JAMES JOYCE
Appunti tratti da vari siti
James Joyce nasce a Dublino il 2 febbraio 1882, primogenito di una numerosa famiglia della buona società irlandese, di forte tradizione cattolica e nazionalista che lo iscrive nei migliori collegi cattolici della città, ma Joyce ben presto diventerà intollerante sia alle rigida educazione religiosa sia alla sua città natale.
Nel 1891 le condizioni economiche della famiglia hanno un tracollo, e peggiorano fino ad arrivare alla quasi totale povertà dopo la morte della madre (1903).
Dopo la laurea in lingue moderne, spinto dal proposito di studiare medicina alla Sorbona, si reca a Parigi, dove però rimane poco tempo.
Tornato a Dublino, lavora per un periodo come insegnante privato e nel 1904 sposa Nora Barnacle, che gli rimane accanto tutta la vita, dandogli due figli, Giorgio e Lucia.
Non ama Dublino. La considera una città opprimente, non solo per motivi religiosi ma anche per i conflitti sociali e politici che nei primi del 1900 la assediavano.
Lasciata definitivamente l'Irlanda, si trasferisce prima a Pola e, l’anno seguente, a Trieste - dove insegna inglese e dove rimarrà - salvo una breve parentesi romana fra il 1906 e il 1907 - fino al 1915. E' qui, a Trieste, che conosce Italo Svevo e ne diventa amico.
Nel 1914 pubblica "Dubliners", che aveva scritto tra il 1904 e il 1907. E' una raccolta di 15 brevi storie in cui lo scrittore narra di alcuni abitanti di Dublino: una sorta di "storia morale" del suo Paese che definisce come il "centro della paralisi". In questo libro Joyce divide le storie in 4 gruppi, che corrispondono alle 4 fasi della vita umana: infanzia, adolescenza, maturità e vita senile o vita pubblica. C'è poi, nel testo, lo "spirito della città", fattore unificante. I protagonisti provengono dalle classi medie e medio-basse, accomunati da un senso di afflizione. L'aspetto che accomuna tutte le situazioni è quello della paralisi, che impedisce all'uomo di inseguire i propri sogni e desideri.
Un'altra caratteristica di questi personaggi è il desiderio di fuggire, ma non ne sono capaci, non sono capaci di prendere decisioni e accettano il fallimento e proseguono passivamente le loro vite.
Nel testo i pensieri dei personaggi sono esposti attraverso un discorso diretto e libero che anticipa "l'inconscio" dell'Ulisse. I personaggi di "Dubliners" possono essere paragonati al personaggio dell'inetto di Svevo.
La guerra lo costringe a lasciare Trieste per Zurigo, dove entra in contatto con Ezra Pound (1885 Stati Uniti -1972 Venezia) e intreccia molte amicizie.
Nel 1920 si trasferisce a Parigi, dove rimane vent’anni, frequentando Valéry-Larbaud, Aragon, Eluard, Th.S. Eliot, Hemingway, Fitzgerald, Beckett.
Nel 1922 pubblica "Ulysses", grazie al rapporto di stima con Sylvia Beach, fondatrice della libreria-editrice Shakespeare and Company.
Nell'Ulisse tutti gli episodi narrati trovano una corrispondenza con le vicende del poema omerico, ma il protagonista non è più l’eroe impegnato in gesta memorabili, ma un uomo qualsiasi, ossia l’uomo moderno che deve affrontare i problemi dell’esistenza quotidiana.
Le numerose corrispondenze simboliche che si riscontrano nel testo rivelano quanto l’autore fosse affascinato dalla concezione medievale dell’arte come allegoria, e ad altre opere letterarie tra cui la Divina Commedia.
L’Ulisse è un lungo monologo interiore e tradisce l’influenza della nascente psicoanalisi di Freud.
Joyce è un grande manipolatore di parole ma senza dimenticare la realtà, che tuttavia vede dall'interno.
Nel 1922 inizia la stesura di "Work in progress" che occupa i sedici anni successivi, ed esce nel 1939 col titolo "Finnegans Wake".
Per curare la figlia Lucia, che manifesta sintomi di schizofrenia, - Lucia è la sua musa ispiratrice nella stesura di "Finnegans Wke" - nel 1934 incontra Carl Gustav Jung, grazie al quale approfondisce le conoscenze sulla psicologia del profondo.
Lucia è la sua musa ispiratrice in quanto secondo Joyce lei parlava "la lingua del futuro" e utilizzava un linguaggio particolare per non dire quello che la gente si aspettava.
Lasciata la Francia a causa della guerra imminente, si stabilisce nuovamente a Zurigo, dove muore il 13 gennaio 1941 all'età di 59 anni; muore cieco, a causa di una malattia degli occhi che lo aveva accompagnato per tutta la vita.
E' uno degli autori più rivoluzionari del Novecento.
La portata rivoluzionaria della sua opera riguarda non solo i contenuti che manifestano la conoscenza della nascente psicanalisi, ma anche e soprattutto il linguaggio che, per meglio restituire il ritmo del “flusso di coscienza”, subisce un’opera di decostruzione radicale: nell'ultima parte dell’"Ulysses", Joyce sopprime la punteggiatura; nel Monologo di Molly, uno dei tre protagonisti del racconto, troviamo oltre quaranta pagine di testo con soli due segni di punteggiatura. Questa tecnica viene utilizzata per cercare di riprodurre un flusso incessante di idee e pensieri, proprio come se avvenisse nella mente umana.
Nel "Finnegans Wake", la sua ultima opera, stravolge le parole, realizzando un testo quasi indecifrabile.
Testo della RAI: DA RAI CULTURA
Al Salone del Libro di Torino: Intervista ad Alessandro Bergonzoni e ai due traduttori della prima edizione italiana completa di Finnegans Wake di James Joyce: Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni.
Finnegans Wake è un'opera polisemica, astrusa e impossibile, un flusso di coscienza tutto ambientato all'interno di un sogno del protagonista, un ibrido di quaranta lingue diverse che qualcuno ha definito del tutto intraducibile. Joyce parlava fluentemente molte lingue e ne conosceva tantissime.
L'attore Alessandro Bergonzoni nell'intervista parla della natura contraddittoria e giocosa di quest'opera di Joyce, mentre i due traduttori, Fabio Pedone e Enrico Terrinoni, dell'estrema difficoltà ma anche della meraviglia e della bellezza di tradurre in italiano un'opera così complessa e straordinaria.
Il lavoro di Joyce è pieno di contraddizioni, limitrofie e incomprensioni. Tradurre vuole dire cambiare, la traduzione è un gioco a ping pong con le parole.
Link Video di 6 minuti
Uno dei suoi ultimi lavori che Joyce ha pubblicato in vita, è stata la traduzione in italiano di un passo del suo libro "Finnegans Wake", con l'aiuto di un amico. Come traduceva Joyce? In una lingua che suonasse come italiana. Ma è una lingua che sfonda le barriere della logica e della realtà, ad esempio "dov'è la rabbia esaudita?" Al posto di "dov'è l'arabia Saudita?"
Come hanno tradotto Joyce Fabio Pedone e Enrico Terrinoni? Hanno tradotte dei brani singolarmente e poi li hanno incrociati e ognuno di loro ha rivisto il lavoro dell'altro.
Secondo i due traduttori, le parole del libro sono come un oceano in cui le parole sono le onde e a seconda del momento in cui lo leggi, cambia tutto.
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La letteratura di Joyce è una letteratura che non si spiega.
Nel video sotto, è riportata una lezione all'Università di Padova tenuta dai due traduttori di "Finnegans Wake" e da Alessandro Bergonzoni.
Alessandro Bergonzoni (Bologna 1958) è autore-attore che gioca, come Joyce, con le parole, così ad esempio, al Festival della Filosofia del 2017 dice, per argomentare su Arte lesa, "Fare a meno. Fare ameno. Premi oscar. Premi spingi! Oscar! Voglio fare una mostra, tutto a un tratto. Tutto ha un tratto! La vorrei fare solo di chiodi, ma, chi odi?"
Sembra un pazzo squinternato e delirante e invece tocca, in un crescendo di emozioni, argomenti su degrado e corruzione.
Durante la lezione, nel video al minuto 59:36, Enrico Terrinoni dice: "forse non capirai niente del testo ma capirai tante altre cose".
"Finnegans Wake" è uno spartito?
Link Video di 9 minuti: James Joyce e Dubliners: la paralisi e le rivelazioni
Claudio Gorlier, professore di letteratura dei paesi di lingua inglese all’Università di Torino, offre degli esempi della leggibilità dell'Ulisse di James Joyce. Gorlier definisce lo scrittore irlandese “un grande manipolatore di parole”, che pur non seguendo le sequenze tradizionali, fa salva la struttura narrativa del romanzo; non abolisce la realtà, ma la guarda dall’interno, così come fa con i personaggi. La lettura di due brani del romanzo offre esempi di quanto detto. "L'Ulisse di James Joyce è uno di quei grossi libri impegnativi di cui non si può non parlare, ma che spesso non si legge, perché se ne resta intimiditi". L'incipit del libro: