Le dinamiche della cultura

4C Lsu as 2017 2018 antropologia

Libro in adozione: Vincenzo Matera, Angela Biscaldi, ANTROPOLOGIA, Ed. Deascuola

Aprile 2018 UNITA' 3 






Le dinamiche della cultura
 UNITA' 3


3.1 Potere conflitto e cambiamento culturale

Da pag. 122 a pag. 130
Non esistono cultura e società "pure", ossia chiuse e autosufficienti, perché una società, e quindi la sua cultura, è sempre soggetta a contatti con altre culture e società, per diversi motivi:
per motivi commerciali, per alleanze politiche, per matrimoni ecc.... In Nuova Guinea, ad esempio, la tradizione prescrive che ci si sposi con gente straniera affinché la cultura dei suoi abitanti sia sempre ampiamente aperta verso gli altri.
Tutti gli uomini, per loro natura, sono spinti da una forza centrifuga che li proietta a cercare nuovi schemi di pensiero e di comportamento e, quando essi si spostano, potano con sé idee, valori, modi di comportamento e perfino oggetti che, in tal modo, si diffondono. Così, elementi culturali vecchi si sommano ai nuovi.

Il conflitto
In ogni società ci sono dimensioni conflittuali.
La risoluzione dei conflitti dipende dal tipo di organizzazione della società:
Esistono, infatti, "società bande" (soprattutto nell'antichità, erano società di cacciatori), "società tribali" (nei villaggi), "società dominio" (nel passato: gruppi di società con un "capo") e "società statuali".
E' bene precisare che, quella appena delineata, è di una classificazione sociale che non ha molti riferimenti nella realtà ma è stata elaborata dagli antropologi per scopi puramente analitici.
Analizziamo, dunque, solo le "società statuali".
Negli Stati-nazione esistono forme molto articolate di prevenzione dei conflitti.
Nelle società statuali c'è una divisione in classi, tra le quali si instaura un rapporto di subordinazione.
I conflitti tra le classi sono stati oggetto di teorizzazioni da parte di studiosi quali Marx o Gramsci.
I conflitti possono nascere all'interno di un gruppo sociale ma anche tra un gruppo sociale e l'altro.
Talvolta essi possono assumere forme di "vendetta" che possono essere anche "di lunga durata".
ESEMPI: forme di vendetta esistono nei confronti di "chi ha tradito", per esempio i pentiti di mafia o di camorra, che consistono in uccisioni di parenti: possono avvenire anche a distanza di tempo dall'"offesa" ricevuta.
Il conflitto che comporta l'aggressione e l'uccisione di altri esseri umani sembra essere una caratteristica di tutte le società umane.

I confini dell'umano
Molte volte i comportamenti aggressivi diventano legittimi se sono rivolti contro "estranei", stranieri, considerati "nemici", ossia al di fuori dei confini dell'umanità. 
Questo atteggiamento è stato definito dagli antropologi "doppia morale": gli atti di violenza collettiva vengono razionalizzati come atti "legittimi" e non di sfrenata crudeltà.
Per giustificare atti di violenza, talvolta viene utilizzata anche la religione. Ad esempio un reverendo degli Stati Uniti, Michael Bray, ha appiccato il fuoco in alcune cliniche dove si praticavano aborti.
Quando la violenza diventa di Stato, l'ideologia rende il nemico "disumano" e legittima l'aggressione nei suoi confronti: ESEMPIO: nessuno è stato punito per gli assassini e le persone scomparse tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta in Argentina, Cile, Guatemala.

Nel primo video: intervista RAI.
L'espressione desaparecidos (letteralmente "scomparsi" in spagnolo, si riferisce alle persone che furono arrestate, dalla polizia dei regimi militari argentino, cileno e di altri Paesi dell'America latina, per motivi politici, o anche semplicemente accusate di aver compiuto attività "anti governative",  e delle quali si persero in seguito le tracce.
Le madri delle persone scomparse sono anche dette "le madri dai fazzoletti bianchi" (indossavano fazzoletti bianchi in testa, durante le proteste). 

Nel secondo video: Storie di donne, madri e mogli, coinvolte nel processo contro i militari ai vertici della Scuola Meccanica della Marina (ESMA), che negli anni '70, durante la dittatura militare argentina, sequestrarono, torturarono e uccisero più di 5000 uomini fra cui molti immigrati italiani. Le testimonianze rivelano le atrocità e le sevizie subite da chi perse la vita e da chi scampò a quel tragico evento.

    

"Etnicità negativa"
Secondo il keniota Koigi Wa Wamwere, eiste una "etnicità negativa" che in molti Paesi, come Ruanda, Burundi, Somalia, Siria ecc. porta a veri e propri massacri tra "neri contro neri": "quando iniziamo a immaginare di essere superiori per la nostra religione, per ciò che mangiamo, la nostra lingua, la cultura e perfino il nostro aspetto".



Video: "Un mondo a parte" è un film del 1988 diretto da Chris Menges, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 41º Festival di Cannes.
Basato sulla storia di Ruth First, giornalista bianca in lotta contro il regime sudafricano che sarà col marito leader del movimento anti-Apartheid e del Partito Comunista Sudafricano, la pellicola è uno spaccato della vita nel Sudafrica al tempo del suddetto regime. Narrato dal punto di vista della figlia maggiore della protagonista, costretta a subire le angherie dei compagni e di un mondo che, a causa delle idee della madre, gradualmente la rifiuta. Tale sentimento di rigetto sociale porterà la ragazza ad una maturazione personale e politica.




Il termine "apartheid" significa "separazione".
Deriva dalla lingua dei boeri, i primi colonizzatori, di origine olandese, del Sudafrica, favorevoli a una politica razzistica. 
Benché elementi di segregazione razziale fossero stati introdotti nel Sudafrica già all'inizio del Novecento, è nel secondo dopoguerra che l’apartheid prende definitivamente forma con l’entrata in vigore di una serie di leggi che negano ogni diritto politico, sociale ed economico ai neri.
Il periodo di segregazione razziale e di lotte politiche si concluderà solo nel 1994 con le prime libere elezioni, seguite, l’anno successivo, dall'elezione a presidente di Nelson Mandela.







Scheda di approfondimento da pag. 126 a pag. 127
La teoria conflittualista secondo Marx ed Engels
Secondo Marx ed Engels, i conflitti si creerebbero quando si creano due classi sociali: una che acquisisce il controllo, ossia la proprietà, dei mezzi di produzione (macchinari e terreni) che, quindi, può far aumentare la propria ricchezza traendo vantaggio dal plusvalore del lavoro effettuato dagli operai, e l'altra classe, formata dagli operai, ossia il proletariato, che lavora.
Ma, Marx ed Engels si chiedono: perché un operaio accetta la condizione del proprio sfruttamento? 
Perché i proprietari scelgono ed eleggono rappresentanti che approvano leggi a tutela degli interessi dei proprietari stessi, ma anche perché le leggi determinano condizioni tali da promuovere, nel proletariato, l'idea che il dominio dei proprietari sia un bene per tutti. E tale convincimento viene introdotto nelle coscienze del proletariato attraverso vari mezzi:
attraverso la religione (la chiesa può incoraggiare le classi povere ad accettare il loro destino), oppure attraverso i mass media (che possono convincere le persone incolte a non essere degne di appartenere alla classe dirigente), oppure attraverso la scuola (resa talmente costosa da essere appannaggio di pochi).
Il solo modo attraverso il quale le classi subalterne possono cambiare questa situazione è la rivoluzione violenta per riappropriarsi, alla fine, dei mezzi di produzione, in modo da riappropriarsi anche del plusvalore del proprio lavoro.







3.2 Tradizione e modernità

Da pag. 131 a pag. 136
La nostra società attribuisce un valore positivo talvolta alla tradizione, e in questo caso si sottolinea l'assenza di cambiamenti come garanzia di serietà, di qualità e di "purezza", talaltra attribuisce un valore positivo alla modernità, come innovazione rivoluzionaria.

ESEMPIO di valore positivo attribuito alla tradizione, nella pubblicità: "la nostra famiglia produce olio da tre generazioni", oppure "abbigliamento dal 1956" ecc.
ESEMPIO di valore positivo attribuito alla modernità, nella pubblicità: "prodotto tecnologico di ultima generazione" oppure "programma politico all'insegna delle riforme" ecc.

             

Spesso, soprattutto nella pubblicità, la combinazione di tradizione e modernità risulta essere assai vincente.
DEFINIZIONE: La tradizione è il processo di trasmissione di un bagaglio di conoscenze da una generazione all'altra.
DEFINIZIONE: L'innovazione è l'introduzione di uno o più elementi nuovi all'interno di una società.
Tuttavia nel processo di trasmissione di una tradizione, da una generazione all'altra, può accadere che la tradizione venga leggermente mutata, interpretata.
Questo processo di modificazione minima di una tradizione viene definito "deriva generazionale".


Diffusione, acculturazione, diversità locale

DEFINIZIONE: la diffusione culturale è un tipo di mutamento culturale che ha luogo per contatto, diretto (con popolazioni vicine) oppure per contatto mediato (con popolazioni lontane), tra culture differenti e che risulta dall'assunzione volontaria di tratti culturali altrui (per esempio la diffusione della cucina etnica o il modo di salutare o di ringraziare). 

              

DEFINIZIONE: l'acculturazione è un termine usato dagli antropologi per indicare una situazione di contatto tra culture diverse dotate di diverso potere, con i cambiamenti che ne derivano e che consistono generalmente nel fatto che la cultura meno potente è socializzata ai tratti culturali di quella dominante, pur mantenendo aspetti della propria. 
Si tratta sostanzialmente di "un prestito massiccio di tratti culturali che avviene nel contesto di relazioni intersocietarie fondate sulla subordinazione".

DEFINIZIONE: la diversità locale è la sostituzione, momentanea, di una diversità con un'altra diversità. Esempio: parlo inglese al lavoro e l'hurdu (asiatico) in famiglia; faccio studiare il ladino ai miei figli ma ho intenzione di iscriverli alla Bocconi; bevo la coca cola e mangio al McDonald ma bevo e mangio anche bibite e cibi locali italiani. 




3.3 Oralità e scrittura

Da pag. 137 a pag. 140
La scrittura è considerata lo spartiacque tra le società "primitive" e le società "moderne". Questo giudizio è dato dal fatto che essa determina cambiamenti notevoli all'interno della società.
Nel libro dal titolo "L'addomesticamento del pensiero selvaggio" del 1977, l'antropologo britannico Jack Goody ha affermato che le società che possiedono la scrittura sono molto diverse da quelle che non la possiedono o che ne fanno un uso marginale.
Egli fa una distinzione tra "culture orali" e "culture scritte".
La scrittura impone strategie conoscitive specifiche, differenti da quelle del parlato.




Il linguaggio parlato

             
                    Linguaggio ordinario                                Linguaggio formalizzato
Il linguaggio parlato si distingue in linguaggio ordinario e linguaggio formalizzato.
Il linguaggio ordinario è quello della comunicazione ordinaria che usiamo tutti i giorni con i nostri conoscenti, in genere con le persone con le quali siamo in confidenza.
E' un linguaggio non pianificato, accompagnato da gesti ed espressioni che comunicano disponibilità oppure dissenso o diffidenza, simpatia ec.
Il testo orale vive nell'ascolto e nell'interazione, non solo per la conversazione ma anche per la narrazione.
Il linguaggio formalizzato è quello usato con interlocutori autorevoli. 
Richiede massima attenzione e costruzione del testo, organizzato e pianificato. 


Il linguaggio scritto


Il linguaggio scritto è trasportabile, lontano dal luogo di produzione; può essere interpretato in vari modi; può essere letto da persone di differente livello sociale.
Esso è caratterizzato da una conoscenza linguistica relativa alla costruzione di proposizioni, costruzioni passive, uso di aggettivi, elevato numero di parole ecc.
Alla scrittura l'antropologo britannico Jack Goody collega la logica e la razionalità.
La scrittura consente, inoltre, costruzioni non possibili nell'oralità, ad esempio due elenchi in due colonne ravvicinate per un confronto.
Consente di stabilire nessi orizzontali e verticali.
Consente di sviluppare sillogismi.
Consente di annotare quantità La per effettuare operazioni ecc.
Talvolta la forma scritta assume grande valore e diventa modello ideale, in letteratura.
Secondo David Olson, psicologo cognitivo canadese nato nel 1935, la scrittura esercita lo sviluppo delle capacità cognitive.
Inoltre, egli sostiene che anche la scienza è caratterizzata dalla scrittura: per metafora, sostiene che "i fenomeni della natura" non sono altro che il "libro della natura".


L'alfabetizzazione
Il sistema dell'educazione primaria, con il progetto di alfabetizzazione, prevede la capacità di leggere e scrivere.
La scuola attiva un processo di trasformazione del sapere che aumenta il livello di astrazione: nozioni nuove, di altri Paesi, animali esotici ec., lontano dal sapere dell'esperienza, si mescolano alle nozioni già note.
L'alfabetizzazione permette un'educazione formale che induce l'abitudine a riflettere su ciò che si sa.

Nel VIDEO: Manzi e l'analfabetismo
Alberto Manzi: Roma, 3 novembre 1924 – Pitigliano, 4 dicembre 1997.
Immagini di repertorio Rai e Centro Manzi dell'attività pedagogica e televisiva del maestro Alberto Manzi.

Un po' di storia, er comprendere il video
1923 Riforma Gentile: innalza l'obbligo a 14 anni. Le scuole medie acquisiscono un doppio canale. 






3.4 La cultura come conoscenza

Secondo l'antropologo britannico Edward Burnett Tylor (1832-1917) (si veda l'Unità 1 as 2016/2017), la cultura è "CONOSCENZA" nel senso che si acquisisce attraverso la partecipazione ai processi sociali: dunque, si apprende.
Secondo l'antropologo svedese contemporaneo Ulf Hannerz (1942), la cultura è "qualcosa di appreso, trasmesso, tramandato, di generazione in generazione, spesso nelle interazioni faccia a faccia". 
Ma allora viene da porsi le seguenti domande:
Come si apprende la cultura? E come si trasmette alle generazioni successive?
Si apprende tramite l'imitazione e l'istruzione
E si apprende sia dai parenti (nonni, genitori, fratelli, familiari in genere), sia da altre persone (a scuola, dagli amici, al lavoro, al bar, durante le attività sportive ec.).
Ma si apprende anche dai libri, da internet, dalla televisione, dal cinema, dalle opere d'arte, dalle cerimonie religiose e non.
Secondo l'antropologo statunitense contemporaneo Ward Goodenough (1919-2013), "la cultura è tutto ciò che è necessario conoscere per agire in modo accettabile da parte dei membri della società".
Tutte queste affascinanti definizioni di cultura hanno portato a distinguere tra un sapere culturale proposizionale e un sapere culturale procedurale.
Il sapere culturale proposizionale è teorico ed enciclopedico: è un tipo di sapere che richiede il recupero di un'informazione archiviata nella memoria, come ad esempio "che cos'è un cane", "il fumo fa male", "nelle case ci si abita" ec.
Il sapere culturale procedurale è di tipo pratico, implicito nelle nostre azioni e difficilmente esplicabile a parole, come ad esempio la conoscenza della strada che percorriamo ogni mattina, oppure cucinare, o fare a maglia ec.
E' un sapere che coinvolge non solo la mente ma anche il corpo.

Dunque, gli antropologi cognitivi utilizzano la "metafora della mente come computer": sono convinti che la cultura sia conoscenza, e considerano la mente umana come un processore di un computer che elabora un programma stabilito grazie a processi psicologici determinati dal bagaglio degli esseri umani.





3.5 La cultura come comunicazione

Così come l'antropologia cognitiva era legata alla "metafora della mente come computer", l'antropologia che vede la "CULTURA COME COMUNICAZIONE" è legata alla "metafora della cultura come testo".
L'antropologia della cultura come comunicazione è un'antropologia comunicativa: "è come cercare di leggere non i caratteri alfabetici ma esempi di comportamento.
Portare una cravatta, strizzare un occhio a un compagno, oppure colorarsi i capelli in un certo modo sono considerate unità culturali che comunicano e che vanno interpretate.

Lettura dell'esempio a pag. 145
Lettura "La forza comunicativa della cultura a pag. 145






3.6 La cultura come pratica

Nella "CULTURA COME PRATICA" i ruoli centrali sono rappresentati dal corpo e dall'habitus.
Il corpo reca i segni della cultura che abbiamo interiorizzato:
I modi in cui ci muoviamo, guardiamo, ridiamo, parliamo ec. sono modi culturali inculcati attraverso le nostre relazioni avute nell'infanzia con genitori, parenti, amici ec.
Noi siamo il prodotto della storia che abbiamo vissuto a contatto con la società ec.
L'habitus, invece, teorizzato dall'antropologo Pierre Bourdieu (1930-2002), consiste in una serie di nozioni che ci indicano "come" agire nelle pratiche quotidiane che ripetiamo per abitudine, ad esempio come aprire e chiudere una porta, come accendere la luce, come bere un bicchiere d'acqua, come ascoltare la musica ec.
Secondo la prospettiva della "cultura come pratica" sembra che la cultura non sia né qualcosa di esclusivamente esterno agli individui, come ci suggerisce la "cultura come comunicazione", né qualcosa di esclusivamente interno, come ci suggerisce la "cultura come conoscenza":
La cultura come pratica è un agire abituale e ripetitivo che comunque è esposto all'improvvisazione e alla creatività: da un lato riproduciamo continuamente le stesse azioni, dall'altro esse contengono sempre, rispetto a quelle precedenti, qualche elemento di novità, anche minimo, e non sono mai del tutto uguali.

Leggere "Il corpo" a pag. 147
Leggere "La danza" di F. Tamisari, a pag. 150
 






3.7 L'antropologia e il mutamento sociale e culturale

Dalle ultime 7 righe di pag. 153 a pag. 155
Con l'intensificarsi del colonialismo, gli antropologi si interessano di società i cui cittadini sono ormai diventati "cittadini" dei loro Stati; gli antropologi si interessano, quindi, di culture non autonome né indipendenti politicamente, ma dominate.
E' per questo che essi abbandonano l'approccio dell'osservazione partecipata teorizzata da Malinowschi, per orientare i loro studi su un altro modello di analisi: quello dell'"analisi situazionale", studiando singoli casi ed eventi determinati.
Questo è il nuovo approccio sia della Scuola i Manchester, fondata da Max Gluckman che vede la presenza anche del suo allievo Victor Turner, sia dell'"antropologia marxista" che vede nomi come George Balandier, Roger Bastide, Claude Meillassoux e Maurice Godelier.


La scuola di Manchester (Max Gluckman e Victor Turner)

Max Gluckman
Il fondatore della Scuola di Manchester è Max Gluckman (1911-1975). 
Nato in Sudafrica, dove studia antropologia, diviene il direttore di uno dei centri più attivi nello studio delle trasformazioni sociali.
Egli studia il conflitto sociale all'interno delle società africane e le situazioni sociali prodotte dal colonialismo, e mette in luce che le società "tradizionali" e le società dei bianchi hanno molti rapporti tra loro e che, quindi, lo studio delle società in isolamento non era fondato.
Gluckman si concentra sui concetti di competizione (opposizione tra individui), lotta, (scontri sempre individuali ma con ripercussioni più grandi rispetto ai precedenti), conflitto (opposizioni tra gruppi sociali prodotte con una certa regolarità, ad esempio guerre, come accadeva tra i Bemba della Rodesia), e contraddizione.
Mentre i primi tre concetti non portano a modificazioni dell'assetto sociale, le contraddizioni portano a trasformazioni radicali della società. 
Gluckman privilegia lo studio dei meccanismi attraverso i quali una società ritrova il suo equilibrio.
A questo scopo è importante il ruolo dei processi rituali che agiscono come liberazione dalle tensioni: ad esempio, la lotta tra due pretendenti al trono o tra giovani e anziani, una volta incanalata verso modelli prestabiliti, fa sì che i conflitti abbiano un ruolo positivo.


Victor Turner

Esponente della Scuola di Manchester (1920-1983), è allievo di Max Gluckman.
Svolge le sue ricerche sulla popolazione Ndembu della Rodesia del Nord, attuale Zambia.
E' il padre della cosiddetta "antropologia del teatro".
Conia l'espressione "dramma sociale" per definire la dimensione conflittuale che coinvolge gli Ndembu.
Anche Turner sostiene che il conflitto è utile per mantenere l'unità.
Egli pone particolare attenzione alle strategie e alle scelte compiute dagli individui nel corso dei conflitti, ad esempio come vincere una disputa legata alla successione di una carica oppure una disputa per un'eredità.
Quindi, studia non il villaggio nel suo complesso, ma le singole situazioni che ne alternano l'equilibrio, ad esempio, la tensione di principi di discendenza e di residenza contrastanti, come quello matrilinere (un uomo ha diritto di risiedere con i propri parenti materni e ha il diritto alla successione o all'eredità, sempre sulla base dei legami materni) e quello virilocale (un uomo può portare la moglie nel proprio villaggio), per cui gli stessi uomini che hanno obblighi nei confronti del gruppo materno vorrebbero tenere presso il loro villaggio le donne e i figli adulti che, a loro volta, hanno obblighi verso altri villaggi: i singoli individui, quindi, devono scegliere come raggiungere un equilibrio tra due spinte contrapposte. 
Un altro aspetto studiato da Turner è il "simbolismo" nel rituale.  
Egli scrive "La foresta dei simboli" nel 1967 e "Il processo rituale" nel 1969, sull'uso complesso dei simboli utilizzati dagli Ndembu, in termini di valori sociali: ad esempio i riti di iniziazione o di passaggio durante i quali si esprime socialmente il cambiamento di uno status di un individuo, da adolescente ad adulto.

  
  Ndembu

 3.8 L'antropologia marxista

Da pag. 158 a pag. 160
Agli inizi degli anni Sessanta del Novecento emerge un'antropologia di stampo marxista, specialmente in Francia.
Secondo la prospettiva marxista i processi di produzione sono la chiave per leggere i processi sociali.
Come l'antropologia britannica, l'antropologia marxista è anch'essa "africanista".
Esponenti di spicco dell'antropologia francese sono George Balandier (1920-2016) e Roger Bastide (1898-1974). Ma anche Claude Meillassoux (1925-2005) e Maurice Godelier (1934).

                              
                      George Balandier fotografato nel 2000      Roger Bastide

                              
                     Claude Meillassoux               Maurice Godelier

George Balandier (1920-2016) è il fondatore dell'antropologia "dinamista".
Balandier mette in luce, nelle situazioni coloniali, i legami tra le società tradizionali e la società occidentale, che gli antropologi precedenti avevano negato per giustificare la distanza tra la "società di provenienza dell'antropologo" che effettua lo studio e il "luogo" dove l'antropologo si reca per studiare la cultura diversa dalla loro.
Gli antropologi del passato avevano seguito una visione etnocentrica che l'antropologo statunitense Dell Hymes (1927-2009) aveva definito "colonialismo scientifico": infatti, essi avevano "esportato", nel proprio Paese di provenienza, informazioni sull'"altro Paese", trasformandole in articoli, libri e conferenze, oppure avevano esportato oggetti e manufatti esponendoli nei musei o vendendoli come "arte primitiva".
Secondo Balandier la situazione coloniale ha determinato trasformazioni notevoli sia a causa delle dominazioni alle quali le popolazioni sottomesse sono state sottoposte ("dinamiche esterne") sia per logiche proprie delle società sottomesse ("dinamiche interne"): ne è risultato un mescolamento complesso, una sintesi originale fatta di significati e valori locali uniti a significati e valori occidentali.

Leggere, in classe, "La situazione coloniale" di George Balandier, tratto da "Le società comunicanti" del 1969, a pag. 164

Anche Roger Bastide (1898-1974) studia i legami tra culture diverse e, in particolare, tra le varie religioni praticate dai discendenti delle diverse culture afro-americane che erano presenti in Brasile e che derivavano da gruppi di schiavi africani là importati nei secoli precedenti: egli parla di sincretismo.


Leggere, in classe, "Il sincretismo mistico nell'America Latina" di Roger Bastide, tratto da "Noi e gli altri" del 1971, a pag. 165


Nel video "Macumba", un rituale religioso di alcuni neri del Brrasile






Claude Meillassoux (1925-2005) è allievo di Balandier.
Usando una prospettiva marxista, egli studia i Gouro della Costa d'Avorio.


Come il suo maestro Balandier, Claude Meillassoux cerca di ridisegnare il quadro della situazione coloniale ponendosi la seguente domanda:
Come si riproduce una società non capitalista, soggetta a trasformazioni indotte dal contatto con un sistema sociale capitalista?
Secondo Meillassoux la risposta andava cercata nell'analisi del consumo della comunità domestica dei Gouro.
Studiando i rapporti di produzione, cioè le relazioni che legano le risorse e la manodopera, egli nota che le società tradizionali africane ben si integravano con l'economia capitalista: sottolinea, in modo particolareggiato, come tra i Gouro i rapporti di produzione fossero basati sulla asimmetria tra anziani e giovani:
I giovani dipendevano dagli anziani che controllavano le risorse materiali.
I giovani (forza lavoro) lavoravano per gli anziani e potevano sposare una donna solo quando l'anziano cedeva al giovane l'autonomia. 
Quindi, il ciclo di produzione (agricola) e quello di riproduzione (la procreazione) secondo Meillassoux, sono strettamente connessi. 

Maurice Godelier, invece, del pensiero marxista tocca il rapporto tra infrastruttura (condizioni materiali) e sovrastruttura (insieme delle idee).
In questa analisi di stampo marxista, egli parte dallo studio dei rapporti di parentela: sostiene che la parentela sia, allo stesso tempo, sia una infrastruttura che una sovrastruttura.
La parentela è una infrastruttura in quanto è un mezzo per controllare i rapporti di produzione, ma è anche sovrastruttura in quanto è un mezzo per controllare i rapporti politici e di religione.

Leggere, in classe, "Il ruolo della parentela nelle società primitive" di Maurice Godelier, tratto da "Antropologia e marxismo" del 1977, a pag. 166





3.9 Diffusione e limiti dell'osservazione partecipante

Nell'Unità 2.7, nell'as 2016/17 avevamo studiato Malinowski:
Ricordiamo insieme gli appunti dell'anno scorso:

Bronislaw MALINOWSKI nasce in Polonia, a Cracovia, (all'epoca sotto l'impero austriaco) nel 1884, dove si laurea in fisica.
Nel 1910 si trasferisce a Londra dove si dedica agli studi di antropologia.
Nel 1914, da Londra, si reca a Melbourne per un convegno quando scoppia la Prima Guerra mondiale. E' così che rimane in Australia: da Melbourne si reca nella Nuova Guinea, e da qui nelle isole Trobriand dove rimane per quattro anni, dal 1914 al 1918, conducendo ricerche sulle popolazioni indigene e sui "kula" (scambio simbolico di doni).
Torna a Londra, dove insegna antropologia all'università.
Nel 1938, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si trasferisce negli Stati Uniti dove insegna allo Yale. 
Insieme a Radcliffe-Brown, Malinowski è considerato il fondatore della scuola FUNZIONALISTICA britannica, anche se tra i due antropologi sociali vi sono numerose e importanti differenze teoriche. 
La sua prolungata permanenza con gli indigeni delle isole Trobriand, quattro anni continuativi, ha fatto di lui il teorico dell'"osservazione partecipante", il metodo che, grazie a un lungo periodo di ricerca sul campo, permette all'antropologo, attraverso l'apprendimento del linguaggio e la condivisione delle pratiche della vita quotidiana, di immedesimarsi con il popolo studiato.
Muore negli Stati Uniti nel 1942.

 Anno 1918: Malinowski fotografato nelle isole Trobriand               Isole Trobiand
                                       




Negli anni successivi, la nuova prassi di ricerca sul campo dal punto di vista della metodologia antropologica è caratterizzata dai seguenti elementi:
- Studio di società di piccole dimensioni;
- Durata della ricerca: minimo uno/due anni;
- Osservazione partecipante: imitazione dei comportamenti dei nativi, apprendimento della lingua dei nativi;
- Individuazione di unità di comportamento;
- Redazione di una monografia etnografica: saggio finale con dati di una popolazione, che sappia trasmettere realmente la cultura locale, per operazioni comparative;
- Sospensione dei giudizi, da parte dell'antropologo;
- Collegamenti causali tra gli eventi;
- Collocazione dei dati raccolti entro teorie generali.


RIEPLOGO
Negli ultimi anni di vita, Malinowski, con altri antropologi, si accorge che l'osservazione partecipante non è più sufficiente  per spiegare i processi sociali, e questo a causa di nuovi eventi, determinati dalle colonizzazioni europee, che modificano la vita delle società colonizzate.
E' per questo che la Scuola di Manchester, con Max Glukman e con Victor Turner, e gli antropologi marxisti George Balandier, Roger Bastide, Claude Meillassoux e Maurice Godelier, nello studiare le società africane puntano l'attenzione, i primi, sullo studio dei conflitti anziché sulle strutture sociali, e i secondi sulle dinamiche interne ed esterne, sui rapporti di produzione e riproduzione e sulle infrastrutture e sovrastrutture delle società. 
 
  

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