Sperimentazioni didattiche ed educative in Italia

5 C LSU as 2018 2019 Pedagogia

Libro in adozione: Mariangela Giusti, PEDAGOGIA IL MANUALE DI SCIENZE UMANE, Ed. Deascuola



Mese novembre   2018   UNITA' 13



Sperimentazioni didattiche ed educative in Italia
ex UNITA' 13, UNTA' 9 nuova edizione

13.2 e 13.4 Le scuole attive
 Sperimentazioni pedagogico-educative in Italia: 
Agazzi, Pizzigoni, Codignola, Don Milani, Montessori 




Rosa e Carolina Agazzi
Il Nuovo Asilo nel quartiere Mompiano a Brescia




Le sorelle Agazzi, Rosa (1866-1952) e Carolina (1870-1954), nascono a Volongo in un piccolo comune in provincia di Cremona. Frequentano a Brescia un corso per "maestre giardiniere" in un istituto che seguiva le teorie del pedagogista tedesco Fröbel (1782-1852) (ripassare: pedagogia as 2017/2018, Unità 8). 
Iniziano a insegnare a Nave, in provincia di Brescia, in una borgata disagiata dove applicano il loro nuovo metodo che, sulla scia delle ricerche di Fröbel, promuove lo sviluppo del bambino in un ambiente naturale e familiare, in un'atmosfera domestica quotidiana con la presenza di un'educatrice che richiama il ruolo della madre.
 Nel 1896, su suggerimento del pedagogista Pietro Pasquali, anch'egli fautore delle tesi di Fröbel, aprono un asilo a Mompiano, a 6 Km da Nave.
Le sperimentazioni educative delle due sorelle, insieme a quelle di Montessori, inaugurano l'era dell'attivismo pedagogico italiano. 
Per loro, l'asilo non è un luogo anonimo dove i bambini vengono lasciati semplicemente in custodia.

Il metodo delle sorelle Agazzi può essere così sintetizzato:
- E' un asilo di matrice cattolica;
- Il luogo rispecchia l'ambiente familiare quotidiano, nel quale ci si aiuta e ci si vuole bene;
- Il ruolo dell'educatrice deve richiamare quello di una madre, con atteggiamenti affettivi a lei del tutto simili;
- La scuola deve essere dotata di un giardino che possa consentire ai bambini sia di stare all'aria aperta, sia di impegnarli nella semina e nella crescita di ortaggi e piante per educarli al senso di proprietà e di responsabilità, sia di imparare, attraverso l'esperienza diretta, il ciclo delle stagioni e le scienze biologiche;
- Nella scuola, come in famiglia, si deve preparare la tavola, fare le pulizie e piccoli lavori; in più si conversa, si gioca, si disegna, si canta, si prega, si fanno lavoretti ornamentali ed esercizi ritmici;
- La scuola coinvolge anche le famiglie, affinché le abitudini trasmesse all'asilo vengano proseguite a casa, con uno spirito di collaborazione tra scuola e famiglia e all'interno della famiglia stessa;
- I bambini vengono abituati all'ordine e alla pulizia;
Altre 2 caratteristiche, totalmente nuove:
- Ogni bambino ha un contrassegno personale, ossia una figurina con un'immagine che si attacca a tutti gli oggetti che costituiscono il suo corredo;
- All'interno dell'asilo le sorelle Agazzi istituiscono il Museo delle cianfrusaglie: oggetti di recupero come bottoni, cocci, sassolini colorati e pezzi di corda che diventano materiale didattico usato sia per essere classificato per forma, colore, dimensione, tipo di materiale e funzione come si fa in un vero e proprio museo, sia per esercizi sensoriali, di abilità, coordinamento motorio, nomenclature ed esercizi di pronuncia italiana in sostituzione delle espressioni dialettali.
Così scrive Rosa Agazzi nel suo libro "Come intendo il museo didattico nell'educazione dell'infanzia e della fanciullezza":
(leggere) "Il mio Museo non costa nulla; si potrebbe perfino chiamare il museo dei poveri, se non avesse il pregio di giovare quanto e più di quello dei ricchi: scatolette, bottoni, semi, noccioli, tubetti, fili, chiodi, fettuccine, figurine, boccette, tappi, campionari di tessuti, di carte, di trecce, ninnoli vari, palline, vasetti, sacchetti, cartoline; e materie varie: cera, ferro, stagno, marmo, legno, pelle, vetro".   

7 minuti di scrittura creativa (sull'esperienza al museo di Chieti nell'as 2017/18)
        




Giuseppina Pizzigoni
La Scuola Rinnovata della Ghisolfa a Milano








Link video di 2 minuti: Un film di Renata Tardani su Giuseppina Pizzigoni
Giuseppina Pizzigoni nasce a Milano nel 1870 in un ambiente molto colto. Da piccola manifesta una grande passione per il teatro ma la famiglia la avvia a un percorso formativo più tradizionale: l'insegnamento. 
Nel 1888 si diploma e l'anno dopo comincia a insegnare.
Nel 1909 si reca in Svizzera e in Germania per vedere direttamente le "scuole del bosco" (SI VEDA IL VIDEO SOTTO RIPORTATO SULLA "SCUOLA NEL BOSCO", IN SVIZZERA, OGGI)


Si procura e studia i programmi scolastici in Inghilterra, Francia, Germania e Svizzera. In particolare si interessa alle istituzioni educative "Landerziehungsheime" (Case di educazione in campagna) in Germania e alle Ecoles libres e Nouvelles della Francia.
Nel 1911, con l'aiuto di professori, poeti e industriali, e l'approvazione e il sostegno dell'allora Ministro dell'istruzione Luigi Credaro, fonda, in due strutture di legno, la "Scuola Rinnovata secondo il metodo sperimentale" alla Ghisolfa, un quartiere nella zona Nord-ovest di Milano. Si tratta di 2 classi prime, miste, con 64 bambini gestite da lei e dall'amica Maria Levi, con un insegnamento basato sull'esperienza diretta e attiva dei bambini, che privilegia attività concrete e sperimentali, frequentate da figli di contadini e di operai.
Così scriverà nel suo testo del 1931 dal titolo "Le mie lezioni ai maestri delle scuole elementari d'Italia": 
(leggere) "Che cos'è la "Rinnovata"? E' un'istituzione nata nel 1911 umilmente in due piccoli padiglioni sperduti tra i campi e gli orti operai della Ghisolfa, e in povertà francescana, ma subito sorretta da personalità non dubbie: l'astronomo Giovanni Celoria, il noto neurologo Prof. Eugenio Medea, il noto psicologo dott. Zaccaria Treves, il poeta Giovanni Bertacchi, gli industriali Paravia, Marelli e Bisleri, per dirvi i nomi dei primissimi. Perché volli la "Rinnovata"? La volli per un bisogno del mio spirito, tediato dalla vita scolastica del tempo".
Nel 1914 espone le sue idee nel libro "La scuola elementare rinnovata secondo il metodo sperimentale" e nel 1917 viene pubblicato un altro suo libro "Linee fondamentali e programmi della Scuola Rinnovata".
A fronte dell'interesse e del successo, nel 1927 viene costruito e inaugurato un nuovo edificio. 
Nel 1929 Pizzigoni si ritira dalla direzione della scuola.
Nel 1934 sono attivi: un nido per lattanti, un corso completo elementare e una scuola di avviamento.
Muore in un ospizio a Saronno nel 1947.
Ancora oggi nella suola, in una targa, si legge il suo motto: "Lo Scopo è il vero. Il Tempio la natura. Il Metodo è l'esperienza".
Gli ideali sono Dio, famiglia, patria e umanità
L'idea base è lo studio diretto della natura e della realtà.
Nella scuola sono previste lezioni di giardinaggio (si accede al giardino direttamente dalle aule), e passeggiate in città, con escursioni in montagna, al mare e sul lago durante le quali si forniscono informazioni e nozioni di scienze naturali, di storia, geografia e industria, collegate ai luoghi visitati.
Anche Pizzigoni prevede, come le sorelle Agazzi, un museo ma, a differenza, si tratta di un museo, all'interno di ogni singola classe, che anno dopo anno è oggetto continuo di riflessione: ad esempio, in terza la raccolta degli oggetti, già avviata in prima e in seconda, prosegue iniziando la classificazione in: animali, vegetali, minerali; i minerali a loro volta sono classificati in calcarei, silicei e metalli; le erbe vengono suddivise in medicinali, ornamentali, da foraggio, per tessiture ec.
Come nella scuola delle sorelle Agazzi, sono previste forme di pulizia personale, pulizia delle cucine e del refettorio.
Alle varie attività si affianca l'educazione morale, basata su un esame di coscienza e sul confronto, delle azioni compiute, con gli atti della Legge di Dio.


 



Ernesto Codignola
La Scuola-Città Pestalozzi a Santa Croce a Firenze



Ernesto Codignola nasce a Genova nel 1885, primo di otto figli.
Ultimate le scuole superiori, si iscrive a medicina ma dopo 2 anni si trasferisce a filosofia a Pisa, dove si laurea nel 1909. Tra i suoi docenti c'è Giovanni Gentile che insegna Filosofia teoretica. 
Nello stesso anno sposa Anna Maria Melli che gli sarà vicino nell'attività pedagogica e nell'istituzione della Città-Scuola Pestalozzi a Firenze nel 1945.
Nel 1910 si iscrive alla Scuola di Magistero presso la Normale di Pisa. Consegue l'abilitazione all'insegnamento e inizia la sua carriera di insegnante a Palermo, ad Assisi e poi Lucca, infine all'Università di Pisa.
Nel 1915 inizia a studiare i testi che riguardano la formazione dei maestri accostandosi, successivamente, alla Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie (DNISM).
Nel 1919 pubblica "La pedagogia rivoluzionaria".
Collabora alla stesura della "Riforma Gentile" (di cui era stato allievo all'Università di Pisa).
Nel 1922 fonda "Levana", una rassegna di filosofia dell'educazione e di politica scolastica per i problemi connessi alla riforma e, nel settembre 1923, "La Nuova Scuola italiana", rivista dedicata specificamente agli insegnanti, per promuoverne l'adesione allo spirito della nuova scuola gentiliana. 
Nel 1923 è nominato professore di pedagogia all'Università di Messina e subito dopo è trasferito alla Facoltà del Magistero di Firenze. 


Ripassare Pestalozzi: as 2017/2018, Pedagogia, Unità 8, Modulo 4.4
Ripassare: Scuola-città Pestalozzi

Leggere "Le caratteristiche di un buon insegnante" a pag. 366 della nuova edizione (pag. 348 della vecchia edizione), brano di Codignola



Don Milani
La Scuola di Barbiana a Vicchio, nel Mugello




Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 da una famiglia molto ricca.
Nel 1930, a seguito di un periodo economico difficile, il padre si trasferisce, con la moglie e i figli, a Milano.                                                                         Autoritratto di Tiziana Fantini

Dopo la maturità torna a Firenze per un anno, dove segue alcune lezioni di pittura.
Si trasferisce nuovamente a Milano e, nel 1941, si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera dove conosce la studentessa Tiziana Fantini (nata a Merano nel 1923, si trasferirà a Trieste nel 1955. A Brera Fantini studierà sotto la guida di Carrà, Funi e Manzù e si diplomerà) e la professoressa Eva Tea, docente di Storia dell'Arte e del Costume nonché collaboratrice dell'Istituto Beato Angelico di Milano fondato nel 1921 dal prete ambrosiano Giuseppe Polvara, assertore del potere dell'arte e dell'importanza delle contemplazione della bellezza.
A Milano apre uno studio, in affitto, e frequenta il gruppo di artisti di "Corrente", legato all'omonima rivista antifascista diretta da Ernesto Treccani, figlio del fondatore dell'enciclopedia. Dopo un diverbio con Achille Funi, docente di tecnica dell'affresco, per avergli ritoccato un lavoro aggirandosi tra i cavalletti, Lorenzo Milani abbandona l'Accademia e torna in Toscana (nella tenuta di famiglia, "Gigliola", situata nella campagna di Montespertoli vicino a Firenze) dopo aver confidato alla Fantini che si sarebbe fatto prete.
Nel 1943 entra nel Seminario Maggiore di Firenze. Prende i voti e gli assegnano una piccola parrocchia vicino a Prato, dove fonda una scuola serale per contadini e operai, in cui insegna a leggere e a scrivere
Dopo qualche anno, nel 1954, viene nominato priore della chiesa di Sant'Andrea a Barbiana, una piccola frazione del Comune di Vicchio, a 40 Km da Firenze. Anche qui, come a Prato, fonda una scuola per ragazzi del posto: sono orfani, o figli di pastori e contadini che vivono isolati nel bosco e nelle campagne: "Mi hanno confinato in un deserto - scrive - perché non potessi nuocere. Ci son venuto senza batter ciglio e con pazienza, da eremita ho trasformato il deserto in un giardino". 
Sui banchi di scuola di Barbiana ci sono il Vangelo e la Costituzione. Aperta dalle 8 di mattina fino alla sera, 365 giorni all'anno, la scuola viene allestita in due stanze della canonica annessa alla chiesa. La regola principale è "chi sa di più aiuta chi sa di meno". Don Milani vi abolisce ogni forma di punizione corporale, abituando i ragazzi alla sincerità.
Nel 1958 racconta i suoi tentativi educativi nel libro "Esperienze pastorali", un testo che verrà proibito dalla Chiesa fino al 2014.
Nel 1960 si ammala di leucemia.
Nel 1965 scrive la "Lettera ai cappellani militari" per difendere l'obiezione di coscienza contro il servizio militare. Viene accusato di apologia di reato (fino al 1972 l'obiezione di coscienza in Italia era un reato).
Nel 1967 scrive "Lettera a una professoressa": è un attacco contro la scuola del tempo, che favoriva l'istruzione delle classi ricche, ma è anche un contributo propositivo in termini di ricerca e di studio.
Muore nel 1967 a 44 anni.

         

Le immagini dei 4 dipinti di Don Milani, sopra riportate, sono tratte dal libro di Neera Fallaci dal titolo "Dalla parte dell'ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani", del 1977.
Didascalie da sinistra a destra:
Autoritratto, 1942;
Cipresseta di Gigliola a Montespertoli, 1942;
Interno di chiesa, 1942;
Veduta di Arolo, 1941.

Leggere "La scuola buona" a pag. 367 della nuova edizione (pag. 349 della vecchia edizione), brano tratto da "L'obbedienza non è più una virtù, di don Milani




Leggere
Tratto da "Lettera a una professoressa", 1967


Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell'istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che «respingete».
Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia ¬o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è né viltà né eroismo. È solo mancanza di prepotenza.


I montanari

Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un'aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto.
È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini.

Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l'obbligo di andarci. Ma a Vicchio  non c'era ancora scuola media. Andare a Borgo era un'impresa. Chi ci s'era provato aveva spe¬so un monte di soldi e poi era stato respinto come un cane.
Ai miei poi la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: «Mandatelo nel campo. Non è adatto per studiare».
Il babbo non le rispose. Dentro di sé pensava: «Se si stesse di casa a Barbiana sarebbe adatto».

A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era «negato per gli studi».
Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di S. Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire.

Quando tornò vidi che m'aveva comprato una pila per la sera, un gavettino per la mine¬stra e gli stivaloni di gomma per la neve.
Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perché ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un'ora.
Passavo vicino a due case sole. Coi vetri rotti, abbandonate da poco. A tratti mi mettevo a correre per una vipera o per un pazzo che viveva solo alla Rocca e mi gridava di lontano.
Avevo undici anni. Lei sarebbe morta di paura. Vede? ognuno ha le sue timidezze. Sia¬mo pari dunque.
Ma solo se ognuno sta a casa sua. O se lei avesse bisogno di dar gli esami da noi. Ma lei non ne ha bisogno.

Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D'ogni libro c'era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po' più grande e in¬segnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch'io.

La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.
Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.

Non c'era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica.
Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto.
Un professorone disse:  «Lei  reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico...» 
Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all'Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline.
Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: «La scuola sarà sempre meglio della merda».

Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla.
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni. Sei ragazzi su dieci la pensano esattamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.
Tutta la vostra cultura è costruita così. Co¬me se il mondo foste voi.

L'anno dopo ero maestro. Cioè lo ero tre mezze giornate la settimana. Insegnavo geografia matematica e francese a prima media.
Per scorrere un atlante o spiegare le frazioni non occorre la laurea.
Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sollievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezione. Lei non sa fare scuola come me.

Poi insegnando imparavo tante cose.
Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia.
Dall'avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava esser generoso anche quando non ero.
A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada.


I ragazzi di paese

Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche ragazzi di paese. Tutti bocciati, naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in al¬tre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.
Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo. Cercavano per¬fino di copiare. Gli ci volle del tempo per ca¬pire che non c'era registro.

Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Crede¬vano che bisognasse parlarne di nascosto. Se ve¬devano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.
Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse. Avevamo un libro di anatomia . Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio. Due pagine erano tutte consumate.
Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s'è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta.

Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono d'essere intelligente.
È razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori .

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico al¬la lettura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.
Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. È stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.
Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.
Per esempio in prima gli avreste riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda e terza leggete roba scritta per adulti.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avevate fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare.
A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.

Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e prima.
A giugno il «cretino» si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi in seguito a fargli amare anche il resto.
Ma agli esami una professoressa gli disse:
«Perché vai a una scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere? » «...» 
Lo so anch'io che Gianni non si sa esprimere.
Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avevate buttato fuori di scuola l'anno prima.
Bella cura la vostra.

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: «Non si dice lalla, si dice aradio».

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
«Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua». L'ha detto la Costituzione pensando a lui.

Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione. E Gianni non è più tornato neanche da noi.
Noi non ce ne diamo pace. Lo seguiamo di lontano. S'è saputo che non va più in chiesa, né alla sezione di nessun partito. Va in officina e spazza. Nelle ore libere segue le mode come un burattino obbediente. Il sabato a ballare, la domenica allo stadio.
Voi di lui non sapete neanche che esiste.

Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L'abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all'infinito a costo di passar da pazzi.
Meglio passar da pazzi che essere strumento di razzismo.


Gli esami

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista.
Il tema fu:  «Parlano le carrozze ferroviarie».
A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo.
Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro.

Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell'arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l'aveva dato.
Ma avevo quattordici anni e venivo dai monti. Per andare alle magistrali mi ci voleva la licenza. Quel fogliuccio era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico.
Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni.

Il compito di francese era un concentrato di eccezioni.
Gli esami vanno aboliti. Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra coi ragazzi.
Chi ve lo fa fare? Il loro bene?

Il loro bene no. Passò con nove un ragazzino che in Francia non saprebbe chiedere nemmeno del gabinetto.
¬Sapeva solo chiedere gufi, ciottoli e ventagli sia al plurale che al singolare. Avrà saputo in tutto duecento vocaboli e scelti col metodo di essere eccezioni, non d’essere frequenti.
Il risultato è che odiava anche il francese come si potrebbe odiare la matematica.

Io le lingue le ho imparate coi dischi. Senza neanche accorgermene ho imparato prima le cose più utili e frequenti, esattamente come s’impara l’italiano.
Quell'estate ero stato a Grenoble a lavar piatti in una trattoria. M’ero trovato subito a mio agio; negli ostelli avevo comunicato con ragazzi d’Europa e d’Africa.
Ero tornato deciso a imparare lingue a tutto spiano. Molte lingue male piuttosto che una bene. Pur di poter comunicare con tutti, conoscere uomini e problemi nuovi, ridere dei sacri confini delle patrie.




Maria Montessori
La Casa dei bambini, a Roma e Milano












 Maria Montessori nasce a Chiaravalle, in provincia di Ancona, nel 1870.
Nel 1873 l'intera famiglia si trasferisce a Firenze e nel 1875 a Roma.
Iniziata agli studi di francese e pianoforte, nel 1884 si iscrive alla Regia Scuola Tecnica ma comincia ad appassionarsi allo studio solo all'età 16 anni.
Desiderosa di iscriversi a medicina, non potendolo fare (secondo alcune fonti perché la legge non lo consentiva alle donne, ipotesi non suffragata dal fatto che già altre due donne si erano laureate in medicina; secondo altre fonti perché all'epoca era necessario il diploma liceale), ripiega su Scienze naturali e si laurea nel 1892, a 22 anni. Dopo la laurea chiede nuovamente l'iscrizione a medicina e la ottiene, al secondo anno. Si impegna nello studio di osservazione nelle sale del manicomio di Santa Maria della Pietà a Monte Mario a Roma e fa pratica in pediatria e nei reparti di malattia delle donne, all'Ospedale di San Giovanni in Laterano. Nel 1896, a 26 anni, si laurea e si specializza in neuropsichiatria: è la terza donna medico in Italia. Nel 1899 ottiene la nomina di assistente chirurgo all'ospedale Santo Spirito e di assistente nella clinica psichiatrica dell'Università di Roma. Si interessa alla letteratura scientifica francese di primo Ottocento relativa ai casi dei bambini selvaggi, e approfondisce i lavori che in passato erano stati svolti dal medico Jean-Marc Itard (1765-1835) sull'inserimento, nella società, dei bambini selvaggi, con percorsi educativi adeguati.

Nel 1800, nel dipartimento francese dell'Aveyron, un gruppo di cacciatori trova e cattura in una foresta un bambino. Nudo e dall'aspetto sudicio, viene accolto in un piccolo villaggio destando l'interesse e la curiosità degli abitanti. La sua condotta si rivela ben presto incompatibile con il vivere del paese: egli graffia e morde chi gli si avvicina, ringhi e ruggiti sono la sua unica possibilità di comunicazione. Il caso accende e delude la curiosità di Parigi, che rinchiude il ragazzo nell'Istituto per Sordomuti, sotto l'osservazione di psichiatri e psicologi. Soltanto il medico Jean-Marc Itard, rifiutando la tesi dei colleghi che reputano il bambino un ritardato mentale irrecuperabile, decide di approfondire lo studio tentando un'educazione. Il bambino viene così condotto a casa del medico che inizierà a prendersene cura cercando un possibile reinserimento del selvaggio nella vita sociale. Così, insieme alla governante Madame Guérin, ogni azione diviene motivo di apprendimento, con le rispettive ricompense e punizioni. Pochi i progressi del ragazzo: la parola “lait” (latte), ad esempio, viene pronunciata da questi soltanto nel momento in cui, dopo richieste attraverso urla e crisi convulse, aveva ottenuto ciò che voleva (il latte, appunto), senza stabilire per questo un'effettiva comunicazione.


Nel 1898 (a 28 anni) si laurea in filosofia, diventa direttrice della Scuola Ortofrenica di Roma e ottiene la cattedra di igiene e antropologia al Magistero
Nello stesso anno ha un figlio, Mario, da una relazione con lo psichiatra Giuseppe Montesano: partorisce di nascosto e affida il bambino a una famiglia di un paesino del Lazio (il rapporto con Montesano finirà in modo drammatico: dal momento in cui Montessori apprenderà che Montesano avrebbe sposato un'altra donna, comincerà a vestirsi solo di nero, in lutto eterno. Dopo la morte di sua madre, porterà a vivere con sé il figlio, quattordicenne, dicendo che è suo nipote).
Nel 1904 ottiene la cattedra di antropologia alla facoltà di medicina dell'Università di Roma e, due anni dopo, anche la cattedra di antropologia pedagogica.
Nel 1907 apre la Casa dei Bambini nel quartiere popolare di San Lorenzo a Roma e nel 1908 presso la Società Umanitaria a Milano.
Nel 1909 pubblica "Metodo della pedagogia scientifica applicato all'educazione infantile nelle case dei bambini". Il testo viene tradotto in molte lingue e letto in tutto il mondo. 
Nel 1913, al suo arrivo negli Stati Uniti, verrà presentata come la donna più interessante d'Europa.
Nel 1914 nascono la "Scuola Magistrale Montessori" e l'"Opera Nazionale Montessori", un ente morale per la diffusione del suo metodo.
Con l'avvento del fascismo, all'inizio accetta l'appoggio di Mussolini e apre nuove scuole in tutta la penisola.
Nel 1914 si trasferisce in Spagna dove rimane fino alla fine della guerra.
Nel 1923 il direttore del settore educativo del Ministero dell'Educazione, Giuseppe Lombardo Radice, la accusa di aver copiato il metodo dalle sorelle Agazzi. I rapporti fra Montessori e il governo fascista si incrinano.
Nel 1926 organizza a Milano il primo corso di formazione nazionale per gli insegnanti interessati al suo metodo ma nel 1934 arriva l'ordine di chiusura di tutte le scuole Montessori; Hitler fa lo stesso in Germania e in Austria. Nel 1936 viene chiusa anche l'Opera Nazionale.
Montessori si trasferisce, nel 1934, a Barcellona. Successivamente a Londra e poi in India insieme al figlio nel 1939 dove rimane per 7 anni (nel 1939 in India Montessori viene accolta con grande entusiasmo ma nel 1940 Mario e Maria vengono imprigionati dagli inglese, perché vengono considerati "nemici" in quanto l'Italia si era schierata con Hitler). Torna in Europa nel 1946 stabilendosi in Olanda. Nel 1947 va di nuovo in India e vi rimane altri 2 anni. Torna in Olanda, dove muore nel 1952.

Maria Montessori rimase legata alla sua terra natale: nel 1971 il figlio Mario, durante l'inaugurazione della nuova scuola Montessori di Ancona, raccontò che la madre, al ritorno dall'India, nell'estate del 1950, aveva espresso il desiderio di rivedere i luoghi in cui era vissuta. Con il figlio infatti si recò ad Ancona e a Chiaravalle, dove disse: "Adesso sono contenta; adesso anche se muoio ho rivisto il mio paese".

Secondo Montessori l'infanzia è il periodo più creativo della vita, in cui la mente assorbe le caratteristiche dell'ambiente in modo naturale e spontaneo, senza troppi sforzi cognitivi.
Il principio fondamentale dell'educazione del bambino è la libertà.
Compito dell'educatore è favorire lo sviluppo.
La vecchia educazione, intesa come repressiva, doveva essere sostituita con la nuova, liberatrice, anzi normalizzatrice: l'ambiente, dunque, deve essere pensato non a misura di adulto ma di bambino. 

Nella Casa dei bambini, l'arredamento, progettato su misura, deve essere di materiali colorati e lavabili. Tavoli e sedie leggeri e spostabili; armadietti bassi dove riporre le cose agevolmente.
Si tratta di una vera e propria casa, in cui il bambino diventa responsabile della sua tenuta e provvede alle attività della giornata in modo autonomo.
Nella "Casa" c'è tutto il materiale da lei progettato: le serie dei cilindri di legno da infilare a incastro, le tavolette lisce e ruvide di forme diverse per l'educazione sensoriale a occhi bendati. L'educazione dell'udito è prevista invece con lezioni di silenzio durante le quali il bambino deve riuscire a percepire anche i rumori più leggeri. Per la scrittura, invece, il metodo prevede esercizi di contorno e riempimento, per abituare la mano al movimento dello scrivere. Per l'aritmetica si fa uso di asticciole decrescenti, colorate in bianco e rosso a ogni decimetro, per le operazioni di addizione e sottrazione nell'ambito della decina. 
Dal 1911 al 1914 Montessori e alcune sue collaboratrici utilizzano il metodo anche con i bambini delle scuole elementari.   
  
Leggere da pag. 343 a pag. 344 (nella vecchia edizione il brano non c'è) "Educazione e bambino", brano tratto da "Manuale di pedagogia scientifica di Maria Montessori

Leggere da pag. 345 a pag. 347 (nella vecchia edizione lo stesso brano è da pag. 355 a pag. 357) "La prima Casa dei bambini", brano tratto da "Il metodo della pedagogia scientifica" di Maria Montessori

Leggere da pag. 348 a pag. 350 (nella vecchia edizione il brano non c'è) "Lo sviluppo psichico si organizza con l'aiuto di stimoli esterni", brano tratto da "L'autoeducazione nelle scuole elementari" di Maria Montessori

Leggere da pag. 350 a pag. 351 (nella vecchia edizione il brano non c'è) "Come educare all'attenzione: il silenzio", brano tratto da Manuale di pedagogia scientifica" di Maria Montessori







13.3 La scuola in Italia dagli anni del fascismo al dopoguerra
Parlare dell'argomento a scuola, tutti insieme, e leggere il modulo (Destra e Sinistra?)



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