Tra essenza ed esistenza

5 A LES as 2017 2018 filosofia

Libro in adozione: Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, L'IDEALE E IL REALE, vol. terzo, Ed. Paravia, Pearson


Gennaio 2018
e marzo 2019







Tra essenza ed esistenza
L'esistenzialismo

Martin Heidegger, Jean-Paul Sartre, Fëdor Dostoevskij UNITA' 7


L'esistenzialismo

(NB Dopo aver studiato il "primo Heidegger", leggere in classe - si raccomanda di portare il libro di testo in adozione - da pag. 419 a pag. 421. 
A pag. 421 c'è il "Laboratorio sul testo")


Da pag. 385 a pag. 388
L’esistenzialismo nasce nel periodo tra le due guerre mondiali, si diffonde in tutta Europa e ha risonanza non solo nel campo filosofico ma anche nella letteratura, nell'arte e nella religione.
Pone l'attenzione sull'esistenza, in particolare sugli aspetti negativi della condizione umana che l'esperienza della guerra aveva reso ancora più evidenti: nascita, morte, il trascorrere del tempo, sofferenza e lotta, e quindi sulla finitudine dell'uomo e del suo sapere.
Al centro del pensiero esistenzialistico si trova anche il concetto di libertà, intesa come impegno e rischio del singolo uomo.
Tra i nomi, di filosofi e scrittori, si ricordano Heidegger, Sartre (ha una relazione con Simone De Beauvoir. Nel 1964 Sartre viene insignito del Premio Nobel per la letteratura ma lo rifiuta, dopo aver rifiutato altri due premi prestigiosi in Francia), Kafka, Dostoevskij, Simone de Beauvoir, Camus.






Una finestra sull'arte ...

     

Vincent Van Gogh, "Un paio di scarpe, olio su tela, 1887, Museo di Baltimora (Stati Uniti)

Vincent Van Gogh, "Un paio di scarpe, olio su tela, 1886, 37,5x45,5 Museo di Amsterdam


I dipinti di Van Gogh hanno attirato l'attenzione di Heidegger.  
Heidegger ne parla nei "Sentieri interrotti". Così scrive:
 
LEGGERE
"Nell'interno logoro si palesa la fatica del cammino, ... lavorando.
...Il cuoio è impregnato dal turgore del terreno ...
Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza ... l'angoscia della prossimità alla morte." 

In questo testo è chiara la distinzione che Heidegger fa tra la "cosa" e il "mezzo":
La "cosa" è l'unione di materia e forma (da Aristotele), ossia l'oggetto percepito dai sensi;
Il "mezzo" è lo strumento, o meglio è l'uso dello strumento, che consente all'uomo di raggiungere uno scopo determinato.




Martin Heidegger



Primo Heidegger
Da pag. 385 a pag. 412 UNITA' 7
(+Secondo Heidegger, solo da leggere, da pag. 536 a pag. 574 UNITA' 9)




Vita 
Martin Heidegger nasce nel 1889 a Masskirch in Germania da una famiglia di umili origini.
Grazie a una borsa di studio consegue la maturità liceale nel 1909 e nel 1913 si laurea, a Friburgo, in filosofia dopo un breve periodo di studi teologici che lo avevano indotto a cambiare facoltà, da teologia a filosofia. 
Nel 1915 ottiene la docenza a Friburgo dove tiene seminari di filosofia classica e medioevale. 
Nel 1917, all'età di 28 anni, si sposa.
Dal 1923 insegna a Marburgo dove tiene lezioni su Platone, Aristotele, Cartesio e Kant. 
E' un periodo di intensa creatività: nei momenti liberi dall'insegnamento si rifugia in una baita nella Foresta Nera dove scrive "Essere e tempo" che pubblica nel 1927.
Nel 1928 torna a insegnare a Friburgo, chiamato a succedere a Husserl.
Nel 1933 aderisce al nazismo e si iscrive al partito nazionalsocialista.
Nello stesso anno è nominato rettore. Celebre è il suo discorso in cui afferma che "l'Università tedesca è l'Alta Scuola che si assume il compito di educare e dare disciplina". 
Egli prospetta agli studenti un triplice compito: "lavoro", "difesa" e "sapere" intendendo per sapere una forma di conoscenza sulle orme dei Greci, ma con la consapevolezza di compiti sociali e nazionali.
Nello stesso 1934 si dimette dalla carica di rettore. 
Sulle sue dimissioni i pareri degli studiosi che hanno interpretato Heidegger sono contrastanti: alcuni ritengono che ci sia stato un ripensamento "politico", per i suoi progetti di riforma che non coincidevano con quelli del nazismo.
Nel 1935 scrive "Introduzione alla metafisica" incentrato intorno al problema dell'essere che in "Essere e tempo" era stato tralasciato a favore dell'"esistenza".
Nel 1936 tiene una conferenza su Hölderlin e l'essenza della poesia, a Roma, dove incontra Gentile, e dove per la prima volta accenna alla "Kehre" "svolta". 
Nel 1942 viene pubblicata "La dottrina platonica della verità" che aveva scritto nel 1930.
Alla fine della guerra viene messo sotto accusa per il suo coinvolgimento nel Terzo Reich: gli viene confiscata la casa considerata "sede del partito".
Nel 1946 un divieto delle potenze occupanti impedisce ad Heidegger di portare avanti la sua attività accademica, su proposta di interdizione dall'insegnamento avanzata dal Senato accademico.
Nel 1947 prende definitivamente le distanze dalle interpretazioni esistenzialistiche di "Essere e tempo" e annuncia pubblicamente la "Kehre" la svolta del suo pensiero.
Nel 1949 tiene una serie di conferenze sul problema della "tecnica": La cosa, L'imposizione o L'impianto, Il pericolo, La svolta. I temi trattati in queste conferenze saranno gli elementi su cui si svilupperà la meditazione heideggeriana negli anni successivi.
Nel 1958 riprende, seppure in un primo momento in forma privata, i corsi all'università: essi hanno per tema il pensiero di Parmenide, Aristotele e Leibniz.
Nel 1975 esce il primo volume dell'"Opera completa".
L'"Opera completa", prevista in 100 volumi, è divisa in 4 sezioni:
- Gli scritti da lui pubblicati;
- I corsi universitari;
- Gli scritti inediti;
- Gli appunti (soprattutto di "Essere e tempo").
Muore a Friburgo nel 1976, all'età di 87 anni. Viene sepolto a Messkirch sua città natale.

     
 Casa natale a Messkirch                 Università di Friburgo                    Università di Marburgo

                   
      
Baita                                                 Nella Foresta Nera                        Tomba a Messkrich città natale
nei pressi di Todtnauberg 
dove scrive "Essere e tempo"
Nella Foresta Nera



Il primo Heidegger

Essere ed esistenza
Da pag. 392 a pag. 395
L'essere nel mondo e la visione ambientale preveggente
Da pag. 395 a pag. 396

In "Essere e tempo" Heidegger si propone di comprendere che cosa sia l'esistenza attraverso l’essere, distinguendo:

- un interrogato, ossia l’uomo, o l’Esserci, (il modo di essere dell'Esserci è l'esistenza) il quale, a differenza delle cose, può comprendere l’essere;
- un cercato, vale a dire, appunto, l’essere, 
- un ricercato, cioè il senso dell’essere. 
 
Abbiamo detto che secondo Heidegger il modo d’essere specifico dell’Esserci è l’esistenza.
L'esistenza è, etimologicamente, un ex-sistere, ossia un "uscir fuori", un emergere di possibilità tra le quali l’uomo deve scegliere. 
L’esistenza è dunque costitutivamente progetto, trascendenza, nella quale «ne va» sempre dell’essere stesso. 
Mentre l'uomo ha sia la capacità di "comprensione esistentiva o ontica" (che è l'esistenza concreta) sia la capacità di "comprensione esistenziale o ontologica" (che è l'ex-sistere, che consiste in un progetto che non è altro che il "metodo della ricerca"), gli altri enti, invece, sono caratterizzati dalla semplice-presenza, che non consente alcuna comprensione.

(Ontos = in greco, participio presente di essere)

Prendendo in esame l’esistenza nella sua concretezza e quotidianità, Heidegger osserva che per l'uomo l’Esserci è innanzitutto essere-nel-mondo poiché progetta il mondo stesso secondo le proprie esigenze, manipolando le cose come degli utilizzabili, quindi "l'essere nel mondo non va interpretato nel senso spaziale di un contenuto in un contenente": l'uomo non è nel mondo come l'acqua in un bicchiere o le chiavi in una serratura. 
L’Esserci ha quindi una visione ambientale preveggente (Umsiht), mediante la quale l'uomo coglie il mondo come un complesso di rimandi tra gli utilizzabili, cioè di cose che egli può subordinare ai propri bisogni e ai propri scopi.   
In tal senso la comprensione del mondo è un circolo ermeneutico (di interpretazione) che si fonda su una pre-comprensione originaria.
Ma l’esistenza non è solo "progetto", l'esistenza è sempre anche un "essere-tra-gli-altri (uomini)": l’uomo, infatti, si rapporta non soltanto con "le cose" (gli enti), ma anche con altri Esserci (cioè con altri uomini), ai quali è accomunato dal riconoscere il proprio esser-gettato nel mondo, cioè dal sentirsi abbandonato ad essere ciò che è di fatto.



L'esistenza inautentica e l'esistenza autentica
Da pag. 396 a pag. 401
Per Heidegger l’esistenza può essere inautentica, o anonima, quando l’Esserci si comprende a partire dal mondo e dagli altri. 
In questo caso ci si perde nel "si" impersonale, nella chiacchiera, nella curiosità e nell'equivoco e si scade nella deiezione, cioè nella banalità di un’esistenza caratterizzata solo dai "commerci" quotidiani con le cose.
L’esistenza autentica, invece, è quella dell’Esserci che si comprende a partire dalla sua possibilità più propria e più certa, cioè la morte.
Per Heidegger la morte non è né un "fatto", perché l'uomo non può fare esperienza della propria morte, né un termine finale.
La morte, dunque, è una certezza
Ed esistere significa avere il coraggio di guardare in faccia questa certezza, che è la morte appunto, cioè la possibilità del proprio non-esistere.
Di fronte alla morte, l’uomo sperimenta l’angoscia, cioè la situazione emotiva che si prova davanti al nulla. 
Dall'angoscia ci si può liberare solo mediante una decisione anticipatrice, cioè con l’accettazione del proprio essere-per-la-morte e la conseguente progettazione di un’esistenza autentica.


    Renato Zero nel 1980. Il contenuto della canzone "Il carrozzone" si riferisce alla morte
  

La "voce della coscienza"
Pag 401
Vista la necessità di passare da una vita inadeguata a una vita adeguata, Heidegger si pone il problema se ci sia qualcosa che attesti l'esigenza dell'autenticità.
Heidegger risponde che sì, esiste qualcosa che attesta questa esigenza: essa è la "voce della coscienza".
La voce della coscienza non ha la connotazione moralistica tradizionale, ma è un "richiamo a se stesso", che si rivolge all'uomo dominato dalla "Cura", che si specifica come un "prendersi cura" delle cose e un "avere cura" degli altri uomini, ma che in entrambi i casi si esprime in un "pro-gettarsi", cioè in un "gettarsi in avanti" verso una serie di possibilità, le quali a loro volta riconducono all'originario "essere-gettato" nel mondo. 
Il senso della Cura è quindi la temporalità e l’Esserci è tempo e storicità.
A causa di una "svolta" radicale nel suo pensiero, Heidegger lascia incompiuta l’opera "Essere e tempo", entrando in una fase nuova della sua riflessione.




Heidegger - Essere e tempo
Il primato dell’Esserci
Introduzione
In questo brano Heidegger tematizza il primato ontologico dell’Esserci sugli altri enti, in ragione del fatto che, fra tutti, è proprio all'Esserci che va posta la domanda sul senso dell’essere.
L’Esserci è del tutto singolare rispetto agli altri enti. È opportuno chiarire provvisoriamente questa singolarità. […] L’Esserci non è soltanto un ente che si presenta fra altri enti. Onticamente, esso è piuttosto caratterizzato dal fatto che, per questo ente, nel suo essere, ne va di questo essere stesso. La costituzione d’essere dell’Esserci implica allora che l’Esserci, nel suo essere, abbia una relazione d’essere col proprio essere. Il che, di nuovo, significa: l’Esserci, in qualche modo e più o meno esplicitamente, si comprende nel suo essere. È peculiare di questo ente che, col suo essere e mediante il suo essere, questo essere è aperto ad esso. La comprensione dell’essere è anche una determinazione d’essere dell’Esserci. La peculiarità ontica dell’Esserci sta nel suo esser-ontologico.
Esser-ontologico qui non significa ancora: formulare ontologie. Quindi, se riserviamo il termine ontologia alla ricerca teoretica esplicita concernente il senso dell’ente, ne viene che l’esser-ontologico dell’Esserci dovrà essere detto pre-ontologico. Ma ciò non significa semplicemente essente-onticamente, bensì essente nella maniera della comprensione dell’essere. 
Quell'essere stesso verso cui l’Esserci può comportarsi in un modo o nell'altro e verso cui sempre in qualche modo si comporta, noi lo chiamiamo esistenza. […] 
L’Esserci comprende sempre se stesso in base alla sua esistenza, cioè alla possibilità che gli è propria di essere o non essere se stesso. Queste possibilità l’Esserci o le ha scelte esso stesso, o è incappato in esse o è cresciuto già da sempre in esse. L’esistenza è decisa, nel senso del possesso e dello smarrimento, esclusivamente da ogni singolo Esserci. Il problema dell’esistenza, in ogni caso, non può essere posto in chiaro che nell'esistere stesso. La comprensione di se stesso che fa da guida in questo caso noi la chiamiamo esistentiva. 
[…] all'Esserci appartiene in linea essenziale di essere in un mondo. La comprensione dell’essere, propria dell’Esserci, concerne perciò originariamente la comprensione di qualcosa come "il mondo" e la comprensione dell’essere dell’ente accessibile all'interno del mondo. […]
L’Esserci ha dunque un primato in vari sensi rispetto a ogni altro ente. In primo luogo ha un primato ontico: questo ente è determinato nel suo essere dall'esistenza. In secondo luogo ha un primato ontologico: per il suo essere-determinato dall'esistenza, l’Esserci è in sé "ontologico". Ma all'Esserci appartiene anche cooriginariamente – quale costitutivo della comprensione dell’esistenza – una comprensione dell’essere di ogni ente non conforme all’Esserci. L’Esserci ha pertanto un terzo primato in quanto esso è la condizione ontico-ontologica della possibilità di ogni ontologia. L’Esserci si è dunque rivelato come l’ente che, prima di ogni altro, deve essere interrogato ontologicamente. 

(Essere e tempo, trad. it. di P. Chiodi, UTET, Torino 1994)



Leggere in classe - si raccomanda di portare il libro di testo in adozione - da pag. 419 a pag. 421. 

Il secondo Heidegger (CENNI)

La "svolta"
Negli anni Trenta la riflessione di Heidegger è segnata da un mutamento di prospettiva, ovvero dalla cosiddetta "svolta", chiamata in tedesco Kehre, che tuttora è oggetto di interpretazioni contrastanti.
Quello che cambia, dopo "Essere e tempo", non è il problema di fondo del pensiero heideggeriano, che rimane la questione dell’essere.
Il "secondo" Heidegger non muove più dall’esistenza per risalire all’essere, ma si pone direttamente nell'ottica dell’essere. 
In tal senso, per il filosofo tedesco, l’incompiutezza di "Essere e tempo" si spiegherebbe proprio con il fallimento della pretesa di raggiungere l’essere a partire dall’Esserci, oltre che con la non-idoneità del linguaggio metafisico tradizionale, o scientifico, a parlare dell’essere.
Ma c'è un altro tipo di linguaggio di cui parla Heidegger: è il linguaggio poetico e l'arte
L'arte in generale, e la poesia in particolare, sono per il filosofo uno spiraglio di luce.
L'arte, l'opera d'arte, è il porsi in opera della verità: l'opera d'arte, ad esempio il paio di scarpe dipinto da Van Gogh, non è semplice riproduzione della realtà esistente né della sua essenza universale come spesso è stato teorizzato nella storia dell'estetica.
Egli scrive "il tempio greco non riproduce nulla ma semplicemente si erge". 
La storicità dell'arte per Heidegger ha, in questo senso, un significato diverso da quello secondo cui l'opera d'arte sarebbe storica in quanto condizionata da circostanze o fattori storici.
Il linguaggio che meglio rivela l’accadere dell’essere è il linguaggio poetico. Pertanto il pensiero si avvicina all'essere solo nel dialogo con la poesia, vale a dire quando diventa pensiero poetante. 





Leggere in classe - si raccomanda di portare il libro di testo in adozione - da pag. 414 a pag. 418 "Filosofia e scienza. Dal temo assoluto al tempo relativo". 
Il brano da leggere è importante perché è una rielaborazione della concezione del tempo secondo Bergson, Heidegger ed Einstein. 


Jean-Paul Sartre (da pag. 408 a pag. 412)

Jean-Paul Sartre nasce a Parigi nel 1905.
Nel 1925 si iscrive a filosofia e all'Ecole Normale Supérieure.
Nel 1929 si laurea.
Conosce, all'università, Simone de Beauvoir più giovane di lui di 3 anni (nata a Parigi nel 1908), laureata in filosofia nel 1929 alla Sorbona, con la quale avrà una relazione sentimentale, senza matrimonio né convivenza, che durerà tutta la vita.


                                              

Scrive diversi testi: di filosofia, di teatro, letteratura, saggistica, giornalismo.
La notorietà gli arriva nel 1938 con la pubblicazione del romanzo "La nausea".
Durante la Seconda Guerra Mondiale partecipa alla Resistenza francese contro l'occupazione nazista. 
Nel 1933 si reca a Berlino dove approfondisce la filosofia di Husserl.
Nel frattempo scrive "L'essere e il nulla" che viene pubblicato nel 1943 (Heidegger aveva scritto Essere e tempo nel 1927) e che viene considerato il testo "sacro" della filosofia esistenzialistica". Nel libro, Sarte parla delle contraddizioni che caratterizzano l’esistenza: l’uomo è condannato a una condizione tragica; la sua esistenza è fondata su un’illusione di libertà. L’uomo crede, e si illude, di essere libero, invece conduce un’esistenza priva di senso.
Nel 1945 fonda la rivista "Les temps modernes" con la convinzione di diffondere la filosofia presso l'opinione pubblica. (Tra i direttori ci sarà anche il filosofo, sociologo e giornalista André Gorz morto suicida insieme alla moglie nel 2007). 
Nel Dopoguerra, grazie a Sarte l'esistenzialismo diventerà una "moda culturale", uno "stile di vita", con il suo epicentro nei caffè situati nel quartiere Saint Germain des Prés di cui Sartre è assiduo frequentatore.
Nei primi anni 50 si avvicina al partito comunista francese.

Simone d Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Che Guevara fotografati a Cuna nel 1960

A metà degli anni 50 decide di sostenere gli indipendentisti algerini oppressi dalla colonizzazione francese.
Nel 1964 pubblica la sua autobiografia dal titolo "Le Parole". Nello stesso anno, per tale testo letterario gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Lo rifiuta dichiarando: "nessun uomo merita di essere consacrato da vivo".
Nel 1966 fonda un tribunale internazionale contro i crimini di guerra.
Nel 1968 rompe ogni rapporto con il Partito Comunista e, in quello stesso anno, sostiene i movimenti studenteschi.   
Negli anni 70 il suo difetto alla vista, che ha fin dall'infanzia, peggiora ed è prossimo alla cecità.
Muore nel 1980 a 75 anni, logorato dall'alcol e dalle droghe.
Tra le tantissime sue opere ricordiamo:
"Le mani sporche" del 1948 (testo teatrale);
"I sequestrati di Altona" del 1960 (testo teatrale);

Link Video di 3 minuti: Jean Paul Sartre - OVO
 


L'essere e il nulla
Nel libro "L'essere e il nulla", capolavoro dell'esistenzialismo pubblicato nel 1943 Sartre parla dell'essere distinguendo:
-l'essere in sé;
-l'essere per sé.
L'essere in sé è il fenomeno, è l'oggetto al quale la coscienza si rivolge, è tutto ciò che non è coscienza ma che entra in relazione con la coscienza. L'essere in sé è quella massa opaca (le cose del mondo) su cui la coscienza proietta i propri significati e i propri valori.
L'essere in sé ha 3 caratteristiche: 
inerte: non tende a cambiare di propria iniziativa; 
indifferente: non si rivolge a ciò che lo circonda; 
opaco: non si manifesta a se stesso.
L'essere per sé, invece, è la coscienza, che si caratterizza per essere presente a se stessa e alle cose (e per fungere da fonte dei significati e dei valori).
La sua caratteristica è l'intenzionalità, che la costringe a uscire da sé per rivolgersi verso qualcos'altro.
Mentre l'essere in sé è completamente realizzato, l'essere per sé è caratterizzato da una mancanza che deve essere sempre colmata.

Per "nulla" Sarte non indica una negazione ma la coscienza come potenza nullificatrice del dato, come capacità di annullare il puro dato (di annullare il fenomeno, l'essere in sé).
Questo concetto di "nulla" si associa al concetto di "libertà".
L'uomo è libero perché "annulla" la realtà attribuendole una serie di significati:
"quando entro in una stanza in cui si trovano delle persone, ad esempio, la mia libertà entra concretamente in azione, in quanto io proietto sugli uomini, e sulle cose, che vedo nella stanza, una rete di significati e di valori: bello, brutto, simpatico, antipatico" ec.
Per Sartre, dunque, la libertà è la "nullificazione coscienziale del mondo mediante l'attribuzione a esso di una serie di significati.
Il per sé, dunque, fa sempre esperienza del nulla in ogni atto dell'esistere e dell'agire.
Essere liberi significa decidere direttamente dei propri atti ed essere totalmente responsabili.
Ma noi "non siamo liberi di smettere di essere liberi", "l'individuo non è libero di essere libero".

Il fatto di essere nel mondo, per l'uomo come per tutti gli altri enti, è qualcosa di "assurdo", che non ha spiegazioni.
"Gli scopi o i fini nascono soltanto con l'uomo, che dà un senso a ciò che in sé non ha senso".
L'esperienza emotiva di tale assurdità è la nausea che Sartre descrive nel 1938: nel romanzo sono raccontate le vicende di Roquentin, un professore di storia che scopre la completa mancanza di senso della sua esistenza. La nausea è l'esistenza che si svela e "non è bella a vedersi, l'esistenza!"
L'uomo tenta di dare degli scopi all'esistenza ma gli scopi sono un qualcosa che noi inventiamo solo dopo che siamo già venuti al mondo. Inoltre l'uomo non giunge mai a una realizzazione definitiva e in tale prospettiva la libertà è una condanna.









Fëdor Dostoevskij 

Sul libro in adozione non c'è. Studiare Dostoevskij su qualsiasi altro testo

VITA (tratta dal video Eduflix)
Dostoevskij nasce nel 1821 a Mosca.
Il padre è medico militare. Lo indirizza alla Scuola militare di Pietroburgo.
Rimane orfano della madre quando è ancora adolescente. Successivamente perde anche il padre, probabilmente ucciso dai contadini che lavorano le sue terre.
Ancora adolescente, comincia ad avere attacchi di epilessia, che segneranno tutta la sua vita.
Porta a termine gli studi tecnici, dimostrando, invece, una predilezione per la letteratura.
Nel 1846, all'età di 25 anni, pubblica i suoi primi romanzi:
"Povera gente" che ottiene un successo immediato, e "Il Sosia".
Frequenta un circolo culturale di orientamento socialista e per questo nel 1849 viene condannato a morte.
La pena viene mutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia.
La revoca della pena capitale, già decisa nei giorni precedenti all'esecuzione, viene comunicata allo scrittore solo sul patibolo. 
(L'avvenimento lo segnerà molto, come testimoniano le riflessioni sulla pena di morte (alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario) in "Delitto e castigo" e ne "L'idiota" scritto a Firenze molti anni dopo).
L'esperienza in Siberia gli farà maturare, anni dopo, "Memorie da una casa di morti", in cui parlerà della durezza della vita dei forzati.
Nel 1857, terminata la reclusione in Siberia, si sposa con Marija Isaijeva, vedova con un figlio, Pavel.
Rientrato a Pietroburgo, torna a dedicarsi alla produzione letteraria.
Nel 1862 pubblica "Umiliati e offesi" ispirato alle misere umane, e nel 1864 "Memorie del sottosuolo" che racconta le vicende di un giovane emarginato.
In quello stesso anno, 1864, muoiono, a distanza di pochi mesi l'una dall'altro, la moglie e il fratello che gli lascia enormi debiti da pagare.
Nella speranza di risolvere le difficoltà economiche, compie un viaggio in Europa dove gioca disperatamente d'azzardo con il risultato di peggiorare la sua condizione finanziaria. 
Nel 1866 inizia a scrivere, pubblicandolo a puntate, il romanzo "Delitto e castigo". Contemporaneamente conosce la stenografa Anna Grigor'evna Snitkina, che l'aiuta a dare alle stampa, in quello stesso anno, "Il giocatore", in cui parla della malattia del gioco d'azzardo, di cui egli stesso è vittima.
Nel 1867 la sposa e con lei fa un viaggio in Europa: a Firenze inizia a scrivere "L'idiota", storia di un uomo profondamente buono, e "I demoni".
Rientrato in Russia, nel 1879 si dedica al suo ultimo romanzo: "I fratelli Karamazov".
L'opera riscuote grandissimo successo: la metà della tiratura viene venduta in pochi giorni subito dopo la pubblicazione.
Il progetto di un seguito dell'opera viene stroncato dalla morte dello scrittore, a 60 anni di età, avvenuta per enfisema polmonare il 28 gennaio 1881 a San Pietroburgo.


Tomba di Dostoevskij nel Cimitero Tichvin: è uno dei cimiteri situati sul territorio del monastero di Aleksandr Nevskij a San Pietroburgo, Russia. Fondato nel 1823, nella cosiddetta necropoli dei Maestri dell'arte, vi riposano molte eminenti personalità dell'arte e della cultura russa.




Link VIDEO DI 5  MINUTI: UN LICEO METTE IN SCENA "DELITTO E CASTIGO", ANNO 2011




Dal sito "studiarapido.it":
Romanzi

"Memorie del sottosuolo" (1864) è un lungo monologo interiore in cui lo scrittore analizza il proprio inconscio (la sua personalità nascosta, il suo «sottosuolo») e racconta alcuni episodi che mostrano gli aspetti più reconditi della sua vita e della sua anima, come la storia della fallita redenzione di una prostituta (che rivela ben maggiore dignità di lui).

"L’idiota" (1868) è il resoconto della sconfitta di un uomo troppo buono in un mondo dominato dal male.


"I fratelli Karamazov" racconto di un delitto: il padre libertino e dissoluto, odiato dai figli, viene trovato morto. Viene incolpato Mitja, un figlio che gli contendeva una bella mantenuta. In realtà a uccidere è stato un figlio illegittimo, che si impicca, cosicché non resta alcuna prova della sua colpa e Mitja viene condannato ai lavori forzati. L’alternativa a questo groviglio di colpe è rappresentato da uno dei figli, Alëša, che alla fine guida un gruppo di ragazzi verso un futuro migliore, contrassegnato dalla reciproca solidarietà.

"In Delitto e castigo", il protagonista è un povero studente, Raskolnikov, che vive in una camera in affitto a Pietroburgo, con i pochi soldi che la sorella Dunja riesce a mandargli. Per aiutare la famiglia, ma soprattutto per provare a se stesso la propria superiorità rispetto agli altri uomini e la propria assoluta libertà, decide di assassinare, per rapinarla, una vecchia usuraia. La uccide insieme con la sorella, che lo ha sorpreso. A questo punto viene assalito dai rimorsi. Da un lato, per provare la propria superiorità, si compiace di sfidare la polizia; dall'altro cade in preda a deliri in cui si mostra implacabile accusatore di se stesso. 
Il giudice ha capito che è lui l’assassino, ma ha compreso anche che prima o poi confesserà la sua colpa, e quindi aspetta che sia lui stesso a farsi arrestare. 
Intanto Raskolnikov vive la vita abietta dei reietti di Pietroburgo. 
Incontra un vecchio ubriacone, Mamerladov, la cui figlia, Sonja, si prostituisce per miseria ma è piena di carità cristiana. Questa ragazza è l’unica che suscita in lui un senso di umanità e di affetto. Decide quindi di confessarle la propria colpa e poi, convinto da lei che lo esorta alla redenzione, si costituisce. 
Sonja lo segue in Siberia, ai lavori forzati. Per il protagonista può iniziare una nuova vita. 
A questa narrazione principale se ne intreccia un’altra, in cui è protagonista la sorella Dunja, dapprima insidiata dal signor Svidrigajlov, dei cui figli è l’istitutrice, e poi disposta, per alleviare la miseria della famiglia e aiutare il fratello, a sposare il ricco ma abietto Luzin.



I punti chiave
I romanzi di Dostoevskij presentano le seguenti caratteristiche:
1) Attenzione ai problemi filosofici e morali nell’ambito dell’esistenzialismo.
Particolare interesse presenta la questione della legittimazione al male, connessa all'esistenza o meno di Dio (se Dio non esiste, l’uomo è del tutto libero, anche di compiere il male);
2) Attenzione alle dinamiche dell’inconscio e tendenza all'autoanalisi che sembrano prefigurare Freud e la psicoanalisi: in particolare si considerano la "doppiezza" psicologica, la compresenza di spinte contrastanti e contraddittorie nell'io più profondo, e gli stati di allucinazione e di delirio, in cui viene alla luce il "sottosuolo" dell’anima;
3) Tendenza a spingere le situazioni all'eccesso e all'estremo, a cogliere la vita nei momenti più radicali e nelle condizioni più terribili: quindi nell'abiezione più profonda o viceversa nell'esaltazione più nobile e orgogliosa;
4) Propensione verso paesaggi urbani degradati, rappresentati nella loro miseria (luride stanze in affitto, vicoli sporchi) e abitati da personaggi straziati dalla povertà o dalla sofferenza interiore.

Sul piano formale, le caratteristiche più interessanti sono le seguenti:
1) Narrazione soggettivata, che mostra dall'interno le oscillazioni dell’io;
2) Trama fortemente romanzesca e spesso poliziesca, che riecheggia il romanzo nero o d’appendice, con omicidi, stupri, eccessi di follia, passioni divoranti, indagini, intrighi, teatrali rivelazioni;
3) Struttura polifonica: il romanzo è costruito su una pluralità di voci, ciascuna con il proprio spazio e la propria dignità; le voci dei personaggi rappresentano visioni del mondo diverse e contraddittorie, irriducibili a un’unica verità.



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