxismo:
- perché la situazione sociale del proletariato è migliorata senza la rivoluzione caldeggiata da Marx;
- perché Marx aveva teorizzato un cammino inesorabile della società verso la libertà, invece Horkheimer vede un cammino verso la schiavitù;
- perché Marx riteneva che giustizia e libertà coincidessero, invece secondo Horkheimer se agli uomini si lasciasse la libertà, non ci sarebbe più uguaglianza. Secondo Horkheimer, invece, se c'è giustizia non c'è libertà, se c'è libertà non c'è giustizia.
Il Video sotto riportato è in tedesco con i sottotitoli in inglese.
Traduzione in italiano: Questa sociologia andò oltre la teoria critica della società concepita da Marx per riflettere la realtà in modo più adeguato. Un punto è molto importante. Perché Marx aveva l'ideale di una società di esseri umani liberi. Credeva che questa società capitalista avrebbe dovuto essere superata dalla solidarietà dovuta al crescente impoverimento della classe operaia. Questa idea è sbagliata. Questa società in cui viviamo non immiserisce i lavoratori ma li aiuta a costruire una vita migliore. E a parte questo, Marx non ha visto che la libertà e la giustizia sono concetti dialettici. Più libertà meno giustizia, e più giustizia meno libertà. La teoria critica che ho sviluppato in seguito si basa sull'idea che non si può determinare come appaia una società buona e libera dall'interno della società nella quale viviamo. Abbiamo carenza di mezzi. Ma nel nostro lavoro possiamo portare alla luce gli aspetti negativi di questa società che vogliamo cambiare.
3. Adorno
Da pag. 605 a pag. 608

Link da Rai Cultura video di 10 minuti: Giuseppe Bedeschi La critica di Adorno ai mass media
Theodor Adorno nasce nel 1903 a Francoforte.
Studia filosofia e musica.
Proveniente da una famiglia ebraica, con l'avvento del nazismo si trasferisce negli Stati Uniti, dapprima a New York e poi, a causa delle ristrettezze economiche in cui versava, come già detto sopra, a Los Angeles.
Nel 1947, insieme a Horkheimer, scrive "Dialettica dell'Illuminismo": il testo mira a smascherare le contraddizioni insite nell'idea di "progresso".
Ecc... LEGGERE SOPRA
Per Adorno il compito della dialettica è solo quello di far emergere le contraddizioni della realtà. Essa, infatti, non è in grado di formulare soluzioni alternative.
Tutto ciò che di negativo è intrinseco alla società industriale, per Adorno non è superabile.
Questa convinzione spiegherebbe la sua diffidenza nei confronti delle contestazioni studentesche del 1968.
Muore nel 1969.
La critica dell'industria culturale
Da pag. 606 a pag. 607
Adorno critica negativamente i mezzi di comunicazione di massa, giornali, televisione, cinema, pubblicità, canzoni ecc., perché pensa che essi siano uno strumento di "manipolazione delle coscienze" da parte del sistema che, per autoconservarsi, ha bisogno di tenere sottomessi gli individui: tenere il popolo distratto, e non farlo riflettere, significa non fargli capire la realtà politica, significa imporre modelli e valori creando "zone di consenso".
I giornali, la tv, la radio ecc. vengono definiti da Adorno e da Horkheimer dapprima "CULTURA DI MASSA" ma poi, pensando che quest'espressione avrebbe potuto dar adito a interpretazioni inesatte quale, ad esempio "cultura che scaturisce spontaneamente dalle masse", decidono di definirli con l'espressione "INDUSTRIA CULTURALE":
Giornali, TV, radio ecc sono un'industria, attraverso la quale vengono indotti bisogni e favoriti consumi; e gli stessi consumatori non sono soggetti ma oggetti.
Nel VIDEO sotto riportato, (in inglese con sottotitoli in italiano fino al 6° minuto), Adorno analizza i seguenti aspetti:
- L'utilizzo del tempo libero: esso è fagocitato da orari e da pubblicità;
- Il capitalismo non ci vende le cose di cui abbiamo bisogno; l'uomo ha bisogno di calma, tenerezza, profondità, amore che però, ATTENZIONE, CI VENGONO MOSTRATI INSIEME AL PRODOTTO CHE DOVREMMO COMPERARE!
ADORNO INTERVISTATO DA UMBERTO ECO (CERCARE VIDEO)
La teoria dell'arte
Da pag. 607 a pag. 608
Adorno si occupa anche di estetica.
E' convinto che l'arte possa avere una grande funzione culturale e di riscatto per 3 motivi:
- 1 L'arte è capace di "denunciare" le disarmonie e le negatività del mondo e della società perché rompe i canoni classici della bellezza;
- L'arte è capace di "anticipare" gli eventi, nel senso che è capace di anticipare i desideri dell'uomo;
- L'arte è in grado di "riconciliare" l'uomo con il mondo perché è libera: essa è atto creativo e, come tale, va difeso nei suoi aspetti avanguardistici.
4. Herbert Marcuse
Da pag. 608 a pag. 610


Herbert Marcuse nasce a Berlino nel 1898
Tra il 1923 e il 1936 Marcuse collabora, con l'Istituto per la ricerca sociale", a uno studio collettivo sulla famiglia dal titolo "Studi sull'autorità e la famiglia", influenzato dal pensiero di Freud.
Nel testo, l'acquisizione interiore del concetto di autorità, che secondo Freud avveniva in modo inconscio e graduale nel bambino attraverso l'autorità esercitata dalla figura paterna, secondo le nuove teorie della Scuola di Francoforte verrebbe via via a disgregarsi, fino a mancare totalmente nella società industriale del Novecento.
Nel 1955 Marcuse scrive "Eros e civiltà": in questo testo, al "principio del piacere" di Freud, egli sostituisce il "principio della prestazione", ossia l'impiego di tutte le energie psicofisiche dell'individuo per scopi lavorativi e produttivi, causato da un "surplus di rimozione" degli istinti che, nella nuova società industriale, si sarebbe sostituito alla semplice "rimozione" degli istinti di cui parlava Freud.
Benché questa nuova condizione dell'uomo sia negativa, essa conterrebbe in sé i germi per la sua stessa abolizione, a causa di un progressivo e graduale affievolimento di energia investita nel lavoro, a vantaggio di un'attività libera e creatrice.
Nel 1964 Herbert Marcuse scrive "l'uomo a una dimensione", in cui descrive l'uomo membro della società di massa che, totalmente incastrato nel sistema, perde il suo senso critico.
L'uomo a una dimensione è l'individuo alienato della società industriale.
Marcuse critica Weber, secondo il quale la razionalità tecnologica esprime la ragione e sostiene che, al contrario, la razionalità tecnologica ha un carattere profondamente irrazionale perché "la tecnologia invade e distrugge lo spazio privato dell'uomo" determinando una realtà storica difficile da superare (proprio perché la tecnologia razionale è in grado di bloccare qualsiasi capacità critica).
L'uomo della società industrializzata vive in un'apparente sistema tollerante: la tolleranza è solo apparente perché non è altro che permissivismo di ciò che il sistema non mette in discussione.
Anche la libertà sessuale sarebbe, secondo Marcuse, solo apparente: essa non è altro che liberalizzazione del commercio redditizio del sesso.
Quando la classe dominata, il proletariato, si integra, di conseguenza, non può più essere il cardine della rivoluzione auspicata dagli intellettuali.
Marcuse, allora, teorizza un allargamento del proletariato a tutti i "reietti", gli "stranieri", gli "sfruttati" e i "perseguitati", sperando di trovare in loro una nuova base rivoluzionaria, ed utilizza l'espressione il "Grande Rifiuto" per esprimere la totale opposizione al sistema della società industriale.
Si raccomanda di portare il libro di testo in adozione per leggere insieme da pag. 612 a pag. 613: "L'industria culturale tra consenso e democrazia. La Scuola di Francoforte e il ruolo dei mass media nella società contemporanea".
BREVE DIGRESSIONE: POPPER E LA TELEVISIONE
L'intervista a Popper, sotto riportata, è stata realizzata nella primavera del 1993.
Affronta il tema della violenza nei programmi televisivi.
L'intervista è stata rilasciata per l'Enciclopedia Multimediale delle Scienze filosofiche di RAIeducational: essa è un appello alle responsabilità dei dirigenti delle televisione.
LEGGERE il brano tratto dall'intervista:
"... La distinzione tra educare e informare non regge...
Credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si renda conto appieno della loto responsabilità. Credo che non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere.
La televisione ha un immenso potere educativo. ...
Ogni potere, come quello della televisione, deve essere controllato. .... La televisione può distruggere la civiltà. Che cos'è la civiltà? E' la lotta contro la violenza ...
La mia esperienza all'interno televisivo mi insegna che i professionisti non sanno quello che fanno. ..."
Link Video di 10 minuti: Karl Popper contro la televisione. Prima parte. Video di Maria Teresa de Vito
Hannah Arendt
Da pag. 619 a pag. 624

Hannah Arendt nasce in Germania nel 1906.
Dopo la laurea, consegue il dottorato in filosofia con una tesi sull'"Amore in Sant'Agostino" pubblicata nel 1929.
Ebrea, con l'avvento del nazismo nel 1933 si rifugia dapprima in Francia e poi a New York, dove insegna in diverse università e dove morirà nel 1975, all'età di 69 anni, mentre scrive l'ultima parte del libro "La vita nella mente" pubblicato, postumo, nel 1978.
Le sue opere più importanti:
- Le origini del totalitarismo, ultimato nel 1949 ma pubblicato nel 1951: è l'opera che la rende famosa in tutto il mondo;
- La condizione umana, del 1958 (titolo dato dall'editore. Il titolo che Arendt avrebbe voluto era "Vita activa", mantenuto in una ripubblicazione del 1964) in cui parla della perduta politéia;
- Tra passato e futuro, del 1961;
- La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, del 1963, scritto in occasione del processo contro Eichmann che aveva mandato a morte centinaia di ebrei.
Arendt presenzia al processo, che si tiene a Gerusalemme, come inviata del giornale "The New Yorker" al quale era stata lei stessa a chiedere di poter scrivere l'articolo sul processo.
Negli articoli, e nel libro, teorizza che le ragioni di un crimine non risiedono nella cattiveria dell'uomo ma nell'"assenza di pensiero" in uomini che, inseriti in un contesto organizzativo particolare, come quello nazista, diventano capaci di atrocità. Il libro attira le critiche del mondo ebraico.
- La vita nella mente del 1975.
Digressione sulla vita priva privata di Hannah Arendt
Hannah Harendt e Martin Heidegger (riassunto tratto in parte da wikipedia)
Nel 1924 Hannah Arendt, studentessa di 18 anni, si reca all'università di Marburgo dove Heidegger, allora trentacinquenne, dal 1923 tiene lezioni su Platone, Aristotele, Cartesio e Kant.
Per Heidegger è un periodo segnato da un'intensa creatività in cui, nei momenti liberi dall'insegnamento, si rifugia in una baita nella Foresta Nera dove scrive "Essere e tempo" che pubblicherà nel 1927.
All'università di Marburgo Hannah Arendt viene notata subito dal professore. Così la ricorderà il filosofo Hans-Georg Gadamer, allora ventiquattrenne: "molto bella e appariscente, sempre vestita di verde".
Nel mese di novembre del 1924 Hannah Arendt chiede un primo appuntamento al professor Heidegger nell'orario di ricevimento degli studenti e il 10 febbraio 1925 in una lettera che Heidegger invia alla Arendt, così si legge:
"Cara signorina Arendt, questa sera devo tornare a farmi vivo con lei e a parlare al suo cuore. Tutto tra di noi deve essere schietto, limpido e puro. Soltanto così saremo degni di aver avuto la possibilità di incontrarci. Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto. Io non potrò mai averla per me, ma lei apparterrà d’ora in poi alla mia vita, ed essa ne trarrà nuova linfa. [... ]"
In un'altra lettera, del 21 febbraio 1925, il tono diventa più confidenziale e Heidegger si rivolge ad Hannah con il "tu", firmandosi "Tuo M."
La relazione va avanti per alcuni mesi e in una lettera di Heidegger datata 10 gennaio 1926, così si legge:
"Ti ho dimenticata - non per indifferenza, non a causa di circostanze esteriori che si siano intromesse, ma perché sono stato costretto a dimenticarti e ti dimenticherò ogni qual volta mi ritroverò a dover lavorare con assoluta concentrazione. [... ] E questo distacco da tutte le cose umane e l'interruzione di tutti i rapporti è, per quanto concerne il lavoro creativo, l'esperienza più grandiosa che io conosca tra tutte quelle umanamente possibili - e la più infame che possa capitare in rapporto alle situazioni reali della vita. È come se ti strappassero il cuore dal petto mentre sei perfettamente cosciente. [... ]".
Alla fine dell'inverno del 1926, Arendt lascia Marburgo e torna a Heidelberg dove si laurea con una tesi sull'amore in Agostino, con Jaspers.
Dopo alcuni sporadici contatti, il 22 aprile 1928 Arendt così scrive a Heidegger:
"Ciò che voglio dirti adesso non è altro, in fondo, che un'esposizione pura e semplice della situazione. Ti amo come il primo giorno - tu lo sai e io l'ho sempre saputo [... ]"
La lettera si conclude con i versi del 43° sonetto dei Sonnets from the Portuguese di Elizabeth Barrett Browning: "E se Dio vorrà/ ti amerò anche di più dopo la morte"
Il 26 settembre 1929 Hannah Arendt si sposa con Günther Stern - meglio noto il nome di Günther Anders.
Nel 1933 Hannah Arendt scrive una lettera a Heidegger chiedendogli se fossero vere alcune dicerie su sue presunte condotte "antisemite" ma Heidegger smentisce, precisando di avere, tra i suoi studenti, molti ragazzi ebrei e di avere, con loro, ottimi rapporti personali.
Nel frattempo, il regime nazista sospende i diritti civili agli ebrei costringendo il marito di Hannah Arendt, Günther Anders, a fuggire a Parigi. A marzo dello stesso anno Arendt viene arrestata con sua madre, ma, dopo pochi giorni, viene rilasciata. Decide così di lasciare in segreto la Germania e di raggiungere, via Praga, il marito a Parigi.
In quello stesso anno, 1933, Heidegger aderisce al nazismo e si iscrive al partito nazionalsocialista. Il rapporto tra i due si interromperà di lì a poco.
Nel 1937 Arendt si separa dal marito Günther Anders.
Nel novembre 1949 Arendt rientra in Germania. E' in questo periodo che Jaspers mostra ad Arendt la sua corrispondenza con Heidegger, mentre Arendt confida a Jaspers la sua storia d'amore giovanile con il filosofo.
Nel 1940 Arendt si sposa con Heinrich Blücher con cui emigra negli Stati Uniti.
Il 7 febbraio del 1950, Arendt e Heidegger si incontrano a Friburgo. Così si legge in una sua lettera al suo secondo marito:
"Per la prima volta in vita nostra abbiamo parlato davvero", mentre all'amica Hilde Fränkel confiderà: "Non si è affatto reso conto che è una storia di venticinque anni fa e che sono diciassette anni che non mi vede".
Il giorno dopo ci sarà un nuovo incontro, auspicato dallo stesso Heidegger, questa volta a tre: Arendt, Heidegger ed Elfride, moglie di Heidegger, ma l'incontro non è sereno.
Nella lettera che la Arendt scriverà ad Elfride il 10 febbraio 1950 si legge: "Quando lasciai Marburgo, ero assolutamente decisa a non amare mai più un uomo; e poi mi sono sposata, giusto per sposarmi, con un uomo che non amavo. Siccome mi consideravo assolutamente superiore alle cose, credevo di poter disporre di tutto, proprio perché non mi aspettavo niente per me stessa. Tutto questo è cambiato soltanto quando ho conosciuto il mio attuale marito".
Il 19 maggio del 1952 Hannah Arendt fa nuovamente visita ai coniugi Heidegger, ma il rapporto con la signora Elfride non migliora a tal punto che nella lettera al marito Heinrich Blücher gli confiderà di essere stata costretta a una scenata.
Nel 1960 Arendt pubblica in Germania il libro "Vita activa oder vom tätingen Leben" (editore Kohlhammer di Stoccarda), che due anni prima era stato pubblico negli Stati Uniti (Chicago) con il titolo "The Human Condition". Una copia verrà fatta spedire dalla Arendt a Heidegger, nella lettera datata 28 ottobre 1960 così si legge:
"Caro Martin, ho dato disposizione all'editore di spedirti una copia del mio libro. In proposito vorrei però dirti una cosa. Noterai che il libro non reca nessuna dedica. Se le cose tra noi fossero andate per il verso giusto - intendo dire tra e non per me o per te - ti avrei chiesto di potertelo dedicare; ha cominciato a prendere forma fin dai primi tempi di Freiburg, e ti è debitore, sotto ogni aspetto, di quasi tutto". Ma nel lascito di Arendt è conservata una minuta scritta a penna che si desume la filosofa non abbia spedito a Heidegger, in cui si legge la dedica del libro:
"De Vita activa
Come faccio a dedicarlo a te,
l'intimo amico,
cui sono e non sono
rimasta fedele,
sempre per amore"
Le origini del totalitarismo
Nel testo "Le origini del totalitarismo", del 1949, Hannah Arendt analizza le cause dei regimi totalitari. Esse sono una "conseguenza tragica della società di massa".
L'opera è importante per 2 aspetti:
- L'aspetto storico-politico, perché analizza il periodo storico che va dal 1880 al 1947;
- L'aspetto filosofico-politico, perché elabora uno "schema del regime totalitario" che prescinde sia dal nazismo che dallo stalinismo, riconducibili entrambi al totalitarismo.
Il libro si divide in 3 parti:
1) Lo studio dell'antisemitismo;
2) Il tema dell'imperialismo;
3) I caratteri del totalitarismo nella società di massa.
Il regime totalitario è non solo distruzione della vita politica democratica ma anche distruzione della vita privata.
La condizione umana
Nel libro "La condizione umana" del 1958 (o "Vita activa") Hannah Arendt riscontra "la scomparsa, nella società moderna, della dimensione politica dell'uomo, tipica nella polis dell'antica Grecia", in cui i cittadini erano i protagonisti diretti della vita pubblica (che, nel suo libro, corrisponde al terzo modello di comportamento).
Arendt riprende da Platone e da Aristotele, la divisione tra "vita attiva" e "vita contemplativa".
La "vita attiva" è l'agire umano, che si articola in 3 modelli di comportamento nelle attività pratiche: i primi due appartengono all'uomo ma anche agli animali e alla dimensione divina mentre il terzo tipo di comportamento, l'azione, appartiene solo all'uomo.
1) L'attività lavorativa: è riferita a un tipo di uomo definito animal laborans. E' un'energia che si sprigiona subito e viene consumata per le esigenze della vita come ricerca di cibo, riproduzione ecc. Comprende, quindi, i comportamenti finalizzati alla conservazione biologica: sia attraverso la produzione di mezzi di sussistenza, sia attraverso il soddisfacimento dei bisogni, secondo un'etica indirizzata a rendere piacevole e confortevole l'esistenza. Comporta la fabbricazione di oggetti NON duraturi.
2) L'operare: è la "fabbricazione" cioè l'attività diretta alla trasformazione del mondo. E' tipica dell'uomo tecnologico che tende a produrre oggetti duraturi.
L'operare trova il proprio tipo corrispondente nell'homo faber. Si ispira a un'etica utilitaristica;
3) L'agire: coincide con l'attività propria della politica; è "zòon politicon" (ζῷον πολιτικόν).
Quest'ultimo è il modello di comportamento più importante grazie al quale gli uomini agiscono insieme e comunicano tra loro attraverso il linguaggio.
Corrisponde alla vita attiva della polis greco-romana in cui essere politici significava abbandonare la violenza e riporre fiducia nella forza persuasiva del discorso.
Con Platone e Aristotele secondo Arendt era iniziato il processo di pensiero che avrebbe portato alla svalutazione della vita attiva a vantaggio della vita contemplativa.
Successivamente, dal dubbio cartesiano si era passati all'abbandono del tentativo di comprendere le cose, per indirizzarsi alle cose che servono per la sussistenza: era il trionfo dell'homo faber.
Il mondo contemporaneo, invece, è caratterizzato dal primato del lavoro e dalla perdita di interesse per la vita politica: perché l'uomo possa tornare alla propria dimensione, occorre riproporre l'azione.
La banalità del male
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, del 1963, scritto in occasione del processo contro Eichmann che aveva mandato a morte centinaia di ebrei.
Arendt presenzia al processo, che si tiene a Gerusalemme, come inviata del giornale "The New Yorker" al quale era stata lei stessa a chiedere di poter scrivere l'articolo sul processo.
Nell'articolo, e nel libro, teorizza che le ragioni di un crimine non risiedono nella cattiveria dell'uomo ma nell'"assenza di pensiero" in uomini che, inseriti in un contesto organizzativo particolare, come quello nazista, diventano capaci di atrocità. Il libro attira le critiche del mondo ebraico.
Storia
Otto Adolf Eichmann (Solingen, 19 marzo 1906 – Ramla, 31 maggio 1962): militare tedesco considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista.
Sfuggito al processo di Norimberga (processo tenuto nel 1945 e nel 1946 a Norimberga. Sotto accusa:i criminali nazisti), si rifugiò in Argentina, dove venne individuato e rapito dal Mossad (Servizio segreto dello Stato di Israele) per essere processato nel 1961 in Israele - a Gerusalemme - e condannato a morte per genocidio e crimini contro l'umanità.
Fu impiccato il 31 maggio del 1962 nello Stato di Israele.
Durante il processo Eichmann dichiara: "Io non li ho sterminati" dichiara di aver ubbidito alla legge, e nient'altro. Dichiara di non aver mai potuto o voluto far nulla di sua spontanea volontà, di non aver mai avuto "nessuna intenzione".
Arendt ne deduce che il male più terribile al mondo è il male commesso dai signor "nessuno". E' un male che viene commesso da uomini senza convinzioni, senza alcuna crudeltà, da esseri umani che si rifiutano di essere delle persone.
Durante il processo, Arendt chiarisce anche la posizione di alcuni capi ebraici che aiutarono Eichmann.
Arendt viene accusata di aver incolpato il popolo ebraico della loro stessa distruzione e sul giornale "Daily News" viene pubblicato un articolo sull'articolo di Arendt, e lo titolano "L'assurda difesa che Hannah Arendt fa di Eichmann".
La tacciano di essere nazista e le scrivono lettere minatorie.
La accusano di essere un'ebrea che odia se stessa, che desidera difendere i nazisti e che disprezza fortemente il suo stesso popolo.
Ma Arendt si difende dicendo che non ha mai scritto in difesa di Eichmann. Si difende dicendo che cercare di capire non vuol dire perdonare.
Secondo Arendt fin dai tempi della filosofia antica, quindi di Socrate e Platone, siamo soliti considerare "il pensiero come quella conversazione, quel silenzioso dialogo che c'è tra me e me stesso". Rifiutando totalmente di essere una persona, Eichamnn ha scelto di rinunciare completamente a quella che consideriamo l'unica e più peculiare qualità umana: QUELLA DI ESSERE CAPACI DI PENSARE, di conseguenza di non essere più capaci di giudizio morale.
Nel FILM c'è una scena (vedi link) nella quale spiega in cosa consiste la "Banalità del male"
BREVE DIGRESSIONE DI PSICOLOGIA
Il 13 settembre 1848 un operaio statunitense, Phineas Gage, ha un incidente mentre lavora. L'incidente è passato alla storia come "caso Phineas Gage": mentre fa esplodere una carica di dinamite, una barra di ferro gli penetra nella guancia sinistra, gli attraversa il cranio dal basso verso l'alto passando dietro l'occhio sinistro, esce dalla volta cranica per atterrare qualche metro più in là. Non essendo stati lesi organi vitali, Cage sopravvive ma ben presto emergono drastici cambiamenti nella sua personalità: una nuova tendenza alla meschinità, alla volgarità, all'irresponsabilità e all'incapacità di controllare il comportamento. Il medico di Cage osserva i cambiamenti, ma all'epoca le conoscenze non erano sufficienti per darne una qualsiasi spiegazione.
Il cranio viene conservato, e nel 1994 viene studiato: la barra aveva perforato entrambi i lobi frontali del cervello e, secondo gli studiosi, le persone con questo genere di lesione mostrano spesso irrazionalità e difficoltà a elaborare le emozioni.
Si raccomanda di portare il libro di testo in adozione per leggere insieme da pag. 632 a pag. 633 il testo tratto da "Vita activa. La condizione umana" di Hannah Arendt