4A LES as 2017 2018 filosofia
Libro in adozione: Nicola Abbagnano, Gioganni Fornero, L'IDEALE E IL REALE VOL. 2 DALL'UMANESIMO A HEGEL, Ed. Paravia
Marzo 2018 UNITA' 6
Kant
UNITA' 6
Una finestra sull'arte ... per introdurre Kant (con Caspar David Friedrich 1774-1840 e con Yuan Gong 1961)

Caspar David Friedrich, "Il Viandante sul mare di nebbia", olio su tela, 1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo
L'opera rappresenta "L'Estetica del sublime" di Kant.
Kant nella "Critica del giudizio" del 1790 aveva scritto che il "sublime" non riguarda le cose ma il soggetto che le contempla.
La pittura romantica ritrae i paesaggi, ma non è la natura ad attirare l'attenzione degli artisti, quanto il sentimento dell'infinito, che essa suscita, di solitudine e di smarrimento.
Il dipinto fa pensare anche a "L'Infinito", scritto da Leopardi nel 1819

Biennale di Venezia 2011, "Empty Incense", Installazione di Yuan Gong, Padiglione della Repubblica Popolare Cinese, Tese delle Vergini: si tratta di una "nuvola" che avvolge, parzialmente, i visitatori
LEGGERE A PAG. 447 E A PAG. 448 LA TESTIMONIANZA DEL FILOSOFO TEDESCO HERDER ,(1744-1803), CHE CI DESCRIVE KANT, CHE FU SUO INSEGNANTE DAL 1762 AL 1774
Link VIDEO DI 2 MINUTI: PRINCIPI UNIVERSALI E NECESSARI Link VIDEO DI 3 MINUTI: RIVOLUZIONE COPERNICANA
Link VIDEO DI 4 MINUTI: ESTETICA TRASCENDENTALE Link VIDEO DI 5 MINUTI: ANALITICA E DIALETTICA TRASCENDENTALE
KANT E' STATO SPIEGATO DA MAURIZIO FERRARIS IN UN VIDEO EDUFIX DI1 H E 30'
VITA
Kant nasce a Königsberg il 22 aprile del 1724 da una famiglia dalle forti convinzioni religiose a carattere pietistico. Fondatore del pietismo era stato Spener nel 1670 che respingeva la dottrina della predestinazione e della grazia, proponendo una fede operosa con pratiche di pietà.
Compie i primi studi nel Collegium Federicianum. Si iscrive all'Università di Königsberg dove studia fisica e matematica e dove, più tardi, otterrà la docenza, dapprima in varie discipline e, successivamente, in logica e metafisica fino al 1804, anno della sua morte.
Sulla sua tomba viene incisa una frase tratta dalla sua opera "Critica della ragion pura": "Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me".
OPERE più importanti
Si possono dividere in due gruppi:
Gli scritti critici e gli scritti precritici.
Gli scritti precritici sono tantissimi, orientati verso la matematica, la fisica e le scienze naturali.
Ricordiamo il "De Igne" (dissertazione del dottorato), i "Terremoti", la "Teoria dei venti" ecc...
Gli scritti critici sono i più prettamente filosofici. Essi sono:
- "Critica della Ragion Pura" scritta nel 1781;
- "Critica della Ragion Pratica" scritta nel 1788;
- "Critica del Giudizio" del 1790.
Scrive anche opere di pedagogia e antropologia.
CRITICA DELLA RAGION PURA
Il pensiero di Kant è detto "criticismo", dal greco κριτική (τέχνη) o arte del giudicare, ossia arte dell'interrogarsi.
La sua filosofia costituisce il punto di arrivo di tutte le filosofie del 1600 e del 1700: nel suo pensiero è presente la filosofia empirica, di Hume, Hobbes e Locke, che comunque critica per aver fatto derivare tutta la conoscenza dall'esperienza; è presente la filosofia cartesiana, di cui accetta l'impostazione matematica individuandone il limite nella risoluzione del passaggio tra il metafisico e il fisico; è presente il pensiero galileiano che accorda esperienza e matematica.
In ognuno di questi filoni vede, dunque, dei limiti.
Vede la necessità di una conoscenza basata su dati empirici dai quali tuttavia si possano trarre leggi universali.
Questo è il tema della "Critica della Ragion Pura". Qui Kant analizza i giudizi distinguendoli in:
1) Giudizi analitici;
2) Giudizi sintetici.
Nei giudizi ANALITICI il predicato non aggiunge nulla al soggetto.
Esempio: Il triangolo è trilatero: qui, il predicato "è trilatero" non aggiunge nulla al soggetto "triangolo" (non ha nulla a che fare con l'empirico).
Questo giudizio si basa sul principio di identità e non contraddizione.
Questi principi sono la condizione necessaria e sufficiente per la validità di un giudizio analitico che, dunque, è apriori.
Nei giudizi SINTETICI, invece, il predicato aggiunge qualcosa al soggetto.
Esempio: Il tavolo è rotondo.
Il principio di non contraddizione non è più sufficiente per dimostrare la sua validità.
I giudizi sintetici, dunque, sono aposteriori.
Mentre i giudizi analitici non sono estensivi della nostra conoscenza, I giudizi sintetici sono estensivi della nostra conoscenza.
TUTTAVIA
se i giudizi sintetici fossero tutti aposteriori, avrebbe ragione Hume che fonda la conoscenza solo sull'esperienza, negando valori universali.
Ma Kant afferma che non tutti i giudizi sintetici sono aposteriori.
Vi sono, infatti, dei giudizi sintetiti apriori. E la prova si ha nella matematica e nella fisica.
Esempio di matematica: 7 + 5 = 12 dove nel soggetto non c'è nulla del predicato.
Esempio di fisica: nei cambiamenti la quantità di materia rimane invariata.
Questi esempi ci dimostrano che esistono dei giudizi sintetici apriori universalmente validi che però riguardano l'esperienza. (E' la mente umana che ordina i dati sensibili)
Questo modo di ricerca di kant viene definito da Kant stesso RIVOLUZIONE COPERNICANA IN FILOSOFIA. Come Copernico per studiare i moti dei cieli non aveva preteso di ruotare i cieli intorno all'osservatore ma era ruotato su se stesso, così Kant regola o modella l'esperienza, l'oggetto, secondo le facoltà della ragione. Cioè Kant studia il "soggetto conoscente".
(Pag. 460: Non è la mente che si modella in modo passivo sulla realtà ma la realtà che si modella sulle forme apriori attraverso cui la percepiamo).
Dunque, l'intelletto è capace di formulare giudizi sintetici apriori.
Il soggetto è dotato, quindi, di un'attività trascendentale che agisce, attua una sintesi della realtà sensibile.
Una finestra sull'arte ... per meglio comprendere la sintesi kantiana (Magritte 1898-1967)

Magritte, L'Explication, olio su tela, 80X60, dipinto nel 1952 all'età di 54 anni, collezione privata, battuto all'asta per 3.733.000,00 GBP (oggi stimato tra i 4.000.000,00 e 6.000.000,00 GBP)
LEGGERE PAG. 506 e PAG. 507 (QUI RIPORTATE IN FORMATO IMMAGINE PERCHE' IL LIBRO CARTACEO NON LE CONTIENE, PER UN ERRORE DI STAMPA)
LEGGERE PAG. 494, (SOTTO RIPORTATA IN FORMATO IMMAGINE PERCHE' PER UN ERRORE DI STAMPA IL LIBRO NON LA CONTIENE)
Per gli studenti più volenterosi: leggere anche pag. 495 (ONLINE PERCHE' NEL CARTACEO LA PAGINA MANCA PER UN ERRORE DI STAMPA)
Da pag. 459
Per comprendere meglio da dove derivano i giudizi sintetici apriori, si può dire che essi sono la sintesi di elementi apriori e di elementi aposteriori e un esempio semplice è il seguente, tratto dall'informatica: la mente sarebbe simile a un computer che elabora la molteplicità dei dati forniti dall'esterno utilizzando una serie di programmi "interni" fissi che ne rappresentano gli immutabili codici di funzionamento. Per cui, pur mutando incessantemente le informazioni (le impressioni sensibili), non mutano mai gli schemi attraverso i quali esse sono ricevute (le forme apriori).
Popper ha paragonato le forme apriori kantiane a una specie di "schedario" per le osservazioni.
I dati sono "incapsulati" nello spazio e nel tempo.
Tre sono le facoltà che consentono la conoscenza (facoltà conoscitive)
1) La sensibilità;
2) L'intelletto;
3) La ragione.
Lo studio di queste tre facoltà è chiamato rispettivamente:
ESTETICA TRASCENDENTALE;
ANALITICA TRASCENDENTALE;
DIALETTICA TRASCENDENTALE.
Estetica trascendentale
Lo studio della sensibilità è chiamato da Kant estetica trascendentale.
Dal greco αἴσθησις aisthesis sensazione.
La sensibilità è la recettività delle rappresentazioni, cioè gli oggetti ci sono dati attraverso i sensi. L'uomo riceve e raccoglie i contenuti dei sensi attraverso due forme apriori della sensibilità. Esse sono:
1) lo spazio: è la forma apriori del senso esterno, che ci permette di rappresentare gli oggetti esterni;
2) il tempo: è la forma apriori delle nostre intuizioni, cioè del senso interno, ma anche del senso esterno perché è la condizione di ogni fenomeno sia esterno che interno. Infatti noi non possiamo conoscere nulla al di fuori del nesso spazio-temporale.
Il tempo è ciò che congiunge il fenomeno alla forma.
Su queste due forme si fonda la matematica, più precisamente la geometria sulla forma di spazio, l'aritmetica sulla forma di tempo.
LEGGERE A PAG. 499 IL BRANO TRATTO DALL'"ESTETICA TRASCENDENTALE"
Analitica trascendentale
Lo studio dell'intelletto è chiamato da Kant analitica trascendentale.
Se la sensibilità è la recettività delle rappresentazioni, che si attuava tramite le due forme apriori di tempo e spazio, l'intelletto è la capacità di elaborare i concetti.
Kant afferma: "i concetti sono vuoti senza la sensibilità così come la sensibilità è cieca senza i concetti".
Solo dall'unione di sensibilità e intelletto può nascere la conoscenza.
Questa capacità di pensare, di formulare i concetti, è data dalle forme apriori dell'intelletto: le categorie (diverse dalle categorie aristoteliche a carattere realistico). Le categorie di Kant, dunque, sono modi di funzionamento dell'intelletto.
Le categorie sono 12.
Kant realizza una vera e propria tavola delle categorie tratta dalla distinzione dei giudizi in 12 momenti, raggruppati per quantità, qualità, relazione e modalità.
Tavola a pag. 468 MANCANTE NEL LIBRO CARTACEO

Le categorie sono 12 ma questa molteplicità non deve farci pensare a funzioni separate dall'intelletto. La funzione è unica: è l'Io penso o appercezione trascendentale (o Unità della coscienza).
Le conclusioni dell'analitica sono chiare: la conoscenza è sì universale ma rimane nell'ambito del fenomenico. Noi conosciamo solo il fenomeno e non il noumeno (che è l'oggetto in sé come puro intelletto).
LEGGERE A PAG 500 "ANALITICA TRASCENDENTALE" "I CONCETTI PURI DELL'INTELLETTO"
Dialettica trascendentale
Lo studio della ragione è chiamato da Kant dialettica trascendentale.
La ragione tende alla metafisica, alla totalità della conoscenza.
Con la sensibilità e l'intelletto noi siamo in grado di conoscere i fenomeni. Ma la ragione tende a ciò che è al di là del fenomeno e si avvale di tre idee: dell'anima, del mondo e di Dio.
A partire da queste tre idee, la tradizione filosofica ha dato vita a tre scienze che ne studiano, ne hanno studiato, i contenuti: Psicologia, Cosmologia e teologia.
1) LA PSICOLOGICA: si fonda su un paralogismo cioè un ragionamento apparentemente vero ma sostanzialmente sbagliato. Infatti quando si parla dell'Io penso si è portati a considerarlo in sé come sostanza e, dunque, ontologicamente, mentre l'Io penso è solo una forma che riunisce le categorie (tra le quali vi è anche la sostanza) e dunque non è sostanza.
2) LA COSMOLOGICA: Le varie tesi cosmologiche del passato Kant le raggruppa in 4 antinomie, ossia 4 tesi a cui corrispondono 4 antitesi ugualmente sostenibili e dunque insolubili.
Prima tesi: il mondo è in uno spazio limitato ed è stato creato nel tempo;
Prima antitesi: il mondo è infinito ed eterno;
Seconda tesi: il mondo è costruito da parti divisibili;
Seconda antitesi: il mondo è divisibile all'infinito;
Terza tesi: oltre alla causalità naturale vi è una causalità libera;
Terza antitesi: nel mondo tutto accade secondo le leggi della natura;
Quarte tesi: il mondo rimanda ad una causa prima;
Quarta antitesi: nel mondo non esiste nessuna essenza necessaria.
3) LA TEOLOGICA: riguarda Dio: tre sono comunemente le prove relative alla dimostrazione dell'esistenza di Dio, teorizzate nel passato e analizzate da Kant:
1) La prova ontologica: dove si attua un passaggio inspiegato, ex abrupto, dal fenomeno alla metafisica (si ricordi Sant'Anselmo: "Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande" e quindi contiene anche il concetto di esistenza). Quando si dice che Dio esiste siamo di fronte a un giudizio sintetico e quindi possibile solo nell'esperienza);
2) La prova cosmologica: l'ordine del mondo rimanda alla causa prima, ma anche qui si attua un passaggio inspiegabile;
3) La prova fisico-teologica: al più può dimostrare l'esistenza non di un creatore ma di un ordinatore.
Dunque, non esiste una conoscenza metafisica, e le idee della ragione hanno un'azione solo regolatrice.
LEGGERE A PAG 504 "LA DIALETTICA TRASCENDENTALE", "LA FUNZIONE REGOLATIVA DELLE IDEE"
CRITICA DELLA RAGION PRATICA
Nella "Critica della ragion pratica" viene affrontato il problema della morale.
Secondo Kant nell'uomo è presente una legge morale che si presenta come un imperativo che comanda categoricamente.
Kant distingue due tipi di imperativi:
1) L'Imperativo ipotetico: comanda un'azione in vista di un fine determinato che il soggetto si prefigge. Indica il "che cosa devo volere". Ad esempio: "Oggi, io, da giovane, devo lavorare e risparmiare se non voglio soffrire di miseria in vecchiaia. Si riassume in questo modo: "Se vuoi X, allora devi fare Y".
2) L'Imperativo categorico: è la legge del dovere, retto dalla volontà e dalla ragione, e indica non "che cosa" si deve volere ma "come" lo si debba volere. Si riassume con "devi".
Kant formula tre leggi dell'imperativo categorico di cui la prima è quella fondamentale mentre le altre due ne costituiscono un approfondimento.
LEGGERE
1) La prima legge comanda di operare in modo che la massima della propria volontà possa valere come legislazione universale (esprime il carattere formale della legge);
2) La seconda impone all'uomo di trattare l'umanità come fine, non come mezzo (indica il rispetto della persona umana);
3) La terza impone di operare in modo che la volontà possa istituirsi come legislazione universale (la volontà diventa principio razionale di azione).
A proposito di questa terza legge si legga a pag. 528 (DA 28 A 42): il brano è tratto dalla "Fondazione della metafisica dei costumi" scritta da Kant nel 1784 ossia tre anni prima della "Critica della ragion pratica" scritta nel 1787:
Cade, in questo modo, la legge fondata sul principio dei premi e dei castighi.
L'imperativo comporta che l'uomo sia libero.
La legge morale postula la libertà come sua condizione essenziale.
La libertà è la base della legge morale.
La legge morale non solo postula la libertà ma anche l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio.
Questi sono dunque i tre postulati della ragion pratica.
La legge morale indica il sommo bene, possibile solo sul presupposto dell'immortalità dell'anima.
Dio diviene il garante dell'accordo tra felicità e moralità.
Va sottolineato che la libertà, l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio non sono oggetto di conoscenza ma riguardano solo la volontà.
AMMETTERE L'ESISTENZA DEL MONDO NOUMENICO NON SIGNIFICA CONOSCERLO.
In quest'ottica la storia è considerata come un processo il cui inizio si attua con il peccato originale: l'uomo così scopre le sue infinite possibilità della libertà.
Lo stesso peccato non deve essere giudicato o condannato, perché si deve guardare non all'individuo ma alla specie.
Anche quell'ineguaglianza e quell'antagonismo di cui Rousseau si lamentava devono essere visti come condizione necessaria per il perfezionamento della specie.
CRITICA DL GIUDIZIO
Una finestra sull'arte ... le Neuroscienze e l'arte ... e Bill Viola
link VIDEO di 6 minuti
Link video di 25 minuti con Matteo Cerri

L'opera di Caspar David Friedrich, "Il Viandante sul mare di nebbia", olio su tela, 1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo rappresenta "L'Estetica del sublime" di Kant.
Kant nella "Critica del giudizio" del 1790 aveva scritto che il "sublime" non riguarda le cose ma il soggetto che le contempla.
La pittura romantica ritrae i paesaggi, ma non è la natura ad attirare l'attenzione degli artisti, quanto il sentimento dell'infinito, che essa suscita, di solitudine e di smarrimento.
Il dipinto fa pensare anche a "L'Infinito", scritto da Leopardi nel 1819
Mentre nella Critica della ragion pura e nella Critica della ragion pratica prevalgono tendenze illuministiche, nella Critica del Giudizio emergono motivi che avranno grande importanza nel Romanticismo.
Con la natura noi abbiamo non solo un rapporto teoretico e pratico ma anche sentimentale.
Nella Critica del giudizio la parola "giudizio" sta per "facoltà di giudicare".
Kant definisce il giudizio riflettente (da non confondere con il giudizio determinante della Ragion pura).
Il giudizio riflettente non risponde mai a una norma universale ma ad una esigenza interna dell'uomo davanti alla natura: è una specie di "riflesso" sulla natura.
Esistono due tipi di giudizio riflettente:
1) Il giudizio riflettente estetico;
2) Il giudizio riflettente teologico.
Giudizio estetico (αἴσθησις aisthesis)
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Il giudizio riflettente estetico si ha quando si avverte la finalità della natura attraverso il sentimento del piacere o del dispiacere.
Il giudizio estetico è fondato sull'ACCORDO spontaneo TRA IMMAGINAZIONE E INTELLETTO (il bello non è legato a un oggetto ma alla rappresentazione dell'oggetto nell'immaginazione. Il sentimento del bello è un piacere disinteressato e questo piacere è chiamato gusto): il bello è ciò che piace nel giudizio di gusto.
Il bello si distingue dal piacevole perché il piacevole è legato agli organi di senso e agli stati d'animo invece il bello è, sì, soggettivo, ma nello stesso tempo non è relativo, ma universale proprio perché si fonda sull'accordo di due facoltà apriori (Immaginazione e intelletto).
Nello stesso tempo il bello si distingue dal vero (o buono) proprio perché l'accordo è spontaneo e in questo modo viene respinta l'estetica elaborata da Baumgarten che tra bello e vero vedeva solo una differenza di gradi.
Il bello si distingue pure dal buono perché non implica un interesse a priori ma è disinteressato.
Dal bello Kant distingue poi il sublime che nasce dal CONTRASTO TRA L'IMMAGINAZIONE E LA RAGIONE, cioè dal piacere immenso provato nella spinta della ragione verso il metafisico, spinta determinata dalla consapevolezza dei limiti della conoscenza.
Cenni sull'estetica
L'estetica del Sublime fu elaborata per la prima volta nel Trattato del Sublime (I secolo d.C.). Si tratta di uno scritto in cui sono studiati gli effetti che un elemento, o un'opera, esercita sull'animo umano.
Essa supera la concezione mentale del Bello e la sua aspirazione a definire canoni oggettivi.
Tale ricerca sarà sviluppata in modo organico nel XVIII secolo, in chiave preromantica, da Edmund Burke, che nel 1757 pubblica il trattato "A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful" ("Indagine sull'origine delle nostre idee di sublime e di bello"), sostenendo per la prima volta il primato del Sublime sul Bello.
Nell'idea di Burke è sublime "tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore"; il sublime può anche essere definito come "l'orrendo che affascina" ("delightful horror"). La natura, nei suoi aspetti più terrificanti, come mari burrascosi, cime innevate o eruzioni vulcaniche, diventa dunque la fonte del Sublime perché "produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire", "un'emozione non prodotta dalla contemplazione del fatto in sé, ma dalla consapevolezza della distanza insuperabile che separa il soggetto dall'oggetto".
Questo sentimento di terrore però non deve essere vissuto in prima persona, in quanto non sarà più sublime ma paura vera e propria. Quindi è necessario che il fenomeno terribile sia lontano da noi, che siamo invece al sicuro.
Nel 1790, Immanuel Kant, muovendo da una contrapposizione tra estetica del bello ed estetica del sublime, torna su quest'ultimo concetto nella Critica del Giudizio, ampliandolo e distinguendo tra sublime dinamico ("espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l'uomo prende coscienza del limite") e sublime matematico ("che nasce dalla contemplazione della natura immobile e fuori dal tempo").
Di fronte alla magnificenza della natura l'uomo prova dapprima un senso di smarrimento e di frustrazione, ma riconosce poi grazie all'esperienza del sublime la propria superiorità: in quanto unico essere del creato capace di un agire morale, egli è collocato al di sopra della natura stessa e della sua grandiosità.
Al primo tipo appartengono fenomeni spaventosi quali gli uragani o le grandi cascate, al secondo tipo gli spazi a perdita d'occhio del deserto, dell'oceano e del cielo.
La contemplazione di tale spettacolo - nell'idea kantiana - induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e a riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo.
È in questo senso che il concetto di Sublime ebbe un impatto decisivo sull'estetica romantica, che tuttavia tese per lo più a privilegiarne l'aspetto dinamico, spesso in chiave drammatica"
Tra i molti artisti che, a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, hanno interpretato più o meno consapevolmente l'estetica del sublime, merita una menzione particolare il pittore inglese William Turner, i cui uragani, le cui bufere di neve e le cui battaglie marine rappresentano l'incarnazione pittorica di questa idea. Suo complementare è il tedesco Caspar David Friedrich, con tele in cui l'uomo è raffigurato come un minuscolo neo di fronte alla grandezza della natura, mentre la sua controparte inglese è John Constable, con una differente interpretazione del sublime applicata al quotidiano".
O LEGGERE DA PAG 552 A PAG 556 SUL BELLO E SUL SUBLIME
Oppure LEGGERE A PAG 552 1-14, successivamente: Focus group: "Il piacevole e il bello nella mia vita (e il perché, secondo la filosofia kantiana)"
Giudizio teologico
Il giudizio riflettente teologico coglie la finalità della natura come qualcosa di oggettivo, dunque una finalità interna alla natura mediante l'intelletto e la ragione. Per questo l'uomo si serve di un intelletto intuitivo (diverso dall'intelletto discorsivo della ragion pura) non condizionato dalla sensibilità. Tale intelletto intuitivo è ammesso da Kant solo come ipotesi invece da Goethe e Schelling verrà ripreso per indicare una conoscenza diretta della natura portando nell'Idealismo e nel Romanticismo a posizioni lontane da quelle di Kant.
RELIGIONE E DIRITTO CAPITOLO 5 LEGGERE E APPROFONDIRE?
CHE COS'E' L'ILLUMINISMO: Video di 6 minuti circa "Kant e l'Illuminismo"
Nel 1784 il mensile berlinese “Berlinische Monatsschrift” pone agli intellettuali tedeschi una domanda: “Che cosa è l'illuminismo?” (Was ist Aufklärung?). Lo scopo dichiarato è quello di “illuminare noi e i nostri concittadini. Il rischiaramento di una città grande come Berlino presenterà ostacoli; se però essi sono rimossi, la luce si propagherà non soltanto in provincia, ma anche nell'intero paese. E quanto felici noi saremmo se anche soltanto alcune scintille qui prodotte diffondessero con il tempo una luce sull'intera Germania nostra patria comune!”. Nel dicembre 1784 Immanuel Kant pubblicò sulla stessa rivista la celebre “Risposta alla domanda: Che cosa è l'illuminismo?”.
Proponiamo la lettura del testo kantiano nella traduzione di Piero Martinetti (1872-1943), uno dei massimi studiosi italiani del kantismo.
I. Kant, Risposta alla domanda: Che cosa è l'illuminismo?
Illuminismo (Aufklärung) è la liberazione dell'uomo dallo stato volontario di minorità intellettuale. Dico minorità intellettuale, l'incapacità di servirsi dell'intelletto senza la guida d'un altro. Volontaria è questa minorità quando la causa non sta nella mancanza d'intelletto, ma nella mancanza di decisione e di coraggio nel farne uso senza la guida di altri. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! Questo è il motto dell'illuminismo.
La pigrizia e la viltà sono le cause perché un così grande numero di uomini, dopo che la natura li ha da un pezzo dichiarati liberi da direzione straniera (naturaliter majorennes), restano tuttavia volentieri per tutta la vita minorenni; e perché ad altri riesce così facile il dichiararsene i tutori. È così comodo essere minorenne. Se io ho un libro che ha dell'intelletto per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che giudica del regime per me e così via, io non ho più alcuno sforzo da fare. Se pago, non ho più bisogno di pensare: c'è chi se ne prende la briga per me. E che la maggior parte dell'umanità (tra cui tutto il bel sesso) tenga la liberazione non solo per incomoda, ma anche pericolosa, è cura dei sopradetti tutori, i quali si sono benignamente assunti la sovrintendenza. Dopo d'aver reso stupido il loro bestiame e d'aver impiegato ogni cura perché questi tranquilli esseri non osino muovere un passo fuori del carruccio da bambini, in cui li hanno chiusi, essi mostrano loro in appresso il pericolo che li minaccia se s'arrischiano a camminare da soli. Certo il pericolo non è grande e dopo qualche capitombolo alla fine imparerebbero a camminare: ma un caso di questo genere li rende timidi e li dissuade generalmente da ogni ulteriore tentativo.
È quindi per ogni singolo cosa difficile l'uscire da questa tutela diventata quasi in lui natura. Egli l'ha anzi presa in affezione ed è per il momento realmente incapace di servirsi del suo intelletto, perché non vi è mai stato abituato. Le regole e le formule, questi strumenti meccanici dell'uso razionale o piuttosto dell'abuso dei suoi doni naturali, sono le catene che lo tengono in questa perpetua tutela. Chi le gettasse lungi da sé, non farebbe anche sopra il più piccolo fosso che un salto malsicuro, perché non avvezzo a liberi movimenti. Pochi sono perciò quelli che sono riusciti, per una autoeducazione del proprio spirito, a liberarsi dalla tutela e tuttavia ad acquistare un incedere sicuro.
Più facile è che si illumini da sé una collettività; anzi è quasi, quando ne abbia la libertà, inevitabile. Perché si trovano sempre, anche tra quelli preposti come tutori della grande massa, alcuni che pensano da sé e che, dopo d'avere scosso da sé il giogo della tutela, cercano di diffondere intorno a sé lo spirito d'un razionale apprezzamento del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. Degno di nota è questo: che il pubblico, il quale è stato dai suoi tutori sottoposto a questo giogo, costringe essi stessi in seguito a non uscirne, quando venga a ciò aizzato da quelli, fra i suoi tutori, che sono impenetrabili ad ogni illuminazione: tanto pericoloso è il seminare dei pregiudizi, i quali alla fine si volgono contro quelli stessi o i successori di quelli stessi, che li hanno seminati. Quindi un pubblico non può essere illuminato che lentamente. Una rivoluzione potrà produrre la fine di un despotismo personale e d'una oppressione cupida e dispotica; ma nuovi pregiudizi serviranno, come gli antichi, a dirigere ciecamente la grande moltitudine che non pensa.
Per questa illuminazione non s'esige tuttavia altro che libertà e invero la più innocente di tutte le libertà: quella di fare pubblicamente uso del proprio intelletto in tutti i punti. Io odo bene da tutte le parti esclamare: Non ragionate! Il militare dice: Non ragionate, ma fate l'esercizio! L'agente delle tasse dice: Non ragionate, ma pagate! Il prete dice: Non ragionate, ma credete! Qui abbiamo tante limitazioni della libertà. Ora quale limitazione è contraria alla illuminazione? E quale non vi è contraria, ma anzi vi contribuisce? Io rispondo: il pubblico uso della ragione deve sempre essere libero ed esso solo può servire ad illuminare gli uomini; l'uso privato della stessa deve invece essere spesso molto strettamente limitato, senza che ciò particolarmente noccia al progresso dell'illuminismo. Io intendo per uso pubblico della ragione quello che uno ne fa, come studioso, dinanzi al pubblico dei lettori. Intendo per uso privato l'uso che egli deve fare della propria ragione in un dato posto od uffizio civile a lui affidato. In quelle pratiche, le quali riflettono il pubblico interesse, è necessario un certo meccanismo, per virtù del quale alcuni membri della comunità debbono comportarsi del tutto passivamente, affine di poter essere indirizzati, per un artificioso accordo, verso le finalità pubbliche o almeno essere trattenuti dalla loro distruzione. Qui certo non è lecito ragionare: bisogna ubbidire. Ma in quanto questo membro del meccanismo statale si considera come membro della comunità, anzi della umanità civile, quindi in qualità di studioso, esso può benissimo ragionare senza che ne soffrano gli affari, ai quali esso, come membro passivo, è applicato. Così sarebbe esiziale se un militare, comandato dai superiori, volesse in servizio apertamente ragionare sulla convenienza o sull'utilità dei comandi: egli deve ubbidire. Ma non può equamente venir impedito, come studioso, di fare osservazioni sulle deficienze del servizio bellico e di sottoporle al giudizio del pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare le imposte: anzi un biasimo indiscreto, nell'atto che si paga, può essere punito come uno scandalo (che potrebbe provocare una resistenza generale). Ma con tutto ciò lo stesso non agisce contro il dovere di cittadino quando, come studioso, esprime pubblicamente i suoi pensieri contro l'inopportunità ed anche l'ingiustizia di tali imposizioni.