LETTERATURA E ARTE
HERMANN HESSE PITTORE
HERMANN HESSE (1877 Calw, Germania)-1962 Montagnola, Svizzera), Premio Nobel per la Letteratura nel 1946, soffriva di periodici attacchi di depressione.
Nel 1907 viene ricoverato in una clinica, nel Canton Ticino, per disintossicarsi da un'eccessiva assunzione di alcool. E' qui che comincia a dipingere, da autodidatta, per superare i momenti di depressione.
Nel 1916 inizia una serie di sedute psicanalitiche con Josef Bernhard Lang.
Nel 1917 viene sottoposto a una terapia di elettroshock.
Sucessivamente riprende le sedute psicanalitiche diventando pazinte di Jung (1875-1961)
Durante la Prima Guerra Mondiale inizia a dipingere con la finalità di vendere i suoi dipinti, (per raccogliere fondi per i prigionieri di guerra) e non più solamente per sconfiggere la depressione: in questo periodo illustra alcune sue poesie.

Nel 1919 si trasferisce a Montagnola (nei pressi di Lugano), così scrive:
"Ho in mano il mio sgabello da pittore, ... E sulla schiena porto lo zaino, dentro c’è la mia tavola da dipingere, la mia tavolozza con i colori ad acquerello e una bottiglietta d’acqua per dipingere, e alcuni fogli di bella carta italiana…".
Nel 1920 scrive: "Ora che la mia situazione finanziaria da scrittore mi ha lasciato quasi senza soldi, comincio vivere come pittore".
Nel 1924 afferma: "Non sarei giunto così lontano come scrittore senza la pittura".
Nel 1925 scrive: "Non è che mi ritenga un pittore, ma dipingere è bellissimo. Dopo, le dita non sono nere come nel caso dello scrivere, ma rosse e blu."
La sua carriera di pittore si intensifica negli anni Trenta e Quaranta.
Nel corso della sua vita esegue circa 3.000 acquerelli.
Nel 1955 gli viene diagnosticata una leucemia cronica.
Muore nel 1962, colpito da un'emorragia cerebrale.
Hermann Hesse, 1907
Hermann Hesse, databile tra il 1919 e il 1931
Hermann Hesse, Paesaggio del Ticino, 1922
Hermann Hesse, Allerlei Essbares aus dem Meer, (Tutti i tipi di commestibili dal mare) tempera e inchiostro su carta
ASTRATTISMO
CINEMA D'AVANGUARDIA, MUSICA E ARTE
Filmato del 1923-1924 Musica visiva
(Durata del video: 07:29)
Sinfonia diagonale
Sul filmato appena visto:
CINEMA D'AVANGUARDIA, MUSICA E ARTE
Nel 1923 Viking Eggeling (Lund, Svezia, 1880 – Berlino, 1925) realizza uno dei primi esperimenti di "musica visiva".
VITA di Viking Eggeling
Viking Eggeling nasce in Svezia nel 1880.
Il padre di Viking Eggeling, di origine tedesca, era un insegnante di musica, di violino, e aveva un negozio di strumenti musicali. Nel 1895, alla morte del padre, si trasferisce in Germania e poi, nel 1901, a Milano dove, fino al 1907, frequenta l'Accademia di Belle Arti di Brera. Per un breve periodo insegna arte in un liceo della Svizzera e nel 1911 si trasferisce a Parigi.
Nel 1918 inizia a coltivare l'idea di un'opera d'arte che includa il tempo come elemento compositivo integrante. Eggeling passa lunghe notti a mettere insieme decine di disegni per formare delle "frasi" e "suite". Complice la sua formazione familiare, Eggeling era convinto del rapporto inscindibile tra musica e arti visive.
L'artista realizza un primo film, oggi perduto, e, non soddisfatto, inizia i lavori per il suo secondo e ultimo film: "Diagonal-Symphonie": sono ritagli di carta e carta stagnola di figure fotografate, un fotogramma alla volta, a passo uno.
Il film viene completato nell'autunno del 1924, e il 5 novembre si tiene una proiezione privata della pellicola, destinata solo agli amici e ai collaboratori stretti di Eggeling. La prima proiezione pubblica, invece, si tiene il 3 maggio del 1925 ma Eggeling non presenzia all'evento: da qualche mese ricoverato al Norbert Krankenhaus di Berlino, vi morirà il 19 maggio per angina settica.
FILOSOFIA E MUSICA
Nella filosofia di Arthur Schopenhauer (Danzica, Polonia, 1788 – Francoforte 1860) tra le arti un posto a sé occupa la musica: essa è superiore a tutte le altre arti perché va al di là anche delle idee. La musica è indipendente sia dal fenomeno che dalle idee a tal punto che, paradossalmente, si potrebbe dire che essa esisterebbe anche se non esistesse il mondo.
L'arte costituisce, dunque, un "conforto alla vita".
DIGRESSIONE
ARTE E MUSICA ALLA BIENNALE D'ARTE DI VENEZIA, 2015
Video (Durata: 0:26)
Performance, Biennale di Venezia 2015
Olaf Nicolai Nato in Germania nel 1962 (considerto da alcuni critici un artista concettuale) si avvale di registrazioni prese da contesti disparati (scioperi, rumori nella folla ecc, come faceva il musicista Luigi Nono) e le unisce come se fossero brani musicali.
L'opera d'arte consiste non nelle registrazioni in sé ma nell'analisi della reazione del pubblico quando non conosce l'origine dei suoni e quando, invece la conosce: la conoscenza modifica completamente la percezione.
Di fronte a una sua "musica, lo spettatore può essere trascinato oppure può resistere non lasciandosi coinvolgere o dominare.
L'astrattismo trova la sua teorizzazione in 2 testi fondamentali:
Il testo "Astrazione ed empatia", del 1907, dello storico dell'arte, tedesco, Wilhelm Worringer (Aquisgrana, 13 gennaio 1881 – Monaco di Baviera, 29 marzo 1965) e "Lo spirituale nell'arte" del 1910, di Vassily Kandinskij (Mosca, 16 dicembre 1866 – Neuilly-sur-Seine, 13 dicembre 1944), (che nel 1926 pubblicherà anche "Punto linea e superficie").
Entrambi teorizzano una forma di espressione artistica non rappresentativa della realtà.
Con il termine "astrattismo", si designano tutte le forme di espressione artistica visuale dove non vi siano appigli che consentano di ricondurre l'immagine dipinta ad una qualsiasi rappresentazione della realtà, (nemmeno mediata dalla sensibilità dell'artista come nel caso degli impressionisti).
Si intende, quindi, la ricerca della forma pura tramite figure geometriche e colore.
Nel testo "Astrazione ed empatia", l'autore parla di espressione artistica non figurativa, empatica.
Nel libro "Lo spirituale nell'arte" del 1910 Kandinskij estrinseca la propria spiritualità attraverso il colore, come pura esperienza estetica, scevra dalle sovrastrutture.
Il colore può avere due possibili effetti sullo spettatore: Un "effetto fisico", determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore invece di un altro; un "effetto psichico" dovuto alla vibrazione spirituale (prodotta dalla forza psichica dell'uomo) attraverso cui il colore raggiunge l'anima. Il colore ha un odore, un sapore, un suono.
In "Punto linea e superficie" Kandinskij parla della grafica:
Il punto è il primo nucleo di una composizione; nasce quando il pittore tocca la tela; è statico.
La linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per questo è dinamica. Può essere orizzontale, verticale, diagonale, spezzata, curva, mista.
L'autore può dare accentuazione alle forme girando la tela e sfruttandone i piani diversi.
Tra gli astrattisti:
Vasilij Vasil'evič Kandinskij (Mosca, 16 dicembre 1866 – Neuilly-sur-Seine, 13 dicembre 1944) pittore russo, naturalizzato francese, anche germanizzato.
Ernst Paul Klee (Münchenbuchsee, Svizzera 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940). Il padre è musicista, la madre cantantel. Klee è un eccellente violinista (volontà dell'artista di non essere inserito in nessuna corrente).
Piet Mondrian (Amersfoort, Paesi Bassi, 7 marzo 1872 – New York, 1º febbraio 1944) che dà vita a un movimento artistico denominato De Stijl (o neoplasticismo).
Kandinskij, Porto di Odessa, 1898, olio su tela, cm 65 x 46, Mosca, Galleria Tret’jakov © State Tretyakov Gallery, Moscow, Russia
Kandinskij, Prime sperimentazioni del 1908, (si ispira ai fauves)
Kandinskij, Primo acquerello astratto,1910, inchiostro su carta,49,6x61,8cm.Centre Pompidou
Kandinskij inizia da una pittura espressionistica con l'accentuazione del colore per passare ad una pittura astratta priva di figure riconoscibili.
Vassily Kandinskij, Giallo, rosso, blu, olio su tela, 1925, Musée national d'art moderne, Parigi
(Nel 1961 Johannes Itten - (Süderen-Linden, Svizzera 11 novembre 1888 – Zurigo, 25 marzo 1967) creerà il cerchio cromatico soprannominato "Cerchio di Itten"
Ernst Paul Klee, Palloncino rosso, 1922, olio su tela montata su cartone, 31,7x31,7 cm, Guggenheim Museum, New York
Decisivo per il pittore è un suo viaggio a Tunisi e ad Hammamet, nel 1914. all'età di 35 anni. Da quel momento afferma di essersi pienamente impadronito del colore e inizia a prediligere nelle proprie opere le tonalità calde, tipiche di questa area geografica. Scrive nello stesso anno: "Questo è il momento più felice della mia vita....il colore e io siamo una cosa sola".
NB
Sebbene Klee oggi sia considerato, dalla maggior parte degl storici dell'arte, un pittore astrattista, "Palloncino rosso" manifesta la volontà dell'artista di non essere inserito in nessuna corrente, pur lasciandosi influenzare da tutte e per certi versi armonizzandole.
In "Palloncino Rosso" si mescolano forme geometriche che richiamano l’esperienza cubista e l’astrattismo geometrico ma anche il ricordo di un paesaggio cittadino, rivisto tramite l’esperienza dell’anima e quei colori caldi che Klee aveva imparato a dominare, qualche anno prima, in Tunisia.
Ernst Paul Klee, Polifonia, 1932, tempera su tela, 66,5x106, Museo d'arte di Basilea
Figlio di un professore di musica (del quale prese la cittadinanza tedesca), e di una cantante, Klee è anche un eccellente violinista.
IL TEMPO SULLA TELA: Secondo Klee il concetto di polifonia, cioè quel tipo di scrittura musicale che prevede l'uso simultaneo di più voci e temi musicali, può essere applicato anche alla pittura: anzi, sosteneva che, nonostante il loro essere "ferme", le immagini possono rendere percepibile la sensazione del "divenire temporale" persino più dell'ascolto di un brano musicale.
Klee, considera la polifonia pittorica superiore a quella musicale, perché può rendere con più efficacia la natura del movimento, come egli stesso descrive nei suoi Diari (nel 1897 inizia a tenere un diario che prosegue, se pur in modo discontinuo, fino al 1918): "Il semplice movimento ci sembra banale. L'elemento tempo va eliminato. Ieri e oggi come contemporaneità. La polifonia nella musica può sfuggire in parte a questa esigenza. [...] La pittura polifonica supera la musica, in quanto qui il tempo è qualcosa di più che spazio... Il concetto della contemporaneità vi si manifesta più intensamente. Per rendere evidente il movimento a ritroso che concepisco nella musica, richiamo l'attenzione sull'immagine riflessa nei vetri di una vettura tramviaria in corsa".
Piet Mondrian, Tableau, 1921
I quadri per cui è più conosciuto consistono in linee perpendicolari e campiture geometriche con colori primari (rosso, giallo, blu), con il bianco, il nero o il grigio. Sono il risultato di una continua ricerca di equilibrio e perfezione formale evoluta stilisticamente nel corso di tutta la sua vita.
Interessante è l'idea di Mondrian sul rapporto tra arte e vita. Così scrive:
"Dobbiamo comprendere che l'arte e la vita non sono domini separati".

Piet Mondrian, New York City 1, unfinished, 1941, oil and painted paper strips on canavas, 115x119
Articolo tratto da "Il Fatto Quotidiano" del 30 ottobre 2022:
Il quadro di Piet Mondrian "New York City 1 (unfinished)" del 1941 ha passato 77 anni appeso "a testa in giù". Ad accorgersi che il famoso quadro era esposto nel verso sbagliato è stato l’artista italiano Francesco Visalli. ... Una foto scattata nello studio dello stesso Mondrian, prima del trasferimento al MoMA di New York nel 1945, dove già il quadro era appeso capovolto, immortala infatti il quadro in un altro senso. ... Non è dato sapere, però, come mai il quadro sia stato girato fino a oggi, ma difficilmente ora verrà capovolto. La curatrice ha infatti spiegato che il movimento metterebbe a rischio l’opera ...".
L'ARTE ASTRATTA NEL QUOTIDIANO
Oltre alla pittura, l'astrattismo coinvolge anche l'architettura, le arti applicate e la progettazione.
Nel 1919 in Germania nasce, fondata dall'architetto Walter Gropius, la scuole di arte e design Bauhaus. E' attiva a Weimer dal 1919 al 1925, a Dessau dal 1925 al 1932, e a Berlino dal 1932 al 1933, anno in cui viene chiuda dal regime nazionalsocialista.
Il termine Bauhaus significa capannone, indicante la loggia dei muratori.
Il Bauhaus nasce con l'obiettivo di conciliare la creazione artistica con la produzione industriale, unendo cioè il valore estetico di un oggetto con la componente tecnica e funzionale.
Molti oggetti, oggi di uso quotidiano, derivano dalle ricerche sviluppate in questa scuola.
I maestri del Bauhaus erano spesso artisti noti, in attività, come, ad esempio, Vasilij Kandinskij e Paul Klee.
Scuola Bauhaus: Poltrona Vasilij, prodotto di disegno industriale, 1925, Progettista Marcel Breuer, Idea: riduzione delle forme della pesante poltrona imbottita in una struttura leggera. Concetti: elasticità, leggerezza, igiene, resistenza. Produttore: Standard-Möbel, Lengyel & Co., Gavina Spa, Knoll. Prodotto dal 1926-27. Materiali: struttura in tubo d'acciaio nichelato, seduta e schienale in eisengarn o cuoio.
La Sedia o Poltrona Vasilij, conosciuta anche come sedia Modello B3, fu disegnata da Marcel Breuer. All'epoca, 1925, era direttore del laboratorio del legno presso il Bauhaus di Dessau.
La sedia B 3, prodotta inizialmente dalla Standard Möbel di Berlino, divenne un prodotto di massa negli sessanta dopo che Dino Gavina nel 1962, dopo aver conosciuto il designer ungherese a New York, lo aveva convinto a rieditare la sedia tubolare. Quando Gavina seppe che Kandinskij aveva chiesto che il primo esemplare, del 1925, fosse destinato al salone del suo appartamento, decise di produrla con il nome Wassily. Nel 1968 la Knoll di New York comprò la Gavina Spa di Bologna, compresa la produzione della sedia, che è ancora in produzione.

Movimento artistico De Stijl: Sedia rossa e blu, prodotto di disegno industriale, Anno di progettazione: 1917. Progettista: Gerrit Rietveld. Idea: ridurre la realtà ai suoi tratti di linee e superfici; in seguito colori primari. Concetti: composizione astratta e ideale di superfici e linee nello spazio (vedi movimento artistico). Movimento artistico: De Stijl. Produttore: Gerard van de Groenekan; Cassina. Prodotto dal 1918. Materiali: legno laccato. Tecnica di lavorazione: segatura, incollaggio, verniciatura
Il De Stijl (o neoplasticismo) predicava una forma d'arte in grado di restituire, attraverso armoniosi rapporti proporzionali tra le zone e tra i colori, la struttura ideale dello spazio: a tale principio rispondevano tutte le opere riconducibili al gruppo, e in particolar modo quelle di Mondrian, autore di celebri quadri dove l'effetto di equilibrio e di armonia viene conseguito, con risvolti anche astraenti, grazie all'impiego di linee nere intrecciate ad angolo e vivaci campiture di colori primari, bianco e nero.
Non è un caso, dunque, se la Sedia rossa e blu è considerata una concretizzazione tridimensionale dei principi figurativi che stanno alla base dell'arte di Mondrian.
SINTESI
Definizione: Con il termine "astrattismo", si designno tutte le forme di espressione artistica visuale dove non vi siano appigli che consentano di ricondurre l'immagine dipinta ad una qualsiasi rappresentazione della realtà.
Tecnica: forme geometriche piane e colori per lo più primari (ricerca della forma pura tramite figure geometriche e colore)
7 DICEMBRE 2022
SUPREMATISMO
Nel 1915 Kazimir Malevič, (Kiev 1879-Leningrado 1935) teorizza il movimento suprematista in un manifesto scritto in collaborazione con il poeta Majakovskij.
Prima del 1915, grazie al grande collezionismo russo del primo Novecento, ha modo di studiare le avanguardie europee. La sua attenzione si concentra sul panorama francese, in particolare su Cézanne, Matisse, Picasso, i Fauves e il Cubismo.
Le prime opere mostrano sperimentazioni che attingono dal cubismo, dal futurismo, dall'astrattismo: i suoi quadri nascono dalla combinazione di moduli formali geometrici.
Kazimir Malevič, Il taglialegna, olio su tela, 94x71, 1912, Stedelijk Museum, Amsterdam
Kazimir Malevič, Suprema pittura 9, olio su tela, 87x72, 1915, State Russian Museum, St. Petersburg
Quest’opera manca di qualsiasi riferimento tematico:
poggia unicamente sull'interazione tra forma e colore.
Nel 1920 Malevič pubblica un saggio dal titolo "Il suprematismo, ovvero il mondo della non rappresentazione", sostenendo "supremazia della sensibilità pura" (da cui il nome suprematismo), dunque l'artista doveva assecondare la pura sensibilità plastica staccata dalla rappresentazione del mondo naturale.
Così scrive: "La sensibilità è l’unica cosa che conti ... essa viene espressa per mezzo di forme assolute: il rettangolo, il triangolo, il cerchio, la croce". 
L'artista, dunque, doveva mirare a una "figurazione non figurativa" volta a rimuovere tutti gli indizi visivi che rimandavano al mondo conosciuto, in modo che lo spettatore potesse godere dell'"l’esperienza della non oggettività": affermava di aver "ridotto il tutto a nulla" e che quindi lo spettatore era libero di vedere tutto ciò che voleva.
Malevič negando la validità della rappresentazione dell'oggetto sosteneva che l’artista dovesse essere fine a se stessa, svincolata da finalità esterne e da necessità concrete.
I quadri suprematisti non hanno cornici perché la cornice, secondo questi artisti (lui e un suo allievo), sarebbe stata un'allusione ai confini terrestri.
Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco, 1915, 79,5x79,5, olio su tela, Galleria Tret'jakov, Mosca
NB Di "Quadrato nero" esistono 4 versioni
Mostra dicembre 1915 a Pietrogrado, in cui 7 pittori e 7 pittrici di due opposti schieramenti si confrontarono, grazie all’estenuante lavoro curatoriale di Ivan Puni (artista finlandese di origine italiana) e sua moglie Xenia Boguslavskaja. Questo evento del 1915 viene considerato come uno dei massimi eventi artistici del Novecento.
Il quadro "Quadrato nero su fondo bianco" viene presentato a San Pietroburgo nel 1915, in occasione della mostra "Ultima mostra di pittura futuristica 0.10 (Zero-dieci)", il cui nome stava a sancire la fine del precedente movimento artistico del Cubo-futurismo. Il numero “0.10” fa riferimento ai dieci artisti scelti per esporre (che divennero poi 14), ciascuno dei quali era andato allo “zero”, il che significava che stavano rappresentando il “nulla”.
Il “Quadrato nero su fondo bianco” era esposto nel posto d’onore, in un angolo in alto, appeso obliquamente vicino al soffitto in modo da formare un triangolo con le due pareti.

La collocazione è importantissima in quanto quel posto, nelle case tradizionali russe ortodosse, è l’“angolo rosso” o “angolo bello”, il posto riservato all’icona, all’immagine sacra collocata lì al fine di proteggere l’abitazione e di fungere da strumento di contatto tra la terra e il cielo: il fedele pregava rivolgendosi a questa come a un tramite.
Quella che sembra una banale figura geometrica, fredda e un po’ lugubre, secondo alcuni studiosi è invece viva ed è un volto, come quello di Cristo nelle icone acheròpite, non fatte dalla mano umana, come un calco diretto del divino.
ATTENZIONE: Secondo altri studiosi le "crepe" che si intravedono sono semplicemente dovute a un cattivo stato di conservazione.
Nel 1918 Malevič porta lo sviluppo dell'arte non oggettiva alla sua logica conclusione con una serie di opere che titola "Bianco su bianco".

Kazimir Malevič, Bianco su bianco, 1918-1919
Giunto a un punto che precludeva a ulteriori sviluppi, ritorna alla pittura figurativa.
Intorno al 1928 Malevič
si reca in Germania dove visita il Bauhaus e intrattiene rapporti di amicizia
con gli artisti tedeschi. Per questo motivo nel 1930 viene arrestato. Negli ultimi anni dipinge opere figurative. Muore nel
1935.

Kazimir Malevič, Sportivi, 1930-1931, Olio su tela 142 x 164 cm, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Kazimir Malevič, Casa rossa, 1932 Olio su tela 63 x 55 cm, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo
SINTESI
Definizione: Pittura basata sulla non rappresentazione dell'oggetto della realtà tangibile: supremazia della sensibilità pura.
Tecnica: Vengono dipinte, per lo più, forme assolute: rettangolo, triangolo, cerchio, croce.
Inoltre: Il termine deriva dalla frase di Malevič "supremazia dell'espressività pura".
ARTE E FILOSOFIA:
DALLA NON RAPPRESENTAZIONE DI MALEVIC
al
COGITO CARTESIANO E ALL'IMMATERIALISMO BERKELEYANO
Cartesio (Le Haye 1596 - Stoccolma 1650)
- I sensi ci possono ingannare: ad esempio vediamo una cosa in un modo e invece è in un altro, oppure vediamo una cosa, la prendiamo come reale e invece è un sogno.
Cartesio chiama questo tipo di dubbio: DUBBIO METODICO.
- Sicuramente non è certa ed evidente neanche la matematica se ammettessimo l'esistenza di un genio maligno che ci induce a sbagliare.
Esempio: noi siamo certi che 2 + 2 = 4 ma, se esistesse un genio maligno che ci inganna, esso ci potrebbe portare a pensare che il risultato sia 4 mentre, invece, è 5!
Il tipo di dubbio che ci porta a non essere più certi di nulla, non solo della realtà sensibile ma anche della matematica, Cartesio lo definisce: DUBBIO IPERBOLICO.
Dunque, dubito di quello che vedo, dubito di quello che sento, dubito di ciò che tocco, dubito che 2 + 2 è 4, insomma dubito di tutto.
Di una sola cosa non posso dubitare: che "sto dubitando", cioè che "sto pensando". E se sto pensando vuol dire che esisto: COGITO ERGO SUM = penso quindi esisto.
Con questo discorso Cartesio ha dimostrato l'esistenza di sé (NB come essere pensante! Attenzione: non come materia!).
Ora rimane da dimostrare l'esistenza del mondo.
Per dimostrare l'esistenza del mondo, Cartesio ricorre alla dimostrazione dell'esistenza di Dio perché se Dio esiste, ci darà anche la garanzia dell'esistenza del mondo: Dio, perfetto non ingannatore, ci dà la certezza dell'esistenza della realtà esterna, è un GARANTE.
Berkeley (Irlanda 1685 - Oford 1753)
L'immaterialismo berkeleyano è un principio gnoseologico nuovo che può essere riassunto con la celebre formula esse est percipi, l'essere è l'essere percepito, (che afferma l'inesistenza della realtà materiale): ciascun oggetto non è altro che la percezione che ne abbiamo, senza la quale esso non esisterebbe; tutto l'essere di un oggetto consiste nel suo venir percepito e nient'altro (per comprendere questo concetto si pensi a un sogno).
Gli oggetti che noi crediamo esistere sono in realtà delle astrazioni ingiustificate; non esistono oggetti corporei, ma soltanto collezioni di idee che ci danno una falsa impressione di materialità e sussistenza complessiva.
SECONDO FUTURISMO
(Durata del video: 03:07)
Canzone rumorista di Depero, con arrangiamento sonoro di Luigi Russolo
Nella foto: Luigi Russolo e Ugo Piatti nel laboratorio degli Intonarumori di Milano, 1913
Intonarumori: Casse contenenti diversi motori che producevano rumori girando una manovella
(Durata del video: 01:25)
Canzone rumorista di Depero, con arrangiamento sonoro di Luigi Russolo,
resa visiva da Ilaria Mariani nel 2008/09, Facoltà del design del Politecnico di Milano
Esempio di spartito di canzone futurista, del 1928:
La canzone d Uriele di Franco Casàvola.
Il testo della canzone è privo di ogni contenuto semantico rievocando le parole in libertà.
La lirica si compone di soli vocalizzi
(Si vedano, successivamente: John Cage, Luigi Nono, Jimi Hendrix, il jazz o Adriano Celentano con Prisencolinensinainciusol del 1972)
CLICCARE QUI per Video Link
Testo incomprensibile della canzone
Prisencolinensinainciusol
In de col men seivuan
Prisencolinensinainciusol ol rait
Uis de seim cius nau op de seim
Ol uait men in de colobos dai
Trrr ciak is e maind beghin de col
Bebi stei ye push yo oh
Uis de seim cius nau op de seim
Ol uoit men in de colobos dai
Not s de seim laikiu de promisdin
Iu nau in trabol lovgiai ciu gen
In do camo not cius no bai for lov so
Op op giast cam lau ue cam lov ai
Oping tu stei laik cius go mo men
Iu bicos tue men cold dobrei goris
Oh sandei
Ai ai smai sesler
Eni els so co uil piso ai
In de col men seivuan
Prisencolinensinainciusol ol rait
Ai ai smai senflecs
Eni go for doing peso ai
Prisencolinensinainciusol ol rait
Uel ai sint no ai giv de sint
Laik de cius nobodi oh gud taim lev feis go
Uis de seim et seim cius go no ben
Let de cius end kai for not de gai giast stei
Ai ai smai senflecs
Eni go for doing peso ai
In de col mein seivuan
Prisencolinensinainciusol ol rait
Lu nei si not sicidor
Ah es la bebi la dai big iour
Ai aismai senflecs
Eni go for doing peso ai
In de col mein seivuan
Prisencolinensinainciusol ol rait
Lu nei si not sicodor
Ah es la bebi la dai big iour
Nel 1915 Fortunato Depero (Fondo, (TN) 1892 – Rovereto, (TN) 1960) e Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) firmano il "Manifesto della ricostruzione futurista dell'universo" dando vita al "Secondo futurismo".
La caratteristica della dinamicità viene soppiantata, gradualmente, da una pittura dal carattere decorativo (soprattutto a causa dei segni della crisi sociale e politica della guerra).
Lo stesso Marinetti opterà per una pittura spaziale aerea che verrà codificata nel "Manifesto dell'aeropittura futurista" pubblicato nel 1929.
Depero è grafico pubblicitario, crea tappeti, giocattoli, marionette, mobili, vestiti, oggetti, libri, manifesti pubblicitari, oggetti pubblicitari, disegna costumi teatrali e scenografie (lavora a New York tra il 1928 e il 1930) e si occupa di "scrittura sperimentale" con "poesie astratte" e "rumoriste".
Chiama la sua casa la Casa del Mago, a Rovereto.
Nel 1932 pubblica il "Manifesto dell'arte pubblicitaria futurista", rivoluzionando il modo di fare pubblicità e anticipando le nozioni di marketing:
Catturare i consumatori con illustrazioni dai colori sgargianti, e da un forte impatto visivo.
Realizzare figure astratte e frastornanti.
Il suo nome è legato a numerose pubblicità per
Liquore Strega;
Campari: Manifesti pubblicitari, bottiglietta ed erogatori;
Acqua San Pellegrino;
Mandorlato Vido;
Tamarindo Erba;
Cioccolato Unica;
Mattoni Verzocchi ecc.
Mandorlato Vido
Fortunato Depero, Mandorlato Vido, 1924, Courtesy Lucca Center of Contemporary Art
Liquore Strega
Fortunato Depero, Manifesto pubblicitario Strega, 1928, Courtesy Lucca Center of Contemporary Art (Foto utilizzata solo a fini didattici)
Camparisoda
La bottiglietta che nel 1932 realizza per Camparisoda ha la forma di un calice rovesciato.
Tale forma CONICA è il punto di arrivo di un sodalizio artistico tra Depero e la famiglia Campari iniziato nel 1920.
Fortunato Depero, Campari Selz, 1925-1926, (foto tratta dal sito Depero.it, per soli fini didattici)
Fortunato Depero, Campari, 1927 (foto tratta dal sito Depero.it, per soli fini didattici)
Fortunato Depero, Campari, 1928 (foto tratta dal sito Depero.it, per soli fini didattici)
Fortunato Depero, Bottiglia Campari per il primo aperitivo monodose, 9,8cL, 1932 (immagine da wikipedia, per fini didattici)
Nel 2002 viene ideata da Raffaele Celentano per Ingo Maurer "Campari Light", è una lampada a sospensione, che diffonde una luce rossa. E' realizzata con dieci bottigliette Campari Soda originali, staccabili singolarmente. Composto da materiale sintetico e in metallo. L’altezza del cavo viene regolata tramite un vero tappo Campari.
14 DICEMBRE 2022
(Durata del video: 02:18)
14 DICEMBRE 2022
METAFISICA
Il termine "metafisica" viene usato da Giorgio de Chirico nel 1910.
(Durata del video: 02:58)
de Chirico polemizza sull'arte contemporanea
(Durata del video: 01:38)
Il termine metafisica", dal greco μετὰ τὰ ϕυσικά = oltre la realtà fisica, viene usato da Giorgio de Chirico nel 1910 in contrapposizione al futurismo: Alla dinamicità e al fragore del futurismo, de Chirico contrappone l'immobilità e il silenzio.
Vengono dipinti oggetti e luoghi privi di riferimenti a dati reali, in un'atmosfera innaturale con l'azzeramento delle categorie spazio-temporali in favore di uno spazio e di un tempo che sono immobili ed eterni, senza relazione con la fenomenologia delle cose.
Gli elementi figurativi utilizzati sono:
Piazze senza tempo, vuote, o con statue e manichini al posto delle figure umane, o trenini sbuffanti ma immobili (de Chirico); Giocattoli con cui non si può giocare (Savinio). Bottiglie e spazio, da esse occupato, con uguale importanza formale e cromatica (Morandi).
La metafisica porrà le basi per la nascita del surrealismo.
Tra gli artisti:
Giorgio de Chirico (Volo, 10 luglio 1888 – Roma, 20 novembre 1978)
Alberto Savinio pseudonimo di Andrea de Chirico, (Atene, 25 agosto 1891 – Roma, 5 maggio 1952)
Carlo Carrà a partire dal 1915, anno in cui si stacca dal futurismo (Quargnento, Alessandria, 11 febbraio 1881 – Milano, 13 aprile 1966)
Giorgio Morandi (Bologna, 20 luglio 1890 – Bologna, 18 giugno 1964)
Giorgio de Chirico e Alberto Savinio
Giorgio de Chirico e Alberto Saviniio (Andrea de Chirico, che nel 1914 aveva assunto lo pseudonimo di Alberto Savinio) erano fratelli, entrambi erano nati in Grecia, il primo a Volos nel 1888 e il secondo ad Atene nel 1891, dove a quel tempo si erano stabiliti i loro genitori Gemma Cervetto, genovese, ed Evaristo de Chirico, ingegnere che in Grecia era proprietario di un’impresa ferroviaria, figlio del barone Giorgio Filigone de Chirico di famiglia italiana di Dalmazia.
Ad Atene, nel 1899, Giorgio frequenta il Liceo Leonino e l’anno dopo si iscrive al corso di pittura al Politecnico, mentre Alberto studia pianoforte al conservatorio.
Quando nel 1905 il loro padre Evaristo muore, Gemma Cervetto, con i due figli di 17 e 14 anni, decide di tornare in Italia, prima a Firenze e poi a Venezia e di trasferirsi, successivamente, a Monaco dove Giorgio – 19 anni – si iscrive all’Accademia, e Alberto – 16 anni – studia composizione con Max Reger. Di lì a poco, Gemma Cervetto e Alberto si trasferiscono da Monaco a Milano, città nella quale nel 1909 li raggiunge anche Giorgio, e l’anno dopo a Firenze.
Nel 1911 Alberto va a Parigi e invita il fratello a raggiungerlo. I due, all’epoca molto uniti, vivono nella capitale francese fino al 1915, anno in cui rientrano in Italia e si arruolano a Ferrara nel 27º Reggimento di Fanteria.
Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Alberto torna a Milano e nel 1923 si reca a Roma e al Teatro d’Arte di Roma, cooperativa di letterati e di pittori, incontra Maria Morino, un'attrice che aveva recitato nell’ultima tournée di Eleonora Duse in America; la sposa nel 1925 fissando la loro dimora a Parigi, città nella quale Giorgio si era da poco stabilito.
Negli anni tra le due guerre i rapporti tra i due fratelli si allentano, e nonostante, più tardi, le loro dimore siano fissate in modo definitivo a Roma, cesseranno di frequentarsi.
LE DUE ABITAZIONI A ROMA
Nel 1937 Alberto Savinio va ad abitare al primo piano di un palazzo in Viale dei Martiri Fascisti, più tardi denominato Viale Bruno Buozzi. Sulla facciata di quell’abitazione in Viale Buozzi al numero civico 39, c’è oggi una targa, apposta nel 2013: “In questa casa visse e lavorò dal 1937 al 1952 Alberto Savinio – Andrea de Chirico – Atene 1891 – Roma 1952, scrittore pittore musicista”.
Giorgio de Chirico ha lo studio-abitazione dal 1947 a Piazza di Spagna a Roma al civico 31.Vi rimarrà fino al 1978, anno della sua morte, insieme alla sua seconda moglie Isabella Pakszwer Far. Oggi museo, esso occupa gli ultimi piani del Palazzetto seicentesco dei Borgognoni, ha di fronte la Fontana della Barcaccia del Bernini e, sul fianco, la scalinata di Trinità dei Monti
NB
Un tentativo di riconciliazione tra i due fratelli viene fatto dal secondo figlio di Alberto Savinio, Ruggero Savinio, pittore (nato a Torino nel 1934) che, adolescente, decide di frequentare lo studio di suo zio Giorgio a Piazza di Spagna.
Ruggero Savinio così racconta in un'intervista del 4 novembre 2018:
<Ho frequentato le tre classi della scuola media all’Alfieri in Via Salaria, e gli anni del ginnasio e del liceo al Tasso. Ricordo che dipingevo e disegnavo. Mio padre mi guardava ed era incoraggiante, addirittura imbarazzante perché lodava tutto quello che facevo. Le mie piccole copie, da Rembrandt, erano ingenue ma mi lodava perché, diceva, erano libere. Io, al contrario, pensavo che avrei dovuto seguire l’insegnamento di qualcuno. Mi venne in mente Amerigo Bartoli, un pittore che era amico di famiglia, ma poi mi dissi che la cosa più ovvia era andare da mio zio de Chirico.
Nello studio di mio zio facevo copie di opere di pittori antichi; mi correggeva un po’; mi consigliava. Una cosa che ho raccontato, che ho anche scritto ed è spesso riferita, è una frase che mi disse un giorno: Scurisci scurisci, c’è sempre tempo a schiarire; l’ho mantenuta a mente perché penso che in essa risieda il senso della pittura, antica e tout court: la luce nasce dall’ombra.
Ma c’è un altro motivo, per il quale avevo deciso di frequentare quello studio a Piazza di Spagna: il desiderio di far riavvicinare mio padre e mio zio>.
Nel 1952 a Firenze entrambi i fratelli lavorano al teatro comunale per il Maggio musicale, senza guardarsi; senza parlarsi. Tornato a Roma da Firenze, dopo pochi giorni, il 5 maggio 1952, Alberto Savinio muore.
<L’ho vissuta da vicino la sua morte! ... A casa c’ero io con mia madre; io nella mia stanza; mio padre nella stanza accanto ... E io a un certo punto ho sentito, dalla mia stanza, mio padre che mi diceva: Chiama la mamma. ...
Ho telefonato al dottore di famiglia Elvio Cecchi amico di mio padre.
Mio zio è arrivato, dopo che mio padre era morto. C’era, non una separazione, c’era un po’> tossisce e subito si scusa <ho un po’ di tosse. La loro separazione era dovuta a motivi, non so, i soliti motivi familiari, cose così, impalpabili. Erano stati molto uniti da giovani, ma in quegli anni si vedevano meno, si incontravano poco. Meno. Però, quando mio padre è morto, mio zio è arrivato con una corona di alloro e questo gesto è stato molto emblematico, di grande ammirazione e amore che aveva per il fratello. Ed era reciproca la cosa. Anzi, mio zio de Chirico, molto formale nei suoi atteggiamenti, per tutta la vita ha portato la cravatta nera in memoria del fratello morto>.

Giorgio de Chirico, Bagni Misteriori, 1965 circa, firmato 1939, olio su tela, 64x82,5, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
Giorgio de Chirico, Composizione metafisica, 1950-1960???, olio su tela, 60X50, Palazzo Pitti
Sul retro di questa tela, l’autentica di de Chirico recita: “questa pittura metafisica vita silente di una testa di Apollo con un guanto di gomma rossa è opera autentica da me eseguita e firmata”.
Il dipinto è una replica fedele, eseguita con ogni probabilità negli anni Cinquanta, dell’opera Canto d’amore del 1914, in collezione del Museum of Modern Art di New York ed è un esempio di una delle operazioni di de Chirico, ovvero la riproduzione dei suoi dipinti più celebri con l’intento, secondo alcuni studiosi, di eliminare la distinzione fra vero e falso, fra autentico e copia, per eliminare la possibilità di riconoscere e ordinare le sue opere in un percorso cronologico.
Secondo lo studioso Ubaldo Nicola, alcune opere di de Chirico - e in particolare la pittura metafisica di cui egli fu l'iniziatore - sarebbero state stimolate dalle frequenti cefalee, dall'aura vsica di cui l'artista, proprio come Picasso, notoriamente soffriva.
NB ACCANTO A DE CHIRICO METAFISICO, SI VEDANO LE OPERE SACRE DI DE CHIRICO
ARTE E FILOSOFIA
1) ORIGINI ETIMOLOGICHE, E USO, DELLA PAROLA "METAFISICA"
2) ORIGINI DELLA "METAFISICA" DI DE CHIRICO: DALLE LETTURE DI SCHOPENHAUER E NIETZSCHE:
Così scrive Giorgio de Chirico nel 1919 in un articolo apparso in “Cronache d’attualità”, Roma, 15 febbraio 1919: «Schopenhauer e Nietzsche, per primi insegnarono il profondo significato del non-senso della vita e come tale non-senso potesse venir trasmutato in arte, anzi dovesse costituire l’intimo scheletro d’un arte veramente nuova, libera e profonda. ... [...] ...
La soppressione del senso logico in arte non è un’invenzione di noi pittori. É giusto riconoscere al polacco Nietzsche il primato di tale scoperta che, sebbene in poesia sia stata applicata per la prima volta dal francese Rimbaud, in pittura il primato dell’applicazione spetta al sottoscritto»
(Dal sito della Fondazione de Chirico, nella sezione "scritti"
https://fondazionedechirico.org/noi-metafisici/ )
Giorgio de Chirico, Autoritratto, 1919, olio su tela, Nuova Pinacoteca, Monaco di Baviera
LEGGERE: "Et quid amabo nisi quod rerum metaphysica est?" Nel quadro di de Chirico
LEGGERE: "Et quid amabo nisi quod rerum aenigma est?" (Nietzsche)
Così scrive Giorgio de Chirico in una lettera a Guillaume Apollinaire, il 26 gennaio 1914 a Parigi: "Ho costruito in questi ultimi tempi dei quadri che mi hanno causato gioie purissime. Ce n’è uno soprattutto che penso di esporre agli ‘Indépendants’ e con il quale credo di aver raggiunto un punto molto lontano. Così lontano che quando lo guardo ora che è finito mi dà l’impressione che sia stato dipinto da un altro, in un altro tempo, in un altro mondo e altre impressioni ancora più bizzarre, profonde che non posso descrivere; infine, lo vedrete. Il titolo di questo quadro è ‘l’énigme d’une journée’".
(Dal sito della Fondazione de Chirico, da "pubblicazioni","rivista metafisica")
ORIGINI ETIMOLOGICHE DELLA PAROLA "METAFISICA"
Il termine "metafisica" in filosofia viene usato per la prima volta da Andronico di Rodi che nel 40-20 a.C. riorganizza gli scritti esoterici o acroamatici di Aristotele (Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.), ovvero gli scritti destinati alla sola cerchia dei discepoli della sua scuola (dal greco eso, significa dentro; acroamatici: da ἀκροάομαι "ascolto"=lezione orale).
Tutti gli scritti esoterici, che vanno sotto il nome di Corpus Aristotelicum, erano stati riuniti dagli alunni in un ordine che non corrisponde a quello di oggi, dato da Andronico: in particolare, gli scritti di "filosofia prima" (che studia l'essere), nellorganizzazione data dai discepoli di Aristotele, venivano "dopo" (μετά) gli scritti di fisica. Di qui il termine "metafisica". Quel "dopo", (μετά), si riferiva, all'origine, solo alla successione.
La metefisica di de Chirico affonda le sue radici nelle letture dei testi filosofici di Schopenhauer (Polonia, 1788 Germania, 1860) e di Nietzsche (Germania 1844 – 1900).
Schopenhauer
Schopenhauer a 28 anni, nel 1816, comincia la stesura del testo "Il mondo come volontà e rappresentazione" che pubblica, a 30 anni, nel 1818: la critica è pessima. Non ottiene successo e le copie vanno tutte al macero.
Dopo un riconoscimento da parte delle Accademie norvegese e danese, Schopenhauer chiede al suo editore di ristampare il libro, ma anche questa volta l'opera non ha successo e viene di nuovo mandata al macero.
Nel 1851, a 63 anni, pubblica "Parerga e paralipomena" (cose tralasciate), una raccolta di saggi in cui riprende tutti i temi del suo libro "Il mondo come volontà e rappresentazione" ma gli argomenti sono esposti in modo brillante. Ottiene un successo enorme tanto da creare intorno a sé un numero altissimo di seguaci. Il suo pensiero comincia a circolare per l'Europa.
Tra gli argomenti trattati da Schopenhauer, ciò che colpisce de Chirico è il tema del dolore, insieme all'argomento relativo alla sua possibile via di liberazione.
Per Schopenhauer il dolore deriva soprattutto dal desiderio e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere.
Così scrive nel "Mondo come volontà e rappresentazione": "Per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti".
Il piacere è un miraggio, è solo un'illusione; non è altro che una cessazione di un dolore; perché ci sia un piacere è necessario che ci sia una situazione precedente di dolore: ad esempio, il godimento del bere presuppone la sofferenza della sete.
La stessa cosa non vale per il dolore: un individuo può sperimentare una catena di dolori, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri.
Nel "Parerga e paralipomena" si legge: "Non c'è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose".
La volontà, quindi, si esprime attraverso continui desideri che non estinguono mai i bisogni, destinati a ripetersi all'infinito e a non essere mai pienamente appagati.
L'uomo è coinvolto in un'incessante fatica di Sisifo (Sisifo è un personaggio della mitologia greca).
La vita umana è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace e illusorio del piacere.
Schopenhauer indica tre vie di liberazione dal dolore: l'arte, la morale, l'ascesi.
L'arte
L'arte non è imbrigliata nello spazio e nel tempo, nel senso che nell'arte "questo amore", "questa afflizione", "questa guerra" divengono "l'amore", "l'afflizione", "la guerra", ossia gli aspetti universali della realtà, le idee, i modelli eterni delle cose. "Mentre per l'uomo comune il patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada, per l'uomo geniale è il sole che rivela il mondo".
L'arte è catartica: grazie a essa l'uomo si pone al di sopra del fenomeno, e dunque al di sopra del rapporto spazio-temporale. Con l'arte si colgono le idee, i modelli al di fuori dello spazio e del tempo.
Nietzsche
Nietzsche, partendo dalle letture di Schopenhauer, condivide con lui la consapevolezza che la vita è dolore e lotta.
Tuttavia per Nietzsche, di fronte a tutto questo, l'uomo ha 2 possibilità:
la FUGA, oppure l'ACCETTAZIONE della vita così com'è.
Nietzsche opta per la seconda via, ma scegliendo di essere "discepolo di Dioniso".
Ma che cosa vuol dire essere discepoli di Dioniso?
Per comprenderlo, bisogna analizzare il suo libro "La nascita della tragedia", del 1872, un'opera più filologica che filosofica, nella quale esalta la filosofia greca e la tragedia greca:
non la filosofia del IV-III sec. a.C. di Socrate, Platone e Aristotele, ma quella precedente, del VI e V sec. a.C. ossia dei presocratici;
e non la tragedia di Euripide, del 485 a.C., ma quella precedente, attica del V sec. a.C., di Eschilo e Sofocle, in cui dominava il coro: nella tragedia attica i membri del coro, coreuti, guidati dal corifeo camminavano e danzavano all'unisono, commentando con canti ciò che avveniva sulla scena, talvolta intervenendo direttamente nell'azione.
Nietzsche, studiando il mondo greco, mette in luce come, nel V secolo a.C. e non dopo, siano presenti allo stesso tempo due IMPULSI VITALI: apollineo e dionisiaco.
Il primo è legato ad Apollo, il dio dell’armonia e dell’equilibrio: genera impulsi di bellezza, e trova la sua espressione sul piano artistico nelle arti figurative, in particolare nella scultura.
Il secondo è legato a Dioniso, il dio dell'estasi e del vino: corrisponde all'impulso dell'ebbrezza e della gioia; canta, ride e danza, bandisce da sé ogni rinuncia.
Per Nietzsche Dioniso è il simbolo dell'accettazione totale della vita, è il sì alla vita che spinge ad immergersi senza freni nel caos della vita stessa. (Quando tuttavia predomina, abbatte l’apollineo e porta la vita alla deriva dell’eccesso).
Solo in pochissimi casi, secondo Nietzsche, i due impulsi trovano coesistenza ed equilibrio: nella filosofia presocratica e nella tragedia greca attica, che egli considera il culmine di quel mondo:
L’uomo greco presocratico rappresenta, meglio di ogni altro, il SUPERUOMO, perché è stato in grado di raggiungere la felicità, e questa felicità l’ha raggiunta attraverso la coesistenza e l’equilibrio tra la sua parte apollinea (eleganza) e quella dionisiaca (ebbrezza).
Al contrario, i filosofi successivi e i drammaturghi successivi, ossia Socrate Platone, Aristotele, e il drammaturgo Euripide, hanno aperto un'età di decadenza in quanto hanno rotto l'equilibrio tra apollineo e dionisiaco:
i primi perché hanno contrapposto l'intelligenza alla vita: la logica è la morte della vita.
Il secondo perché ha introdotto, nei personaggi, l'aspetto psicologico, aprendo la strada a un insegnamento razionalistico, col prevalere di Apollo su Dioniso, ossia del dio dell'ordine e della razionalità sul dio dell'ebrezza.

Alberto Savinio, L'isola dei giocattoli, 1930
Questi balocchi hanno la caratteristica di sfoggiare colori squillanti in palese contrasto cromatico con lo sfondo, mettendosi al centro della scena come oggetti metafisici custodi di qualche enigma insoluto.
Alberto Savinio, Una visita, 1930
Giorgio de Chirico e Alberto Savinio a confronto
Alberto Savinio, La nave in una stanza, 1926-27
Giorgio de Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1968, olio su tela, 59,5x80, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma (“La mia camera è un vascello fantastico, ove posso fare viaggi avventurosi, degni di un esploratore testardo”: Giorgio de Chirico ha ottant’anni quando dipinge "Ritorno di Ulisse")
(Durata del video: 03,25)- Ritorno all'infanzia o riferimento all'eterno ritorno all'identico di Nietzsche?
Giorgio de Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1973, Musée d’art moderne de la Ville de Paris, già Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
ARTE E FILOSOFIA
L'eterno ritorno e la volontà
Il Superuomo crede nell'"eterno ritorno dell'uguale": il tempo non ha uno sviluppo lineare ma ha una struttura circolare: tutto ciò che è, è già stato e sarà ancora.
La circolarità del tempo implica che ogni attimo contenga in sé ogni attimo precedente e futuro: Contiene in sé la totalità dell'esistenza.
Ma, così, c'è il rischio di interpretare gli atti di volontà degli uomini come nulli.
Ma allora che cos'è il mio volere e la mia felicità?
LA FELICITA' NON E' FARE TUTTO CIO' CHE SI VUOLE
MA VOLERE TUTTO CIO' CHE SI FA
Carlo Carrà, Le figlie di Loth, 1919, olio su tela, 111x80, MART
"Le figlie di Loth" è un’opera fondamentale per comprendere il clima dell’arte italiana tra la fine degli anni Dieci e i primi anni Venti, nel passaggio dalla Metafisica alle atmosfere incantate del Realismo Magico. In quest’opera giungono a piena maturità le ricerche avviate da Carrà a partire dal 1915-16. Muovendo dalla riscoperta di Giotto e Masaccio, l’artista crea forme sospese in un’atmosfera senza tempo.
(Carlo Carrà ha insegnato dal 1939 al 1951 all'Accademia di Brera dove era stto allievo nel 1906 dove incontrò Boccioni).
Giorgio Morandi, Natura morta, olio su tela, 1955
Le Nature morte di Giorgio Morandi, con la presenza di bottiglie, vasi e altri oggetti, sono il tema più riconosciuto della sua pittura. Ad un occhio pigro questi quadri di nature morte, fatti tutti nel suo studio di via Fondazza a Bologna, potrebbero sembrare uguali. In realtà è vero l’esatto opposto. Lo notò Vitale Bloch introducendo le mostre olandesi e inglesi di Morandi nel 1954.
SINTESI
Definizione: E' una pittura basata sull'azzeramento delle categorie spazio-temporali in favore di uno spazio e di un tempo che sono immobili ed eterni, senza relazione con la fenomenologia delle cose.
Gli oggetti dipinti, privi di riferimenti a dati reali, sono immersi in un'atmosfera innaturale, in spazi e tempi non definibili temporalmente né storicamente.
Tecnica: Vengono dipinti luoghi e oggetti non databili.
Inoltre: Il termine deriva dal greco μετὰ τὰ ϕυσικά = oltre
la realtà fisica.
DALLA METAFISICA DI DE CHIRICO ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2013
Mark Manders, Room with Broken Sentence, Dutch Pavilion, Biennale d'arte di Venezia 2013
L''opera di Mark Manders (Paesi Bassi, 1968), inizia fuori dal padiglione: le finestre sono tappezzate con finti giornali, per separare il mondo esterno da quello interno. “Non posso usare giornali veri, perché altrimenti l’opera sarebbe associata a una data e un luogo ben precisi”: i quotidiani sono realizzati dallo stesso artista, contengono tutte le parole della lingua inglese, e ciascuna viene utilizzata una sola volta.
(PS: Il Padiglione dell'Olanda ai Giardini è stato progettato dall’architetto del neoplasticismo Gerrit Rietveld)
11 GENNAIO 2023
DADAISMO
Cabaret Voltaire (Durata del video: 01:45)
Il dadaismo nasce a Zurigo nel 1916 durante la Prima Guerra Mondiale al Cabaret Voltaire, un locale di intrattenimento artistico in cui si tengono mostre, letture poetiche, danze, ma si sviluppa anche a New York e a Berlino.
Tra i suoi fondatori ricordiamo i pittori Hans Arp (Strasburgo, 1887 – Basilea, 1966) e Marcel Janco (Bucarest, 1895 – 1984) e il poeta Tristan Tzara (Moinești, Romania 1896 – Parigi, 1963) la cui scrittura ha l'intento di scioccare il pubblico e di disintegrare le strutture del linguaggio. Nel 1921 Tzara si distingue nel mondo del teatro con la sua grande opera "Cuore a gas", in cui i personaggi sono parti del corpo - collo, bocca, sopracciglia, occhi, orecchie e naso - che comunicano con il pubblico coinvolgendolo nella rappresentazione teatrale.
"Ci servono opere per sempre incomprese" afferma nel 1921.
Tra i dadaisti si annoverano tra gli altri, Marcel Duchamp, Francis Picabia e Man Ray.
Il termine "dadaismo" è di origine controversa.
Secondo alcuni storici "Dada", che non significa nulla, rimanderebbe al linguaggio infantile.
Per i dadaisti l'arte non può e non deve essere assimilata alla produzione di oggetti-valore (le opere), ma deve rifiutare la logica della produzione per il mercato. Quindi si rifiutano di creare immagini in modo tradizionale.
Dal punto di vista tecnico e formale si assiste alle più spericolate sperimentazioni, spesso affidate al caso: come ad esempio l'assemblaggio di oggetti "già fatti", presi, capovolti e esposti con un orientamento non solito all’interno di uno spazio artistico. Si tratta quindi di operazioni concettuali.
Tra le varie tecniche:
-I "ready-made" di Duchamp (ovvero letteralmente "pronto fatto", "il già fatto", oggetti trovati e assemblati: essi sono una possibilità di ridare vita all'ammasso incontrollabile di materiali che la società moderna scarta).
-I "rayogrammi" di Man Ray (ovvero immagini ottenute fotograficamente secondo la pura casualità. Man Ray realizza anche opere con "oggetti d'affezione". Man Ray è anche fotografo, e pubblica su Vogue);
-Le "opere amorfe" di Hans Arp (opere tridimensionali che non vogliono rappresentare nulla);
-Il "Merzbau" di Kurt Schwitters (ovvero l'assemblaggio di oggetti, pezzi di carta, frammenti di tessuti fissati sulla tela casualmente, oppure che vanno a riempire le stanze della sua casa di Hannover tra il 1923 e il 1932;
-I "titoli" di Francis Picabia (ovvero titoli che non hanno attinenza con l'opera ma mettono in moto l'immaginazione.
Secondo i dadaisti la loro arte non è arte ma antiarte.
Un critico dell'American Art News ha asserito al riguardo che:
«la filosofia Dada è la cosa più malata, più paralizzante e più distruttiva che sia stata pensata dal cervello umano».
Tra i dadaisti, qui vedremo le opere di:
Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887 – Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968
Man Ray nato Emmanuel Radnitzky (Filadelfia, 27 agosto 1890 – Parigi, 18 novembre 1976)
Hans Arp (Strasburgo 1887 – Svizzera 1966)
Kurt Schwitters (Hannover, 20 giugno 1887 – Kendal, 8 gennaio 1948)
Francis Picabia (Parigi 1879 - 1953)
Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913 (originale perduto), 1951 (riproduzione dello stesso Duchamp), ruota in metallo, legno, vernice, 129,5x63,5x41,9 cm, MoMa, New York
L'opera è del 1913. E' il primo ready-made realizzato da Duchamp. Il termine ready-made in realtà sarà utilizzato più avanti, a partire dal 1915. Duchamp stesso afferma: «La Ruota di bicicletta è il mio primo Readymade, a tal punto che all'inizio non era neppure chiamato Ready made».
Gli elementi utilizzati sono oggetti estrapolati dal loro contesto abituale: Una ruota di bicicletta, dal diametro di 63,8 cm, è montata al di sopra di uno sgabello in legno verniciato. La ruota, capace di muoversi, è posizionato su un qualcosa che è, al contrario, statico.
Fissata sullo sgabello per mezzo di una forcella, può ruotare sia attorno all'asse della forcella, sia attorno al proprio centro.
Ma il movimento non ha alcuna funzione: la ruota non tocca terra e non provoca spostamento.
L'opera andò perduta quando la sorella di Duchamp, Suzanne, riordinò il suo studio, per poi essere riprodotta prima nel 1916 (andò persa anche questa replica) e poi nel 1951.
Venne esposta per la prima volta a New York durante la mostra "Climax in 20th Century Art, 1913", nel 1951.
Se si osservano gli oggetti, dall'alto verso il basso (rayons, roue, selle) e a questi nomi si aggiungono le iniziali dall'artista (M.D) è possibile formare rayMonD roue selle, nome riconducibile a quello di un autore che in quel periodo aveva influenzato l'attività artistica di Duchamp, lo scrittore francese Raymond Russel.

Marcel Duchamp, Fontana, ready-made, 1917, opera perduta, copia al Centre Pompidou, Parigi
L'opera consiste in un comune orinatoio, rovesciato, firmato "R. Mutt" e intitolato Fontana, e viene considerata da alcuni storici dell'arte e teorici specializzati una delle maggiori opere d'arte del ventesimo secolo.
Dal 1964 esistono nel mondo sedici repliche dell'oggetto.
La prima apparizione del ready-made avvenne attraverso un articolo di Louise Norton sul secondo ed ultimo numero di The Blind Man, la rivista Dada fondata da Duchamp stesso e da Henri-Pierre Roché nel 1917.
Nell'articolo è scritto: «Se Mr. Mutt abbia fatto o no la fontana con le sue mani non ha importanza. Egli l'ha SCELTA. Ha preso un comune oggetto di vita, l'ha collocato in modo tale che un significato pratico scomparisse sotto il nuovo titolo e punto di vista; egli ha creato una nuova idea per l'oggetto».
Così scrive il filosofo canadese Stephen Ronald Craig Hicks (Toronto, 19 agosto 1960):
"... Utilizzando l'orinatoio, il messaggio dell'artista è evidente: "l'Arte è qualcosa su cui puoi pisciare".
Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., ready-made, 1919, 19,7x12,4 cm, Fotografia ritoccata, Collezione privata, New York
La Gioconda coi baffi di Duchamp è diventata un’icona del movimento Dada. Si tratta di una riproduzione fotografica della Gioconda alla quale Duchamp aggiunge baffi e pizzetto.
L'operazione concettuale si individua nel titolo, L.H.O.O.Q.: le lettere L.H.O.O.Q. pronunciate in francese ([el aʃ o o ky]) suonano come la frase Elle a chaud au cul, letteralmente "Lei ha caldo al culo", che significa "Lei si concede facilmente" (tratto da "le Guardian" del 26 maggio 2001).
L'ARTE DADAISTA E LA PUBBLICITA' nel 1980
Nel 1980 nasce lo slogan: Liscia, gassata o Ferrarelle: la Gioconda con i capelli dapprima lisci, arricciati e appena mossi come nel celebre quadro di Leonardo. La Gioconda ha una personalità che non può essere fraintesa e il significato è immediato: nessuno oserebbe mai confondere quel ritratto con un altro dipinto.
Questo spot è legato alle caratteristiche dell'acqua Ferrarelle: naturale è imbottigliata così come sgorga dalla sorgente, mentre l'acqua frizzante è addizionata con anidride carbonica che genera le bollicine. Ferrarelle è un'acqua effervescente naturale che, come dice la parola stessa, le bollicine le ha senza essere addizionata con anidride carbonica.
Man Ray, Boule sans neige (palla senza neve) ovvero "Oggetto da distruggere", 1970
Di Man Ray sono famose le sue sculture note come "oggetti d'affezione".
Una sua scultura, nota come "Oggetto da distruggere", è un metronomo sulla cui punta Man Ray incolla la fotografia di un occhio. L'originale è perduto, la leggenda vuole che durante un'esposizione un visitatore abbia preso alla lettera l'invito a distruggerlo e lo abbia appunto distrutto.
L'originalità del suo lavoro si evince anche dal fatto che "L'oggetto di Man Ray, non è mai soltanto un ready made, ma, quasi sempre un ready made modificato... in cui opera... uno strano connubio, che comunque si abbini all'altro per contraddizione, creando una situazione di paradosso... Tra i dadaisti Man Ray è quello la cui operazione si è svolta secondo un procedimento più analogo a quello letterario - e surrealista - che non a quello degli esponenti del Dadaismo nelle arti plastiche".
LEGGERE: Intervista a Franco Mulas, del 23 marzo 2014 a Roma, pubblicata nel 2021.
Nel 1981 Franco Mulas viene invitato ad allestire Identikit alla Galleria d'Arte Moderna a Roma per la mostra Arte e critica: < ... La mostra si inaugurava alle ore 18:00 di un sabato. A mezzogiorno del venerdì precedente passarono a pulire. Ricordo quest’aneddoto: c'era, per terra, un'opera di cartone, quello usato per gli imballaggi. Gli operai la fecero a pezzi e buttarono via tutto. Per farla breve, dovettero richiamare l'artista di corsa da Milano per ricrearla. Ecco, questa storia assomiglia a quella della vecchia porta ridipinta per errore da un imbianchino alla Biennale del 1978, ch'era invece l'opera dal titolo 11 Rue Larrey, Paris che riproduceva l'ingresso dello studio parigino di Duchamp; ma è una storia che assomiglia anche a un mio scherzo, di qualche tempo fa alla Galleria d'Arte Moderna a Roma, a una mostra su Carrà: era ora di chiudere e cominciammo a scendere. E scendendo, ripassando per la mostra di Giulio Paolini al piano sottostante, dissi ad alcuni amici: Parliamo della grata dell'aria condizionata come se fosse un'opera di Paolini; e così facemmo, a voce alta, e man mano si è creato un capannello. Nessuno ha detto: Ma siete scemi? E' la grata dell'aria condizionata, non è un'opera d'arte! Questo dimostra come i media e i critici, di un certo tipo, possano riuscire a influenzare la gente, succube di quello che il sistema dell'arte dice>.

Man Ray, rayogramma
La tecnica del fotogramma di Man Ray consiste nell'esporre oggetti a contatto con del materiale sensibile, di solito della carta fotografica, senza fare uso della fotocamera.
La rayografia non deve essere confusa con la radiografia anche se, dall'aspetto, alcune rayografie di Man Ray possono sembrare delle radiografie.
PROCEDIMENTO TECNICO:
In realtà i raggi X non c'entrano nulla perché la carta fotografica viene impressa appoggiando direttamente gli oggetti sull'emulsione ed esponendoli alla luce di una normale lampadina.
È molto interessante la definizione di rayogramma che compare nel dizionario del surrealismo, del 1938, probabilmente scritta dallo stesso Man Ray: "Fotografia ottenuta per semplice interposizione dell'oggetto fra la carta sensibile e la fonte luminosa", che poi prosegue affermando "colte nei momenti di distacco visivo, durante periodi di contatto emozionale, queste immagini sono ossidazioni di desideri fissati dalla luce e dalla chimica, organismi viventi".
Man Ray, "Le retour à la raison", 1923. Raccordi (Durata del video: 01:06)
"Le retour à la raison" (Francia, 1923) è il primo film dell'artista statunitense Man Ray.
I suoi film sperimentali non godono di un gran consenso popolare.
L'eredità dadaista è visibile nel modo di estraniare gli oggetti dalla loro quotidiana connotazione.
Il film anticipa il surrealismo, in particolare nel passaggio dai cerchi bianchi alle luci della giostra, neiv olteggi dei giochi di carta e nelle rotazioni del torso nudo della modella Alice Prin.
Hans Arp nel suo studio
Hans Arp, scultura
Kurt Schwitters, The Hannover Merzbau, Photo by Wilhelm Redemann, 1933.
Schwitters dà vita a composizioni del tutto originali, sia da un punto di vista formale, sia per l'innovativo riuso di oggetti, apparentemente destinati ad una fine.
La sua creazione più nota è probabilmente un'installazione detta dallo stesso artista "Merzbau", esistita ad Hannover tra il 1923 e il 1944. All'interno di questa costruzione, che l'artista espandeva lentamente fino a fonderla con la sua casa, Schwitters dedicò ad ognuno dei suoi amici una cappella che custodiva una specie di reliquia, un oggetto appartenuto a quella persona, come, ad esempio, mozziconi di sigaretta, punte di matita, pezzi di unghie. L'opera, volutamente, non si concluse mai; si trattava infatti di un work in progress; nelle intenzioni dell'artista, quest'opera, non giungendo a un punto fermo, doveva sconvolgere e destabilizzare.
Francis Picabia, Parade amoureuse (Sfilata d'amore), 1917, olio su tela, 96,5x73,73,5 cm, collezione privata
In questo quadro Picabia ha investito di erotismo un oggetto inanimato, semplicemente grazie al titolo
E' condsiderato il Manifesto del cinema dadaista: "Entr'act"
Durata del video 02:35
Tra gli interpreti: Duchamp, Man Ray, Erik Satie
SINTESI
Definizione: Per i dadaisti l'arte non può e non deve essere assimilata alla produzione di oggetti-valore (le opere), ma deve rifiutare la logica della produzione per il mercato.
Tecnica: Da punto di vista tecnico si assiste alle più spericolate sperimentazioni, spesso affidate al caso: come ad esempio l'assemblaggio di oggetti "già fatti-ready-made", presi, capovolti e esposti con un orientamento non solito all’interno di uno spazio artistico. Si tratta quindi di operazioni concettuali. Spesso i titoli non hanno attinenza con l'opera ma mettono in moto l'immaginazione.
Inoltre: Il termine "dadaismo" è di origine controversa. Secondo alcuni storici "Dada", che non significa nulla, rimanderebbe al linguaggio infantile.
18 GENNAIO 2023
SURREALISMO
Video tratto dal film "Passioni segrete", regia di John Huston, 1962 (Durata del video: 01:44)
Video: Intervista della BBC a Freud nel 1938 a Londra (Durata del video: 02:34)
PSICANALISI LETTERATURA E ARTE
FREUD, JUNG, JOYCE, BRETON:
FREUD (Freiberg 1856 – Londra 1939)
Nel 1900 viene pubblicato il libro "L'interpretazione dei sogni" di Freud dove, nel capitolo VII, Freud sostiene che la PSICHE è una "ZONA" distinta in tre sfere: Conscio, Preconscio e Inconscio.
Il Conscio è la sfera della consapevolezza;
Il Preconscio è la sfera che consente di recuperare gli eventi del passato, a cui non si pensa di continuo, ma che alcune circostanze possono far affiorare nella mente;
L'Inconscio è la sfera con i contenuti inaccessibili al soggetto, a meno che questi non sia aiutato, ad esempio, da uno psicanalista.
Questa topica è rappresentata con la metafora dell'iceberg.
Dal 1920 in poi, Freud non parlerà più di "zona" comprendente 3 sfere" ma di "ISTANZE".
Le "istanze" sono tre: Es, Io e Super-Io.
L'Es è inaccessibile alla coscienza e obbedisce al principio del piacere, ossia ai desideri irrefrenabili. Esso pretende l’immediata soddisfazione dei bisogni. Pensiamo, ad esempio, a un neonato che ha fame: strilla come un forsennato e a nulla valgono le coccole fino a quando non gli diamo il latte e soddisfa, quindi, la sua fame;
L'Io, cosciente e razionale, ha il compito di domare l'Es, ossia di adattarlo alle esigenze della realtà (alle regole sociali, familiari, etiche ec.); esso media le richieste dell'Es e quelle del Super-Io;
Il Super-Io è rigido e prescrittivo; si forma nei primi anni di vita ed è l'interiorizzazione delle regole trasmesse dai genitori.
Queste tre istanze si sviluppano nell'ordine elencato: il neonato è in balia dell'Es, in seguito si presentano la razionalità e la consapevolezza dell'Io e per ultime le "richieste" del Super-Io.
In quest'ottica la personalità è la risultante di un complesso gioco di equilibri tra spinte pulsionali e censure, sociali o etiche.
JUNG (Svizzera 1875 – 1961)
Nel 1909 Freud e Jung iniziano a lavorare insieme, seppure a distanza: Vienna-Zurigo. Collaborano per quattro anni, fino a separarsi, nel 1913, per divergenze teoriche importanti.
Fra il 1914 e il 1919, fase particolarmente dura per Jung, contraddistinta da una sua chiusura al mondo, Jung inizia a fare sogni premonitori che gli rivelano, fra le varie cose, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Questi sogni profetici lo convincono del fatto che gli uomini siano profondamente collegati al cosiddetto inconscio collettivo, impersonale e universale, il cui linguaggio è quello del mito e della psicologia arcaica.
Nel 1919 utilizza per la prima volta il termine "archetipo" per descrivere le immagini provenienti dall'inconscio.
Ma che cos'è questo inconscio collettivo?
L'inconscio non è, come sosteneva Freud, il luogo di raccolta dei contenuti psichici rimossi, che disturbano la coscienza, ma è il contenitore di immagini, figure, forme archetipiche universali ereditate dal passato (una sorta di DNA psichico) ovvero immagini universali prodotte dalle esperienze primordiali di tutta l'umanità.
L'inconscio collettivo include comportamenti e reazioni che appartengono all'intera umanità, per esempio i modi tipici di reagire in caso di paura, pericolo, nelle relazioni uomo/donna e via dicendo. Atteggiamenti che tutti gli uomini condividono, indipendentemente dall'etnia di appartenenza.
Jung dal 1913 al 1929, per 16 anni, sull'orlo della follia disegna le sue visioni su un libro, il Libro Rosso di Jung. (Le sue visioni erano iniziate durante l'adolescenza).
JOYCE
Nel 1922 Joyce inizia la stesura di "Work in progress" che occupa i sedici anni successivi, ed esce nel 1939 col titolo "Finnegans Wake". Per curare la figlia Lucia, che manifesta sintomi di schizofrenia, - Lucia è la sua musa ispiratrice nella stesura di "Finnegans Wake" - nel 1934 incontra Carl Gustav Jung, grazie al quale approfondisce le conoscenze sulla psicologia del profondo.
Lucia è la sua musa ispiratrice in quanto secondo Joyce lei parlava "la lingua del futuro" e utilizzava un linguaggio particolare per non dire quello che la gente si aspettava.
Joyce è uno degli autori più rivoluzionari del Novecento.
La portata rivoluzionaria della sua opera riguarda non solo i contenuti che manifestano la conoscenza della nascente psicanalisi, ma anche e soprattutto il linguaggio che, per meglio restituire il ritmo del “flusso di coscienza”, subisce un’opera di decostruzione radicale: nell'ultima parte dell’"Ulysses", Joyce sopprime la punteggiatura; nel Monologo di Molly, uno dei tre protagonisti del racconto, troviamo oltre quaranta pagine di testo con soli due segni di punteggiatura. Questa tecnica viene utilizzata per cercare di riprodurre un flusso incessante di idee e pensieri, proprio come se avvenisse nella mente umana.
BRETON
Nel 1924 André Breton (Tinchebray, 19 febbraio 1896 – Parigi, 28 settembre 1966), poeta e critico d'arte, ma anche medico conoscitore delle teorie freudiane (nel 1916, studente di medicina e appassionato di psichiatria, aveva stretto amicizia con Joseph Babinski) pubblica sulla rivista "Litterature" il "Manifesto del surrealismo" che trae ispirazione dalle nuove scoperte nel campo della psicologia e si incentra sull'indagine dei luoghi più nascosti dell'inconscio. Nel Manifesto si legge:
LEGGERE: "Surrealismo: automatismo psichico con il quale ci si propone di esprimere il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale".
Breton intuisce la possibilità, attraverso la psicanalisi, di aprire nuove strade nell'arte. L'arte deve accedere all'inconscio ed esprimersi con immagini, come avviene nel sogno. E' dalle immagini oniriche che gli artisti surrealisti attingono il loro repertorio.
Compito dell'arte non è però quello di interpretare i sogni ma di formarsi nel momento stesso in cui il sogno accade, in una totale tensione verso il vissuto e non verso il rappresentato.
Mediante l'automatismo psichico è possibile dare vita a un insieme di segni, liberamente associati, senza un legame logico preordinato.
L'erotismo, il potere, la religione e tutti i valori della cultura borghese del tempo vengono esplicitati nelle opere dei surrealisti.
Oltre al sogno e alle allucinazioni, ha validità d'espressione anche la follia.
Tra gli artisti surrealisti, qui vedremo alcune opere di:
Max Ernst già dadaista (Brühl, Germania, 1891 – Parigi, 1976)
René Magritte (Lessines, Belgio, 1898 – Bruxelles, 1967)
Salvador Dalì (tra dadaismo, surrealismo e simbolismo), (Figueres, Spagna, 1904 – 1989)
Joan Mirò (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983)
Vedremo anche
Il "Libro rosso" di Jung (esposto alla Biennale del 2013)
Alcune opere della Biennale del 2013 ("Il Palazzo enciclopedico") curata da Massimiliano Gioni
Alcune opere della Biennale del 2022 ("Il latte dei sogni") curata da Cecilia Alemani
Max Ernst, La Vestizione della sposa, 1939, olio su tela, 130x96 cm, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
Nella "Vestizione della sposa" Max Ernst presenta le pulsioni contraddittorie di eros e thanatos, in cui il desiderato è contemporaneamente seducente e orribile.
L’artista per lungo tempo si identificò con un uccello: nel 1929 aveva inventato un alter ego che aveva chiamato Loplop, era l’Essere Superiore degli Uccelli. Si potrebbe quindi interpretare l’uomo-uccello sulla sinistra come la raffigurazione dell’artista stesso; la sposa potrebbe essere la giovane pittrice surrealista inglese Leonora Carrington, più giovane di ventisei anni (Lancaster, 1917 – Città del Messico, 2011) con cui nel 1936 ebbe una breve relazione; l'opera venne donata da Ernst a Peggy Guggenheim nel 1942 (che aveva sposato nel 1941).
René Magritte, Effetti personali, (I valori personali) 1952, olio su tela, 80x100, San Francisco, Museum of Modern Art
René Magritte che crea atmosfere cariche di mistero e di enigmi.
Nell'opera "I valori personali", gli oggetti della rassicurante quotidianità come un bicchiere, un pettine, un fiammifero e un pennello da barba vengono dipinti con dimensioni enormi in una camera da letto in cui il letto e l'armadio sono, al confronto, piccolissimi. Quindi essi appaiono invadenti e acquistano un significato minaccioso (come potrebbero essere i ricordi). Al contrario, le pareti della stanza evocano il cielo. La scena è onirica.
René Magritte, La Trahison des images - Tradimento ell'immagine - olio su tela, 1928, 63,5x93,98 Los Angeles County Museum of Art, Collezione privata
Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931, olio su tela, 24x33 cm, The Museum of Modern Art - MoMA - di New York, New York
Salvador Dalì: "La persistenza della memoria" è un'immagine surrealistica degli orologi, flosci e sul punto di liquefarsi: gli orologi che si sciolgono rappresentano la memoria, che invecchiando negli anni perde forza e resistenza. Tale idea è sostenuta anche da altre immagini, come l'ampio paesaggio dai confini indefiniti e un orologio divorato dagli insetti.
ARTE E ARREDAMENTO
Icona nell'ambito dell'arredamento dell'arte surrealista è Il "Telefono aragosta" di Dalì (in tutto quattro neri e sei bianchi, attualmente esposti in musei e fondazioni)
Salvador Dalì, Telefono aragosta, 1936 ca
FOTO Di Nacaru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=77785554. Non sono state apportate mmodifiche. Utilizzo: solo fini didattici, non di lucro
La foto è stata scattata a Londra, nel Regno Unito, in un luogo di pubblico accesso gratuito (Tate Modern, galleria principale) all'epoca (agosto 2018), mentre erano consentite fotografie scattate senza flash e senza l'uso di un treppiede. La fotografia è a norma FOP ed è quindi di pubblica fruizione. Io, l'autore della fotografia, consento a tutti gli utenti di farne uso gratuito come indicato nella licenza. Data 18 agosto 2018 Fonte Opera propria Autore Nacaru
ARTE E CINEMA
"Un chien andalou" è un cortometraggio del 1929 scritto, prodotto ed interpretato da Luis Buñuel e Salvador Dalí, e diretto dal solo Buñuel.
Video "Un Chien Andalou", trailer (Durata del video: 00:52)
Dalì, Luis Buñuel (Canada 1900 - Città del Messico 1983), Alfred Hitchcock (Londra, 1899 – Los Angeles, 1980), Walt Disney (Chicago, 1901 – Burbank, 1966) e figlio
Video in cui si parla dell'arte cinematografica prodotta da Dalì, Buñuel, Hitchcock e Walt Disney che, insieme, hanno realizzato alcuni film (Durata del video: 07:07)
Video "Destino", cortometraggio di Dalì e Disney (Durata del video: 06:00 circa)
Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, 1924-25. olio su tela, 66 x 93, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, NY, USA
Joan Mirò (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983)
ATTENZIONE:
Il carnevale di Arlecchino: Vi sono oggetti che fluttuano come fantasmi.
Il suo metodo “paranoico-critico” consisteva nella ripetizione ossessiva di elementi che alludono alla parte più profonda dell’inconscio, quella dei conflitti familiari, delle pulsioni sessuali, dell’amore e della morte. Il "processo paranoico" prevedeva l’osservazione di un oggetto e la sua trasmutazione in un altro e si operava in uno stato allucinatorio frenetico, compulsivo, diverso quindi dallo stato di quiete ipnotica descritto da Breton nell’automatismo psichico.
SINTESI
Definizione: Surrealismo: automatismo psichico con il quale si esprime il funzionamento del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.
Tecnica: La produzione delle immagini avviene in uno stato di quiete ipnotica.
Inoltre: Fa eccezione Mirò: crea opere non in uno stato di quiete ipnotica ma attraverso un "processo paranoico", ovvero in uno stato allucinatorio frenetico, compulsivo che prevede l'osservazione di un oggetto e la sua trasmutazione.
25 GENNAIO 2023
NB CURIOSITA'
PRIMA DI PROSEGUIRE LE LEZIONI SUI MOVIMENTI DEL XX SECOLO,
OSSERVARE LE AFFINITA' TRA
IL SURREALISMO E LE BIENNALI DI VENEZIA DEL 2013 E DEL 2022
1 FEBBRAIO 2023
ÉCOLE DE PARIS
L'École de Paris non è una scuola ma un luogo di Parigi frequentato, dai primi del 1900 alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto nel periodo tra le due guerre, da artisti affermati, quali Picasso, Matisse e Braque, attorno ai quali gravitano giovani artisti e mercanti d'arte, che confluiscono da vari Paesi. Per citarne alcuni: Marc Chagall, Gino Severini, Alberto Giacometti, Constatin Brancusi, Amedeo Modigliani, Aleksandr Archipenko.
In un clima di cosmopolitismo, si incontrano per discutere e scambiarsi idee.
Il luogo è Montparnasse (che aveva preso il posto di Montmartre), i cui punti di ritrovo sono i cafés-brasseries affacciati sul Boulevard du Montparnasse: "La Rotonde", "Le Dôme", e "La Coupole" (quest'ultima apre nel 1927).
Sono ammessi tutti i linguaggi, purché moderni e liberi da ideologie politiche e religiose.
L'opera che per antonomasia rappresenta l''École de Paris" è la "Guernica" che Picasso dipinge nel 1937. I suoi colori, bianco e nero, dichiarano non solo la morte della popolazione di Guernica bombardata il 26 aprie del 1937 (dove era in corso la guerra civile tra forze militanti repubblicane di Sinistra e la Destra) ma anche dell'identità tra arte classica e ricerca moderna.
Pablo Picasso, Guernica, 1937, olio su tela, 349,3 X 776,6 cm, Museo d'Arte Moderna Reina Sofia, Madrid
Rappresenta il bombardamento della città basca di Guernica avvenuto il 26 aprile 1937.
Secondo alcuni storici il quadro non rappresenterebbe la tragedia di Guernica ma la morte di un torero, il celebre José Gómez Ortega, opera commissionata a Picasso nel 1935 dalla città di Malaga; l'opera, dal titolo "Lamento en muerte del torero Joselito", sarebbe quindi stata "riciclata" e modificata dall'artista a causa della ristrettezza dei tempi imposta dal committente. Infatti secondo una testimonianza oculare di George Steer (corrispondente di guerra inglese), Picasso iniziò a lavorare nel gennaio 1937, mesi prima del bombardamento di Guernica (avvenuto il successivo 26 aprile).
Nel 1955 venne realizzato un arazzo con la riproduzione del dipinto, dato in dono all'ONU da Nelson Rockefeller.
Secondo la maggior parte degli studiosi, l'opera era stata commissionata dal Governo Repubblicano spagnolo (che nel 1936 governò per pochissimi mesi) per l'Esposizione mondiale di Parigi nel 1937.
Da Milanoguida: L'opera di Picasso si è trasformata in un simbolo contro la disumanità e l’ingiustizia di tutte le guerre.
"Dolorosa testimonianza di un tragico episodio storico, divenuto presto un vero e proprio manifesto morale contro la Guerra. Realizzato in soli due mesi e commissionato dal Governo Repubblicano Spagnolo per l’Esposizione mondiale di Parigi del 1937, il grande quadro è il risultato dell’orrore suscitato dal terribile bombardamento della cittadina basca di Guernica, ad opera della Legione Condor, corpo volontario composto da elementi dell'armata aerea tedesca Luftwaffe con il supporto della Aviazione Legionaria, unità non ufficiale della Regia Aeronautica italiana. Guernica fu la prima città in assoluto ad aver subito, nella storia, un bombardamento aereo: l’operazione di efferata crudeltà colpì cinicamente una popolazione inerme e indifesa, uccidendo soprattutto vittime innocenti come donne e bambini. Lo shock e lo sdegno provocati dal bombardamento furono tali che Picasso decise di realizzare un’opera di notevoli dimensioni che denunciasse il crimine contro l’umanità perpetrato contro il suo popolo: l’assenza di colore e la scelta di rappresentare figure a tratti deformate, secondo gli stilemi del Cubismo, enfatizzano volutamente la drammaticità dell’evento. Sulla tela si stagliano immagini di estrema sofferenza: al centro la figura di un cavallo che reca in bocca la sagoma di una bomba, ai lati del quadro una donna che si dispera con in braccio il figlio morto e una la figura che, terrorizzata, si divincola tra le fiamme.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'École de Paris, cuore pulsante della cultura e dell'arte, perde la sua centralità in favore di New York.
NB CURIOSITA'
PRIMA DI PROSEGUIRE LE LEZIONI SUI MOVIMENTI DEL XX SECOLO, IN PARTICOLARE SUL "REALISMO TRA LE DUE GUERRE",
VEDERE LA MOSTRA AL MART DI ROVERETO
"GIOTTO E IL NOVECENTO"
dal 6 dicembre 2022 al 19 marzo 2023
8 FEBBRAIO 2023
REALISMO TRA LE DUE GUERRE:
REAZIONE ALLE AVANGUARDIE
In Italia e in tutto il resto del mondo, ad eccezione di Parigi, nel periodo tra le due guerre si assiste a una chiusura nei confronti delle avanguardie più rivoluzionarie: il linguaggio artistico torna ad essere strettamente legato alla rappresentazione figurativa.
Si assiste alla nascita di diversi movimenti che tuttavia, pur essendo accomunati dalla tendenza a un ritorno alla figurazione, si fanno portavoce di linguaggi diversi e di una politica diversa.
IN ITALIA
VALORI PLASTICI
NOVECENTO
REALISMO MAGICO
SCUOLA ROMANA
CORRENTE
In questa sezione verrà posto l'accento sulle opere nelle quali emerge l'impegno politico degli artisti
In Italia, tra le due guerre nascono movimenti che rifiutano gli eccessi delle avanguardie e si fanno propugnatori di un "ritorno al figurativo" (in Europa "ritorno all'ordine").
Alcuni di essi orientano il linguaggio artistico verso un recupero della tradizione classica.
Tra i movimenti che nascono sulla scia del ritorno alla figurazione annoveriamo:
- Valori plastici: Roma 1918, Mario Broglio (Carrà, Morandi ecc...)
- Novecento: Milano 1922, Margherita Sarfatti (Sironi Campigli, Funi, Casorati, Marini, Martini)
- Realismo magico: 1925 Massimo Bontempelli (Donghi, Casorati ecc...)
- Scuola romana (o "di Via Cavour"): Roma 1927, Scipione, Mario Mafai e Antonietta Raphaël;(Marino Mazzacurati, Fausto Pirandello ecc...)
- Corrente: Milano 1938, Ernesto Treccani; figurativi con tendenze all'espressionismo, e anche dichiaratamente antifascisti (Ernesto Treccani (Milano 1920 - 2009, Guttuso (Bagheria 1911 - Roma 1987), Vedova (Venezia 1919 - 2006), Sassu (Milano 1912-Pollenza 2000), Migneco (Messina 1903--Milano 1997) ecc...)
Valori plastici
Il Movimento "Valori plastici" nasce a Roma attorno alla rivista omonima, "Valori plastici", fondata nel 1918 dallo scrittore, artista ed editore Mario Broglio (Piacenza 1891 - 1948) ed edita fino al 1922, attorno alla quale ruotano artisti come
Carlo Carrà (Quargnento AL 1881 – Milano 1966) e Giorgio Morandi (Bologna 1890 - 1964)
che si propongono di rivalutare la tradizione attraverso la rilettura delle opere di Giotto e di Masaccio.
Video Intervista a Carlo Carrà cliccare qui link Durata del video: 03:00
Carlo Carrà, I Nuotatori, 1929, olio su tela, collezione privata?
Carlo Carrà, Gentiluomo Ubriaco, 1916, olio su tela, cm 60 x 45, Collezione privata
Carlo Carrà, Estate, 1930, olio su tela, cm 165 x 120, Museo del Novecento, Milano
a confronto con
Masaccio (e Filippino Lippi), Resurrezione del figlio di Teofilo e San Pietro in cattedra, 1427-1480, affresco, 230x599, Cappella Brancacci, Basilica di Santa Maria del Carmine, Firenze
Masaccio, particolare
Giotto, Compianto su Cisto morto, 1303-1305, afresco, Cappella degli Scrovegni, Padova
Nel 1911 Carlo Carrà (1881-1966), in un clima futurista e d’avanguardista, pubblica sulla rivista «La Voce» un testo dal titolo «La parlata su Giotto» e nel 1924, dopo essere passato dal futurismo alla pittura metafisica, su «Valori plastici» sottolinea l’attualità del Maestro toscano definendolo «massiccio visionario trecentista», e così ne descrive le affinità: «Faccio ritorno a forme primitive, concrete. Mi sento un Giotto dei miei tempi».
ATTENZIONE:
Carlo Carrà non aderisce solo a "Valori plastici": nel 1933, insieme a Campigli e Funi, firma il Manifesto della pittura murale di Sironi, realizzando molte opere pubbliche. Il murale al Palazzo di Giustizia di Milano, dal titolo "Giustiniano che amministra la giustizia" del 1938, e riprodotto in foto, ne è un esempio: esso occupa quasi tutta la parete di fondo dell'aula della III Sezione civile, attualmente adibita a biblioteca. Giustiniano, da una specie di alto seggio, libera uno schiavo ai suoi piedi. Alla sua destra, una donna con in braccio un bambino osserva il gesto dell'imperatore che nella mano sinistra tiene il rotolo della legge. Alla sua sinistra un uomo e una donna nudi presenziano alla scena. Un muro poco elevato attraversa il dipinto, dietro il trono, mentre sul fondo si stagliano un paesaggio montuoso, una pianta, il cielo; sopra un pendio, in lontananza, un edificio.
Carlo Carrà, Giustiniano che amministra la giustizia, 1938, affresco, Pal. di Giustizia, Milano
Giorgio Morandi, dal video: "Non c'è nulla di più astratto del reale"
Durata del video: 02:32 Voce di Giorgio Morandi anno 1955
Giorgio Morandi, Natura morta, 1921, olio su tela, 60.5x66,5, Pinacoteca di Brera
Novecento
Novecento: Nasce a Milano nel 1922 grazie alla critica d'arte Margherita Grassini Sarfatti (di origini ebraiche, ebbe una relazione con Mussolini) e al gallerista Lino Pesaro, che attorno a sé riuniscono, nel salotto della casa di Margherita Sarfatti, al civico 93 di Corso Venezia a Milano, non distante dalla casa di Marinetti, pittori e scrittori quali d’Annunzio, Prezzolini ecc. Al movimento "Novecento" aderiscono pittori e scultori, tra cui:
Mario Sironi (Sassari 1885 - Milano 1961) è uno dei principali esponenti
Massimo Campigli (Berlino, 1895 – Saint-Tropez, 1971)
Achille Funi (Ferrara, 1890 – Appiano Gentile (Como), 1972)
Felice Casorati (Novara, 1883 – Torino, 1963)
Marino Marini (Pistoia, 1901 – Viareggio, 1980)
Arturo Martini (Treviso, 1889 – Milano, 1947).
A causa dell'adesione al fascismo di Margherita Sarfatti - sancita nel 1925 dalla sua sottoscrizione al "Manifesto degli intellettuali fascisti" (redatto da Giovanni Gentile) - alcuni di loro si allontanano, non condividendo il progetto di Sarfatti di contribuire alla nascita di una cosiddetta arte fascista, mentre altri eseguono molte opere pubbliche commissionate dal regime.
NB Lo stile del ventennio fascista si focalizza sulla ripresa del classicismo, che richiama il mondo antico greco e latino, con forme monumentali e utilizzo di materiali nobili come il travertino e il marmo. Lo scopo: trasmettere sicurezza, forza e ordine.
Mario Sironi, Solitudine, 1925-1926; olio su tela, 98 x 82 cm; Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Tratto dalla "Biografia breve di Mario Sironi", di Elena Pontiggia:
DA LEGGERE: "I diari e le lettere di Boccioni ci informano delle ricorrenti crisi depressive di Sironi, che lo portano a chiudersi in casa, senza vedere nessuno, concentrandosi ossessivamente sul disegno. Ci rivelano però anche il suo profondo amore per i classici, proprio mentre i manifesti futuristi incitano a distruggere i musei. "Ha la casa piena di gessi e copia in tutti i sensi per 20, o 25 volte una testa greca!!! Ci disapprova naturalmente" si lamenta Boccioni nell'agosto 1910".
CIO
Nel 1933 Sironi redige il Manifesto della pittura murale, sottoscritto da Carrà, Campigli e Funi, in cui SI LEGGE:
"La pittura murale è la pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull'immaginazione popolare, più direttamente di qualsiasi altra forma di pittura".
La pittura murale dell'Italia fascista guarda ai cicli giotteschi e allo stesso tempo mira a veicolare un messaggio con i valori della nuova società.
(ATTENZIONE: Simili considerazioni non sono prerogativa di un’arte fascista: negli stessi anni - ma su fronti opposti - i muralisti messicani danno vita a una stupenda serie di opere il cui intento è lo stesso stabilito da Sironi: il rifiuto dell’arte da cavalletto, la spinta per una dimensione pubblica dell’opera).
Molte sono le opere di Sironi legate alle committenze del regime fascista, che lo vedono al lavoro per un decennio; se ne citano alcune: Nel 1933 alla V Triennale coordina gli interventi di pittura murale; nel 1934 progetta pitture murali per il Palazzo del Littorio di Roma. Nel 1935 esegue un grande affresco nell'Aula Magna dell'Università di Roma; nel 1936 il mosaico L'Italia corporativa; nel 1937 gli affreschi L'Italia, Venezia e gli Studi per Ca' Foscari a Venezia; nel 1936-1939 il mosaico "La Giustizia tra la Legge, la Forza e la Verità" per il Palazzo di Giustizia di Milano; nel 1937 due grandi bassorilievi per l'Esposizione Internazionale di Parigi; nel 1939 la vetrata L'Annunciazione per la chiesa dell'Ospedale di Niguarda a Milano. Fra il 1939 e il 1942 realizza al Palazzo de “il Popolo d'Italia” le decorazioni della facciata e di alcuni interni. Accanto alle grandi imprese decorative non bisogna dimenticare i complessi allestimenti architettonici, tra cui nel 1932 quello di varie sale della Mostra della Rivoluzione Fascista; nel 1933 di molte parti della Triennale di Milano; nel 1934 della Sala dell'Aviazione nella Grande Guerra alla Mostra dell'Aeronautica italiana; nel 1935 del Salone d'Onore alla Mostra Nazionale dello Sport; nel 1936 del Padiglione Fiat alla Fiera Campionaria di Milano; nel 1937 della sala dell'Italia d'Oltremare all'Expo Internazionale di Parigi; nel 1939 di una parte della Mostra Nazionale del Dopolavoro a Roma.
CURIOSITA': Storia degli affreschi eseguiti nell’Aula Magna del
Rettorato della Sapienza

Foto dal webinar del 7 febbraio 2023 di Alessandra Taddia (Al Mart: Giotto e il Novecento)
Nel 1933 Mario Sironi, incaricato da Marcello Piacentini, fedelissimo architetto di Mussolini, ha il compito di illustrare il fascismo nell'Aula Magna del rettorato dell'Università "La Sapienza" di Roma. L'opera, "L'Italia tra le Arti e le Scienze", doveva glorificare l'Italia fascista tra due gruppi di discipline, le Arti (Storia, Filosofia, Architettura, Scultura e Giurisprudenza) e le Scienze (Botanica, Mineralogia, Geografia, Geologia e Astronomia) che sarebbero state le discipline insegnate nell'università, e doveva presentare l'effigie di Mussolini a cavallo.
L'opera è portata a termine nel 1935 ed è il duce stesso a inaugurarla come "Manifesto" della Nuova Città Universitaria" che egli stesso aveva fatto costruire tra il 1933 e il 1935.
Dopo la liberazione di Roma avvenuta a giugno del 1944, il 29 dicembre del 1945 l'Aula Magna viene scelta come sede del V Congresso del Partito Comunista: il dipinto viene ricoperto da una carta da parati.
Successivamente l'opera rischia di essere distrutta ma due commissioni, la prima con Pietro Toesca, Marcello Piacentini e Carlo Siviero e la seconda con Piacentini, Salmi e Siviero, decidono che l'affresco deve essere salvato, ma rivisitato. L'opera è salva dalla distruzione ma non dalla censura che nel 1950 si traduce in una pesante ridipintura: Alla defascistizzazione dell'affresco viene incaricato il pittore Alessandro Marzano che elimina tutti i simboli riconducibili al fascismo (come l'aquila, il fascio littorio, l'elmetto con la vittoria alata), e trasforma il profilo dei volti, ma modifica anche le vesti e le acconciature delle figure, e offusca il cielo azzurro: l'opera originaria viene di fatto modificata al 90%.
Le modifiche vengono fatte dopo aver passato sull'opera uno strato di vinavil.
Negli anni Ottanta, a seguito di alcuni distacchi di intonaci, viene fatto un intervento volto a risanare gli intonaci (staccando, consolidando e riattaccando le parti da risanare).
Nel 2015 dopo aver accertato, con varie tecniche sofisticate, che l'intervento di Marzano non aveva intaccato il colore di Sironi, si decide di restaurare il dipinto ma nasce un interrogativo: se rimuovere o meno le sovrapitture di Marzano. Dopo vari studi, si decide di eliminare le sovrapitture di Marzano, comprese quelle che celavano il richiamo al regime fascista.
Video Dipinto di Sironi alla Sapienza
Cliccare qui Link Durata del video: 03:39
Mario Sironi, L'Italia tra le Arti e le Scienze, affreso, rettorato dell'Università La Sapienza, Roma - Prima immagine: L'affresco durante l'inaugurazione nel 1935 - Seconda immagine: L'affresco coperto nel 1945 - Terza immagine: particolare

Massimo Campigli, fotografato nel 1967
Massimo Campigli è lo pseudonimo di Max Ihlenfeld. Figlio naturale di genitori tedeschi, viene affidato dalla madre, appena diciottenne, alle cure della nonna materna che vive a Settignano; agli occhi del mondo la madre risulta essere una sua "zia". Quattro anni dopo la madre si sposa, si trasferisce a Firenze, riprende con sé il bambino e si trasferisce nuovamente, a Milano, quando il figlio è ormai quattordicenne.
A 19 anni, nel 1914, viene assunto al Corriere della Sera come segretario. Conosce Boccioni e Carrà. Durante la guerra si arruola ma nel 1916 viene fatto prigioniero. Riesce a fuggire. Nel 1918, tornato a Milano, gli viene concessa la cittadinanza italiana e viene riassunto dal Corriere della Sera. Nel 1919 viene inviato dal Corriere della Sera a Parigi dovei fa il pittore di giorno e il giornalista di notte. A Montparnasse frequenta il "Cafè Dôme", ritrovo di artisti dell'École de Paris. Nel 1921 partecipa al "Salon d'Automne" e da quel momento in poi esporrà in tutto il mondo.
Nel 1926 espone a Milano alla "Prima Mostra del Novecento". Nel 1927 lascia l'incarico al Corriere della Sera per dedicarsi interamente alla pittura.
Nel 1928 si reca a Roma e, visitando il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, rimane affascinato dall'Arte Etrusca modificando il suo modo di dipingere: avvicina la sua tecnica pittorica all'affresco e utilizza pochi colori geometrizzando figure e oggetti.
Firmatario nel 1933, con Carrà e Funi, del “Manifesto della pittura murale” di Sironi, in Italia esegue, tra gli altri, nel 1938, un grande affresco al Palazzo di Giustizia di Milano, intitolato "Non uccidere". Nel 1939-40 esegue la grande decorazione dell'atrio del Palazzo Liviano di Padova che ricopre trecento metri quadrati di superficie.
L'artista scriverà nel 1940: «... Il mio affresco rappresenta una idealizzazione del sottosuolo d'Italia ... . Gli archeologi scavano trovano oggetti e libri, nell'affresco del Liviano ... rendo conto della funzione sociale della pittura monumentale...»
Nel 1949 lascia Milano per trasferirsi con tutta la famiglia a Parigi nel cuore di Montparnasse.

Massimo Campigli, Scuola di danza, 1941, olio su tela, 110x150
Massimo Campigli, atrio di Palazzo Liviano a Padova, 1939-1940
Il Palazzo Liviano è progettato dall'architetto
milanese Giò Ponti. Il soggetto degli affreschi dell'atrio è scelto dal
rettore Carlo Anti, ex docente di Archeologia, che indica, nella figura di Tito
Livio e nell'Antichità, i temi da trattare: il titolo è infatti «La continuità
della cultura romana nella moderna, attraverso l'esaltazione di simboli di vita
e poesia, di virtù eroica, di studio e lavoro».
La scultura dell'atrio che raffigura Tito Livio
chinato e in atteggiamento riflessivo, è realizzata da Arturo Martini nel 1942.

Arturo Martini, Tito Livio, scultura, 1942, Università, Padova

Arturo Martini, Leda e il cigno, 1925-1926, scultura, gesso, 55x70x193, Musei Civici, Monza
Felice Casorati (SIA GRUPPO DEL NOVECENTO SIA REALISMO MAGICO), Silvana Cenni, 1922, 105x205, tempera su tela, Collezione privata
Realismo magico
Realismo magico: L'ossimoro "Realismo magico" viene utilizzato per la prima volta nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh e in Italia dallo scrittore Massimo Bontempelli per descrivere un realismo caratterizzato da dettagli dall'effetto straniante. Giorgio de Chirico diviene il punto di riferimento di tale movimento, che auspica "il recupero del mestiere e della bella pittura". I suoi principali esponenti sono Antonio Donghi, Felice Casorati e Cagnaccio di San Pietro.
Felice Casorati (SIA GRUPPO DEL NOVECENTO SIA REALISMO MAGICO), Silvana Cenni, 1922, 105x205, tempera su tela, Collezione privata
Scuola romana
Scuola romana, o Suola di Via Cavour: Nasce a Roma nel 1927. Fondatore è Scipione (Macerata 1904 - Arco di Trento 1933) al secolo Gino Bonichi. La Scuola romana è attiva a Roma dal 1928 al 1945; ha la sua sede iniziale in Via Cavour, nel grande appartamento, all'ultimo piano, in cui vivono Mario Mafai e Antonietta Raphaël, luogo di incontro di letterati, tra cui Giuseppe Ungaretti, Libero De Libero e artisti tra cui Renato Marino Mazzacurati, Fausto Pirandello e Scipione.
L'orientamento è figurativo, con una spiccata tendenza all'espressionismo.
Scipione, Il ponte degli angeli, 1930, olio su tela, 82x100
Scipione, Cardinale, 1930, Galleria d'Arte Moderna, Roma
15/22 FEBBRAIO 2023
Corrente
Corrente: E' il nome di una rivista fondata a Milano nel 1938 (all'inizio la rivista prende il nome di "Vita giovanile", poi di "Corrente di vita giovanile", successivamente di "Corrente") da Ernesto Treccani, allora diciassettenne, finanziata dal padre Giovanni Treccani, senatore e fondatore dell'Istituto Treccani.
La rivista, che ha punti di contatto con Firenze, diventa un organo di stampa dell'intellettualità italiana antifascista, rappresentata dal critico d'arte Raffaele De Grada.
Attorno alla rivista gravita un gruppo di giovani pittori che aprono la "Bottega di Corrente" in Via della Spiga 9.
Sono, tra gli altri, Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Aligi Sassu, Emilio Vedova, Renato Birolli, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, Giovanni Paganin, Arnaldo Badodi, Giuseppe Migneco.
Questi artisti reagiscono tanto alla magniloquenza di "Novecento" quanto ai movimenti che propugnano un'arte astratta, per
affermare un'arte figurativa, con riferimenti alla realtà, facilmente comprensibile
dalle classi popolari e impegnata sul piano morale e civile, in aperta
opposizione al regime fascista.
Nel 1940 la rivista viene chiusa.
Dopo il 1945 il movimento raggruppato attorno a Corrente si farà promotore del "Fronte nuovo delle arti" (Renato Guttuso, Renato Birolli, Leoncillo, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso) e una parte di esso confluirà attorno alla rivista "Realismo".
Qui vedremo alcune opere di Guttuso, Sassu e Vedova.
Video: Indro Montanelli incontra Renato Guttuso.
Durata del video: 08:20
Renato Guttuso (Bagheria 1911 - Roma 1987). Nato in Sicilia, nel 1933 si trasferisce a Roma, e nel 1935, è a Milano (militare di leva).
Nel 1940 si iscrive al P.C.I.
Nel 1953 ridisegnerà il simbolo del Partito Comunista Italiano, falce e martello.
Viene eletto senatore per due legislature, nel 1976 e nel 1979, (mentre era Segretario generale del Partito Enrico Berlinguer).
Oppositore del regime fascista, molti suoi dipinti, soprattutto tra le due guerre, sono denunce di violenze, soprusi ed eccidi come ad esempio la serie di disegni intitolata "Massacri", che ritraggono le repressioni naziste.
(Già simbolo del Partito Socialista Italiano dal 1919, il simbolo con la falce e il martello per la prima volta sembra sia stato usato nel 1512 in Germania, adottato in Russia nel 1917 e in Cina nel 1949)
Renato Guttuso, Fucilazione in campagna, 1937-1938,
Il quadro è dedicato al poeta spagnolo García Lorca fucilato nel 1937 durante la dittatura franchista; tra le accuse: l'omosessualità.
Guttuso dedica i suoi quadri a «tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee».
Renato Guttuso, Crocifissione, 1941, olio su tela, 200x200, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma
Così scrive Guttuso in merito a questo quadro: "Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee".
Il dipinto viene criticato sia dalla Chiesa che dal regime fascista, messo sotto accusa per la nudità dei personaggi: "Ho dipinto i personaggi nudi per sottrarli a una collocazione temporale: questa è una tragedia di oggi: il giusto perseguitato è cosa che soprattutto oggi ci riguarda".
Renato Guttuso, Deportati, graffito (su parete) realizzato su bozzetto di Guttuso, Museo-monumento, Palazzo dei Pio, Carpi, ph di Paolo Monti
Guttuso nei primi anni 70 lavora per il "Museo-monumento al deportato politico e razziale" eretto al pianoterra di Palazzo dei Pio a Carpi: si tratta di un museo, inaugurato nel 1973, sulla deportazione e sui campi di concentramento nazisti. Per il museo Guttuso realizza un bozzetto per un dipinto parietale, avente per tema "la responsabilità italiana nel fenomeno della deportazione e dello sterminio". Il disegno rappresenta un gruppo di deportati.

Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972, acrilico e collage (fiori ritagliati da riviste) su carta applicata a pannello, 340x440 cm, Museo d'Arte Moderna, Bologna
Quest'opera diventerà il Manifesto del P.C.I.
Togliatti (1893-1964), fondatore del Partito Comunista d'Italia nel 1921 è raffigurato avvolto da una corona di fiori.
Nel dipinto sono raffigurati i protagonisti di quel periodo, ma non tutti i personaggi dipinti, di fatto, sono intervenuti ai funerali: sulla destra col velo nero c'è Nilde Iotti (Presidente della Camera dei deputati per 13 anni: dal 1979 al 2011; compagna di Togliatti, di 27 anni più anziano di Nilde Iotti, dal 1946 al 1964); c'è Marisa Malagoli Togliatti, sorella seienne di un giovanissimo operaio ucciso dalla polizia durante lo sciopero, contro il licenziamento di 500 operai, indetto a Modena dalla CGIL il 9 gennaio del 1950, e adottata da Togliatti e Nilde Iotti (benché non fossero sposati); alla destra di Nilde Iotti c'è, con i capelli bianchi, "La passionaria", protagonista della resistenza contro il franchismo, che a quell'epoca viveva in esilio all'estero: era così chiamata per i suoi discorsi infuocati per incitare la resistenza contro la dittatura; in basso, con gli occhiali tondi, c'è Antonio Gramsci, in realtà già morto nel 1937, ma ciò che contava erano le idee che i personaggi raffigurati nel dipinto rappresentavano; un altro personaggio è Lenin che viene ritratto diverse volte; c'è la compagna di Filippo Turati, Anna Kuliscioff iscritta al Partito Socialista, che convince i compagni a cambiare idea sul suffragio universale che doveva riguardare anche le donne; Angela Davis con la pettinatura afro, iscritta al Partito Comunista statunitense; Luigi Longo segretario generale del PCI dal 1974 al 1972; Enrico Berlinguer segretario generale del pCI dal 1972 alla sua morte nel 1984; Pietro Ingrao direttore dell'Unità, l'organo di stama ufficiale del PCI, dal 1947 al 1957. E poi Antonello Trombadori; Mario Alicata; Luchino Visconti, Stalin; Giorgio Amendola; Giangiacomo Feltrinelli; Marcello Carapezza; Elio Vittorini; Paul Sarte; Eduardo De Filippo; Salvatore Quasimodo, Carlo Levi ecc....
Nilde Iotti La Passionaria Antoniio Gramsci
Lenin Anna Kulisciioff e Angela Devis Luigi Longo
Enrico Berlinguer Pietro Ingrao Renato Guttuso
Renato Guttuso, Vucciria, 1974, oio su tela, 300x300, Palazzo Chiaramonte (o Steri - Hosterium - palazzo fortificato), Palermo
Il quadro raffigura il mercato di Palermo "Vucciria" (deriva da "bucceria", ovvero beccheria, macelleria; in palermitano: confusione).
Un ANEDDOTO tratto da un'intervista del 6 settembre 2014 a Carlo Guarienti a Roma:
Guttuso "diceva che per dipingerla aveva fatto tanti disegni: venti disegni di buoi appesi, cinque di pesce spada, dieci di carciofi, cinque di eccetera "e li faceva dopo aver fatto la Vucciria! E diceva che erano le cose preparatorie" Li vendeva e guadagnava più che se avesse venduto la Vucciria! Con Guttuso ridevamo di queste cose! In occasione del centenario dalla sua nascita nel 2011, han fatto una grande mostra al Complesso del Vittoriano a Roma nel 2012. Strepitosa! L'ha curata Fabio Guttuso Carapezza suo figlio adottivo nonché figlio naturale del vulcanologo Marcello Carapezza ... legatissimi, entrambi, al Partito Comunista. ... ; i più bei manifesti di Sinistra ricordo che li faceva Guttuso, ne eran piene le strade!"
1 MARZO 2023
Video: Aligi Sassu Mostra del 7/2/1963,
Galleria Porta d'Oro di Cagliari
Da Archivio Luce, Cinecittà
Durata del video: 01:00
Anche Aligi Sassu (Milano 1912-Pollença 2000), come Guttuso, tra gli anni Trenta e Quaranta del 1900 utilizza la pittura per denunciare violenze e soprusi; il padre è tra i fondatori, nel 1894, del Partito Socialista Italiano a Sassari.
A 16 anni, invitato da Marinetti, espone alla Biennale di Venezia del 1928. Dopo gli esordi nel movimento futurista, con lo scoppio della guerra civile in Spagna nel 1936 diventa attivista anrifranchista e antifascista; combatte in Spagna durante la Guerra Civile. Catturato e rinchiuso a Regina Coeli, viene graziato nel 1938. In carcere che dipinge la maggior parte delle sue opere a sfondo politico. Nel 1941 torna a esporre alla Galleria di Corrente a Milano.
Tra i suoi dipinti di denuncia antifascista: "Martiri di Piazzale Loreto" dipinto nel 1944
Aligi Sassu, Martiri di Piazzale Loreto, 1944, olio su tela, 150x200 cm, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma
Foto della strage del 10 agosto 1944
L'8 agosto 1944 ci fu un attentato contro un camion tedesco in viale Abruzzi a Milano. Non rimase ucciso alcun soldato tedesco ma provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri undici. L'episodio venne usato, dai tedeschi, come pretesto per la fucilazione di 15 partigiani, che prelevarono dal carcere di San Vittore, per ordine del comando di sicurezza nazista, e i loro cadaveri rimasero esposti al pubblico.
ATTENZIONE: ESEMPIO DI SASSU E GLI ESORDI NEL MOVIMENTO FUTURISTA: Aligi Sassu, L'uomo che si abbevera alla sorgente, 1928, olio su cartone, 36,1x48,3, presentato alla Biennale di Venezia nel 1928
Emilio Vedova Video Cliccare qui Link Video con Emilio Vedova (Durata del video: 01:34)
Emilio Vedova (Venezia 1919-2006), esponente di Corrente, tra il 1944 e il 1945 fa parte della "Resistenza" e realizza, in questo periodo, opere che rivelano l'esperienza della guerra. Ne sono esempi "Morte di un partigiano" o "Assalto alle prigioni", in cui inizia la deformazione delle figure fino alla transizione al linguaggio astratto
Emilio Vedova (Venezia 1919-2006), Nell'ordine: "Nonna Ida" 1935; Autoritratto 1938; Foto: Vedova con la moglie Annabianca a Montmartre, Parigi, 1953; Morte di un partigiano, 1945, tecnica mista su carta, 25x35, Fondazione Emilio e Annabianca Vedova
NEL DOPOGUERRA
"Nel 1945, Elio Vittorini fonda la rivista “Il Politecnico” mutuando il titolo dalla pubblicazione ottocentesca di Carlo Cattaneo, e Palmiro Togliatti (fondatore del Partito Comunista nel 1921) la contrasta.
All'interno del Partito Comunista Italiano, che si orienta a favore del figurativo e contro la nuova pittura aniconica, si creano non pochi attriti e alcuni autori come Pietro Consagra, Ugo Attardi, Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli, Giulio Turcato e Mino Guerrini, convinti che i termini “Marxisti” e “Astrattisti” possano essere compatibili, rivendicano la loro libertà proclamandola nel primo numero della rivista “Forma Uno” del 1947.
Nel 1948 Togliatti, con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, liquida come “scarabocchi” i dipinti di una mostra dalle nuove tendenze, organizzata a Bologna.
Le ragioni togliattiane vengono ribadite nell'VIII Congresso del P.C.I. del 1956 e per alcuni artisti l'uscita dal Partito è inevitabile. Altri, invece, ... del “Politecnico” di Elio Vittorini, ormai chiuso a dicembre del 1947, fondano a Portonaccio la rivista “Città aperta” il 25 maggio del 1957. Elio Petri e Renzo Vespignani ne sono i promotori ma ad aprile del 1958 viene fatta chiudere su pressione di Togliatti, di Mario Alicata e del Partito ... (Larivista "Il Politecnico” diventa, per il P.C.I. “spina nel fianco”.
Estraneo a questa diatriba artistico-politica, sebbene pittoricamente aggressivo nei confronti della tradizione, c'è il gruppo di Piazza del Popolo a Roma coi tre “maledetti” Mario Schifano, Franco Angeli e Tano Festa.
Ma tra queste due tendenze esiste un terzo movimento, che Domenico Guzzi ben documenta nel suo libro L’anello mancante: è Il Pro e il Contro che Calabria fonda con Renzo Vespignani, Fernando Farulli, Ugo Attardi, Alberto Gianquinto e Piero Guccione e coi tre critici Antonio Del Guercio, Dario Micacchi e Duilio Morosini, che a quel tempo scrivono per “Rinascita”, “l'Unità” e “Paese Sera”. Nel movimento prevarrà un atteggiamento “di reinterpretazioni di tematiche alla luce del vissuto”.
NEL MONDO
NUOVA OGGETTIVITÀ: Germania
REALISMO SOCIALISTA: Unione sovietica
MURALISMO MESSICANO: Messico
La "Nuova oggettività" si sviluppa in Germania (movimento antifascista)
Il "Realismo socialista" si sviluppa in Unione Sovietica (movimento di Sinistra) e realis. esist.It
Il "Muralismo messicano" si sviluppa in Messico (movimento di Sinistra)
Nuova oggettività
La "Nuova oggettività" nasce in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, intorno al 1925, alla vigilia dell'ascesa del nazismo, che la considerava "arte degenerata": l'obiettivo è quello di proporre immagini di assoluta e realistica oggettività.
I pittori che vi aderiscono adottano un linguaggio figurativo con uno sguardo critico sulla politica.
La pittura non è alla ricerca di un bello o di un brutto assoluti ma dell'assoluta realtà e verità.
Tra gli artisti: George Grosz, Otto Dix.
E' una pittura che mette in luce il fallimento della cultura tedesca:
George Grosz mette in atto gli scenari del tempo al fine di demistificare e ridicolizzare la classe dirigente, sottolineandone la malvagità.
Nel 1933, con l'avvento del nazismo, George Grosz viene considerato un artista degenerato e per questo motivo lascia la Germania per insegnare a New York; nel 1938 ottiene la cittadinanza degli Stati Uniti. La produzione del periodo americano è però meno incisiva, nonostante i ritorni, in chiave surrealista, alla grafia violenta e spietata di un tempo. Nel 1958 torna a vivere in Germania. George Grosz muore a Berlino il 6 luglio 1959 a 65 anni.
George Groesz, Strada pericolosa, olio su tela, 47,3 x 65,3 cm
Il dipinto raffigura Berlino alla fine della Prima Guerra Mondiale dipinta dall’artista appena tornato dal fronte: raffigura i sopravvissuti alla guerra in stato confusionale in una strada cittadina di notte. Lo stesso Grosz guarda minacciosamente dall'angolo in basso a destra della tela. L’opera fa parte di un ciclo di venti dipinti che raffigurano Berlino di notte, realizzati negli ultimi mesi della Prima Guerra mondiale: una città anche sull’orlo della fame. Le strade di Berlino brulicavano di mendicanti, prostitute e contrabbandieri, simboli del malessere della società imperiale della Germania. Il sesso e la morte pareva fossero ovunque.
Il rivenditore newyorkese Richard Feigen lo acquistò dall'artista l'anno in cui morì nel 1959.
Il 5 febbraio 2020 all’asta di Londra “Strada pericolosa” è stata venduta a un offerente in collegamento telefonico dagli USA al prezzo record per questo artista di £ 9,7 milioni ($ 12,7 milioni pari a poco meno di 11,5 milioni di €).
(Testo di Di Giovanni Conticelli, qui parzialmente modificato)
Otto Dix, La guerra, 1932
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Otto Dix si arruola entusiasticamente volontario nell'esercito tedesco. In qualità di sottufficiale nel corso della guerra viene ferito e decorato più volte. L'esperienza della guerra sciocca profondamente Dix, trasformandolo in un convinto pacifista: una parte importante dell'opera di Dix rifletterà proprio quel tragico periodo. Solo dopo alcuni anni arriverà a realizzare su quel tema la sua opera più intensa e significativa. Si tratta del polittico su legno intitolato "La guerra", realizzato a Dresda nel 1932, dopo un lungo periodo di incubazione, appena un anno prima che Hitler ottenesse la carica di cancelliere. Nel pannello centrale, tra corpi maciullati ed in decomposizione, emerge un'unica figura viva, uno spettrale soldato con maschera antigas; sovrasta il tutto uno scheletro impigliato fra travi d'acciaio, che sembra puntare l'indice della mano destra verso qualcuno.
Successivo cronologicamente è "Le Fiandre", dipinto nel 1936, ultima opera sulla grande guerra, una drammatica esemplificazione della vita dei soldati in trincea.
Otto Dix narra gli orrori con drammatico realismo.
Realismo socialista
Nell'Unione Sovietica di Stalin l'arte deve divenire strumento di comunicazione e propaganda al servizio della politica. Alcuni artisti, contrari al regime, come Kandinsky o Chagall si trasferiscono all'estero.
Tra il 1932 e il 1956 si sviluppa un'arte di Stato, il cosiddetto "realismo socialista".
Nel 1934 Andrej Zdanov (uomo politico) ne stabilisce le caratteristiche: le immagini che ritraggono i capi devono avere atteggiamenti eroici, le masse proletarie devono essere ritratte al lavoro o negli sport. L'obiettivo è quello di inculcare i principi della politica sovietica (agricoltura collettivizzata e mezzi di produzione di proprietà dello Stato).
Nel 1947 molti artisti, come Piero Dorazio, Giulio Turcato, Carla Accardi, Ugo Attardi, che nel 1947 fondano il gruppo "Forma Uno" al quale aderiscono anche Achille Perilli, Lucio Fontana e Umberto Mastroianni, ribadiscono la necessità dell'impegno sociale ma mantenendo fermi i principi di autonomia dell'arte e la libertà dell'artista riguardo alla propria ricerca linguistica. E' su questa scia che nasce a Milano tra il 1953 e il 1955 il "Realismo esistenziale" al quale partecipano Gianfranco Ferroni, Bepi Romagnoni, Giuseppe Guerreschi, Giuseppe Guerrieri e in un secondo tempo Alberto Gianquinto, Floriano Bodini e Mino Ceretti.
Muralismo messicano
Anche in Messico l'arte viene intesa come strumento in grado di contribuire alla rifondazione di una identità nazionale e politica.
Ai contadini in rivolta contro i latifondisti si uniscono gli intellettuali e gli artisti al fine di contribuire a ripristinare l'antica civiltà distrutta dalla colonizzazione.
I temi della libertà e dell'affrancamento dal dominio coloniale diventano gli argomenti affrontati, a partire dagli anni Venti, da artisti muralisti quali Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemete Orozco.
Diego Rivera, murales dell'Industria di Detroit, particolare, 1932, parete Sud del Detroit Institute of Arts
Diego Rivera (Messico 1886- 1957) nel 1922 si iscrive al Partito Comunista Messicano e comincia a dipingere i murales sugli edifici pubblici di Città del Messico.
I soggetti sono persone semplici in contesti politici. Spesso ritrae scene della Rivoluzione messicana d'inizio secolo.
Esegue molti murales. E’ chiamato a dipingere nei tre piani e nel cortile del
Palazzo dell’Educazione: vengono documentati momenti di lavoro in cui si fa
riferimento alla popolazione locale.
Realizza opere anche negli Stati Uniti in cui le sue tematiche comuniste provocano molte polemiche tra il 1935 e il 1943 (Rivera e i muralisti messicani erano stati chiamati negli Stati Uniti per il programma di ripresa economica dopo la crisi dl 29, noto come il Federal Art Project). Ciò accade in particolare con un murale, dal titolo "L'Uomo controllore dell'universo", dal contenuto apertamente politico, al Rockefeller Center di New York in cui Rivera include il ritratto di Lenin. Rockefeller vede il ritratto come un insulto personale e ordina di coprire l'intero murale, più tardi ne chiede la distruzione. Nel 1934 Rivera torna in Messico, dove dipinge lo stesso murale al secondo piano del Palazzo delle Belle Arti di Città del Messico includendovi non solo Lenin ma lo stesso Rockefeller tra "i cattivi dell'umanità".
Descrizione del murale: Al centro vi è un uomo idealizzato che controlla l'universo, posizionato tra due ideologie contrapposte:
Nella parte sinistra Diego Rivera critica il mondo capitalista, dove Charles Darwin rappresenta lo sviluppo della scienza e della tecnologia.
A destra il murale mostra una visione idealizzata del mondo socialista, con i lavoratori della Piazza Rossa, guidati da Lenin, e con la presenza di Karl Marx, Friedrich Engels, Leon Trotsky e Bertram D. Wolfe.
Le ellissi sono il macro e microcosmo, malato a sinistra, e la genesi a destra.
Diego Rivera, L'Uomo controllore dell'universo, 1934, murale, 4,80x11,45, Palazzo delle Belle Arti, Città del Messico
Entrata e uscita dalla miniera, 1923, Città del Messico, Paòacio de Secretaria de la Educacion Publica
La maestra contadina, 1923, Città del Messico, Paòacio de Secretaria de la Educacion Publica
Mercato di Tlatelolco, 1945, dettaglio, murales della Storia del Messico, Palacio Nacional
Mercato di Tlatelolco, 1945, dettaglio, murales della Storia del Messico, Palacio Nacional
Dalla conquista del Messico al 1930, murales della Storia del Messico, 1930, Città del Messico, Palacio Nacional
Scene della colonizzazione
NEL BREVE ECURSUS SOPRA ESPOSTO, RELATIVO AL RITORNO AL FIGURATIVO NEGLI ANNI TRENTA, QUARANTA E CINQUANTA, SONO STATE MESSE IN EVIDENZA, PER LO PIU', OPERE RELATIVE AGLI ORIENTAMENTI POLITICI, TRALASCIANDO LA RESTANTE E PIU' AMPIA PRODUZIONE ARTISTICA della quale segue qualche esempio:
Mario Sironi, Paesaggio urbano con camion, 1920, olio su tela
Aligi Sassu, Come l'acqua nel fuggire, 1973, 30x40 cm, cromolitografia su tela
Emilio Vedova, La musica, 1942, olio su tela, 39,6x49,5, collezione privata
Emilio Vedova, Rosso 85, 1985, olio su tela, 275x275
8 MARZO 2023
BREVE PREMESSA
PER COMPRENDERE L'ESPRESSIONISMO ASTRATTO
ECONOMIA E ARTE
Il 29 ottobre del 1929 il mondo intero è segnato da una profonda crisi economica, nota come "Crisi del 29" o "Crollo di Wall Street", dovuta al crollo della Borsa di New York.
La crisi economica, che non risparmia nemmeno l'Europa, si ripercuote anche sull'arte; perfino Parigi comincia a perdere la propria centralità creativa.
Qualche mese prima del crollo della Borsa, Abby Aldrich Rockefeller, moglie di John D. Rockefeller Jr., e due sue amiche, avevano deciso di aprire un museo a New York, e avevano per questo affittato alcune sale al dodicesimo piano del Manhattan's Heckscher Building all'angolo tra la 5th Avenue e la 57ª Strada (è la prima sede, provvisoria, di quello che diventerà il museo più grande al mondo: il MoMA). Il museo viene aperto al pubblico il 7 novembre 1929, 9 giorni dopo il crollo di Wall Street. La sua direzione è affidata al giovanissimo storico e critico Alfred Hamilton Barr Jr. che chiama a esporvi gli artisti europei più famosi. In quello stesso periodo Alfred Hamilton Barr Jr. conierà la locuzione "espressionismo astratto" a commento di un'opera di Kandinsky.
Nel 1933 per uscire dalla Grande depressione, il Presidente statunitense Roosevelt promuove un piano di riforme, il New Deal, con il quale tenta di rilanciare l'economia.
Il piano coinvolge anche l'arte con un programma, noto come Federal Art Project, che tra il 1933 e il 1943 mira a stipendiare i creatori delle arti visive. Si tratta di un progetto di "pittura da cavalletto" al quale si affianca un progetto di "pittura murale" messicana a cui partecipano Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemete Orozco.
Nel 1936 e nel 1937 Alfred Hamilton Barr Jr. organizza al MoMA due importantissime mostre che influenzeranno l'arte americana: "Cubismo e astrattismo", e "Dadaismo e surrealismo".
ESPRESSIONISMO ASTRATTO
Nel 1929 Alfred Hamilton Barr Jr., giovanissimo direttore del MoMA, conia la locuzione "espressionismo astratto" a commento di un'opera di Kandinsky.
Nel 1946 il critico d'arte americano Robert Coates (1897-1973) riprende la locuzione "espressionismo astratto" e la usa per definire l'arte di un gruppo di artisti che, a New York, attraverso stili differenti, hanno una specifica caratteristica comune, ovvero una visione del tutto nuova della superficie pittorica: la tela non è più considerata un supporto sul quale dipingere, ma un luogo in cui muoversi.
In quello stesso anno diventa teorico dell'espressionismo astratto Harold Rosenberg (New York 1906-1978), che così scrive:
"I pittori americani considerano la tela non come un supporto sul quale riprodurre un oggetto reale o immaginario, ma come un'arena in cui agire". E definisce "action painting", letteralmente "pittura d'azione", il nuovo modo di dipingere.
E questo "agire" è una serie di "gesti" che NON sono casuali, ma derivano da un "automatismo psichico" governato dall'inconscio soggettivo (Freud) o collettivo (Jung), che gli artisti americani scoprono sia grazie alle mostre dei surrealisti al MoMA, sia grazie all'influenza che in quegli anni ha sull'arte la collezionista e gallerista americana Peggy Guggenheim, sposata dal 1941 con Max Ernst.
Tra i maggiori esponenti di questo gruppo di artisti che fanno della tela un luogo, citiamo:
Jackson Pollock, (Cody, 1912 - Long Island 1956)
Willelm de Kooning (Paesi Bassi 1904 - New York 1997)
Barnett Newman (New York, 1905 - 1970)
Mark Rothko (Lettonia 1903 - New York 1970) NB Rothko NON si considerava astratto
Jackson Pollock, statunitense (1912-1956)
Durata del video: 02:16
Trailer del film "Pollock" del 2000
Jackson Pollock (1912-1956)
Travagliato dall'abuso di alcol e psicofarmaci, le sue fonti di ispirazione sono molteplici:
- La pittura murale messicana di Rivera, Siqueiros e Orozco (che erano stati chiamati negli Stati Uniti tra il 1935 e il 1943 per il Federal Art Project, che mirava alla ripresa economica): ciò che colpisce Pollock sono le grandi dimensioni dei murales;
- Le mostre "Cubismo e astrattismo" e "Dadaismo e surrealismo" che nel 1936 e 1937 sono organizzate al MoMA;
- La sand painting ("pittura con la sabbia") che negli anni Quaranta Pollock ha occasione di vedere dai nativi americani, ovvero l'arte di versare sabbie colorate e pigmenti su una superficie, per realizzare un'opera.
- Il surrealismo, di cui Pollock viene a conoscenza non solo grazie alle mostre al MoMA, ma anche per i suoi contatti di lavoro con Peggy Guggenheim, moglie di Max Ernst.
Brevi cenni biografici e storici
Nel 1941 Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Italia), che in quello stesso anno aveva sposato Max Ernst, a New York inaugura la Galleria Art of This Century.
Nel 1943 Guggenheim vi invita Pollock (1912-1956), all'epoca ancora sconosciuto: Pollock vi espone "Male and female" che aveva realizzato nel 1942.
Jackson Pollock, Male and female, 1942, olio su tela, 186,1x124,3 cm, Philadelphia Museum of Art, Filadelfia, Pennsylvania, Stati Uniti
In quello stesso anno, 1942, Pollock aveva realizzato anche Donna luna (olio su tela):
Al centro è raffigurata una donna. Il corpo è affusolato, realizzato con un semplice colpo di pennello nero:
Jackson Pollock, Donna Luna, 1942, olio su tela, 175,2X109,3 cm, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
In questo periodo l'artista risente dell’influenza di Picasso per la composizione e la cromia, ma anche di Miró perché fa proprio il concetto surrealista dell’inconscio come fonte alla quale attingere per la creazione delle opere.
Nel 1943 Peggy Guggenheim si separa da Max Ernst, si trasferisce in un appartamento al 155 East 61stt Street e per l’ingresso al piano terra commissiona a Pollock un dipinto su tela dalle dimensioni di un murale. Così lo racconterà lei stessa: "Feci dipingere a Jackson Pollock un murale alto due metri e largo sette. Marcel Duchamp disse che avrebbe dovuto dipingerlo su una tela, altrimenti il giorno in cui avessi lasciato l’appartamento l’avrei dovuto abbandonare lì" (tratto da Peggy Guggenheim, Una vita per l'arte, Rizzoli, Milano 1982).
Il quadro, completato a novembre di quell’anno 1943, sarà il più grande mai dipinto dall’artista e Peggy lo donerà nel 1948 allo University of Iowa Museum of Art.
Jackson Pollock, Mural, 1943, olio su tela, 247 x 605 cm. Iowa City, University of Iowa Museum of Art (dono di Peggy Guggenheim)
Qualche anno dopo, nel 1946, Peggy si farà fotografare insieme a Pollock davanti al quadro, che a quella data era ancora appeso a casa sua

Peggy Guggenheim fotografata nel 1946 con Pollock nell'abitazione di New York, davanti al Mural (1943)
Nel 1945 Pollock sposa la pittrice Lee Krasner; Peggy Guggenheim gli presta una somma di denaro per l'acquisto, a Springs nello Stato di New York, di una casa in campagna dove, nel fienile, Pollock allestisce un grande laboratorio.
Nel 1947 Guggenheim si trasferisce a Venezia.
E' nella sua casa di campagna che Pollock maturerà il suo stile oggi noto come "dripping": stenderà sul pavimento grandi tele, che diventeranno uno spazio nel quale eseguirà, quasi in danza, movimenti convulsi, versando e facendo gocciolare il colore (dripping), con pennelli induriti, bastoncini, coltelli e vetri rotti, senza mai toccare le tele. I gesti che compirà per le sgocciolature non saranno casuali ma dettati dalle pulsioni dell'artista (come l'automatismo psichico dei surrealisti che dipingevano senza il controllo della ragione).
Pollock esporrà queste opere nella galleria di Betty Parsons.
Pollock mentre esegue un'opera con la "tecnica" del dripping
Così dirà Pollock nelle sue interviste: "Continuo ad allontanarmi sempre più dai soliti strumenti del pittore, come cavalletto, tavolozza e pennelli. Preferisco fissare la tela sul pavimento perché in questo modo posso camminarci attorno, ed essere letteralmente nel dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del West".
"Quando sono nel mio dipinto, non sono cosciente di quello che sto facendo. È solo dopo che capisco che cosa ho fatto. È solo quando perdo il contatto con il dipinto che il risultato è un disastro".
Nel 1950 il fotografo Hans Namuth lo va a trovare nel suo studio, e così racconta: "Una sgocciolante tela bagnata ricopriva l'intero pavimento... Vi era un silenzio totale ... Pollock guardò il dipinto. Poi raccolse barattolo e pennello e iniziò a muoversi attorno al quadro, come se si fosse improvvisamente reso conto che il quadro non era ancora finito. I suoi movimenti, dapprima lenti, diventarono via via più veloci e più simili ad una danza mentre scagliava pittura colorata di bianco, nero e ruggine sulla tela. Si dimenticò completamente che ero lì".
I quadri più famosi di Pollock sono quelli realizzati con la tecnica del dripping tra il 1947 e il 1950.
Jackson Pollock, Number 1, 1948, olio e vernice su tela, 172,7 x 264,2 cm, New York, MoMA
Jackson Pollock, Nebbia di lavanda (Lavander mist), 1950; olio, smalto e alluminio su tela, 221 x 299,7 cm, Washington, National Gallery of Art
Nel 1950 viene invitato alla Biennale di Venezia.
Gli ultimi lavori, fino al 1956, anno della sua morte, hanno colori scuri ed elementi figurativi.
Alcolizzato, muore all'età di 44 anni, in un incidente stradale causato dal suo stato di ebbrezza.
Willelm de Kooning (Paesi Bassi 1904 - New York 1997)
Video: De Kooning Cliccare qui Link Durata del video: 01:08
Willem De Kooning (Rotterdam 1904-New York 1997)
Nato a Rotterdam nel 1904, nel 1926 si trasferisce negli Stati Uniti.
Nel 1948 si afferma come uno degli esponenti più in vista dell'espressionismo astratto
Willem De Kooning (Foto da facebook)
Barnett Newman (New York, 1905 - 1970)
Newman riduce il coinvolgimento emotivo durante la creazione dell'opera d'arte.
In contrapposizione all'action painting (pittura d'azione), il modo di dipingere di Barnett Newman viene definito "Color field painting" (pittura del campo di colore): le sue opere sono caratterizzate da zone di colore che, via via nel tempo, stende su grandi tele, talvolta divise da linee di colore
Barnett Newman fotografato nel 1969 all'età di 64 anni
Bernett Newman, 1951, olio su tela, 242,9X202,9 cm
15 MARZO 2023
Mark Rothko pseudonimo di Markus Yakovlevich Rothkowitz (Lettonia 1903 - New York 1970)
Mark Rothko fotografato nel 1949, all'età di 46 anni), da Consuelo Kanaga
Mark Rothko pseudonimo di Markus Yakovlevich Rothkowitz (Lettonia 1903 - New York 1970)
Nato in Lettonia, la sua famiglia si trasferisce negli Stati Uniti nel 1913.
Il suo esordio, prima degli anni Cinquanta, è figurativo.
Entra nella Storia dell'Arte a partire dagli Anni Cinquanta.
Mark Rothko, Fantasie sotterranee (Underground Fantasy), 1940, olio su tela, 87,3x118,2 cm, Washington, National Gallery of Art
Anche per Rothko si può parlare di "automatismo psichico" di derivazione surrealista.
Rothko prende le distanze dall'espressionismo astratto. Il suo lavoro si concentra sulle emozioni e così scrive:
"I miei dipinti non vanno considerati astratti. Il fatto che i miei dipinti si allontanino da una rappresentazione naturalistica della realtà, è un tentativo di conferire una maggiore intensità all'espressione del soggetto". E ancora: "L'arte astratta non mi ha mai attratto. Ho sempre dipinto in modo realistico, i miei ultimi dipinti sono realisti. Non sono un formalista".
Mark Rothko, Senza titolo, 1968, acrilico su carta montata su tela, 83,8x65,4 cm, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
Lo storico dell'arte Carlo Vanoni nel 2019 racconta in un video un aneddoto che riguarda un episodio della vita di Rothko:
In vacanza in Italia con la famiglia, arrivati a Pestum, Rothko si lascia guidare da alcuni ragazzi che sua figlia aveva lì conosciuto. I ragazzi portano l'intera famiglia a visitare il tempio di Hera a Pestum. Durante la visita, la figlia gli dice: "Ho detto a queti ragazzi che sei un artista e loro mi chiedono se sei venuto da queste parti per dipingere i templi". E Rothko alla figlia: "Riferisci loro che per tutta la vita non ho fatto altro che dipingere templi greci senza saperlo".
Infatti i suo dipinti senza figurazione riescono a trasmettere la stessa solennità e la stessa potenza del tempio greco.
Paestum, Tempio di Hera, VI sec. a.C. e Mark Rothko, Numero 9, Dark over Light Earth/Violet and yellow in Rose, (Oscurità sulla Luce Terra / Viola e giallo in Rose), 1954, olio su tela, 11,46 X 172,72X4,45 cm. Los Angeles, Museum of Contemporary Art
Il dipinto è realizzato con tre tonalità principali di colore che creano due campiture. La campitura superiore è di dimensioni ridotte mentre il rettangolo inferiore occupa più della metà del dipinto. Intorno alle due campiture Mark Rothko ha dipinto un bordo lineare che le racchiude.
Durante il viaggio il Italia, giunto a Pompei, Rothko prova un'affinità profonda con gli affreschi della "Casa dei misteri"
Pompei, La casa dei misteri, scena dipinta intorno al I sec. a.C. e Mark Rothko,
Ma il suo capolavoro, secondo lo storico dell'arte Carlo Vanoni, è la "Cappella Rothko" a Houston: è una cappella a forma di battistero, commissionata da una coppia di petrolieri texani, per la quale Rothko dipinge 14 tele che ricevono la luce dal lucernaio sovrastante. L'atmosfera è quella emotiva dell'arte sacra, tanto da far commuovere chi la visita. Così Rorhko scrive: "Sono interessato a esprimere solo emozioni umane fondamentali: la tragedia, l'estasi. E il fatto che molte persone collassano e piangono quando si trovano di fronte ai miei dipinti è una prova che comunico queste emozioni umane fondamentali. Quanti piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io quando li ho dipinti".
Rothko non vedrà mai la cappella con i suoi quadri, perché verrà inaugurata nel 1971: logorato dall'eccesso di alcol e fumo, era morto suicida nel 1970 nel suo studio di New York. Così aveva scritto:
"Tutta la singola figura non è in grado, con un movimento delle membra, di suggerire la propria angoscia per la consapevolezza della morte e l'insaziabile sete di vita che a essa si contrappone; e neppure è possibile vincere la solitudine. Molteplici solitudini si uniscono casualmente in spiaggia, in strada o nel parco, solo per formare un tableau vivant dell'umana incomunicabilità. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti, piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine: di dilatare il petto e tornare a respirare".

Le tre SINTESI consentono di comprendere le differenze e i punti di contatto tra
ASTRATTISMO, SURREALISMO ED ESPRESSIONISMO ASTRATTO
SINTESI ASTRATTISMO
Definizione: Con il termine "astrattismo", si designno tutte le forme di espressione artistica visuale dove non vi siano appigli che consentano di ricondurre l'immagine dipinta ad una qualsiasi rappresentazione della realtà.
Tecnica: forme geometriche piane e colori per lo più primari (ricerca della forma pura tramite figure geometriche e colore)
Avevamo visto alcune opere di Kandinskij, Mondrian e Klee
SINTESI SURREALISMO
Definizione: Surrealismo: automatismo psichico con il quale si esprime il funzionamento del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione.
Tecnica: La produzione delle immagini avviene in uno stato di quiete ipnotica.
Inoltre: Fa eccezione Mirò: crea opere non in uno stato di quiete ipnotica ma attraverso un "processo paranoico", ovvero in uno stato allucinatorio frenetico, compulsivo che prevede l'osservazione di un oggetto e la sua trasmutazione.
SINTESI ESPRESSIONISMO ASTRATTO
Definizione: Con la locuzione "espressionismo astratto" si designa l'arte di un gruppo di artisti che a New York hanno una visione del tutto nuova della superficie pittorica: la tela (stesa a terra o su un cavalletto) non è più considerata un supporto sul quale dipingere, ma un "luogo" in cui muoversi ed esprimersi.
Tecnica: Assenza di figurazione attraverso il gesto che deriva dall'automatismo psichico governato dall'inconscio.
Prende il nome di action painting, letteralmente "pittura d'azione", perché avviene attraverso il "gesto" (non attraverso la pennellata ragionata e attenta) e si classifica in:
- "Dripping", letteralmente "gocciolante": si lascia gocciolare il colore, dal pennello o d bastoncini, senza toccare la tela (Pollock)
- "color field painting", letteralmente "pittura del campo di colore", con zone di colore divise da linee di colore (Newman)
ATTENZIONE: Rothko non considera sé come pittore astratto.
In linea con l'espressionismo astratto americano, in Italia nasce l'arte informale
29 MARZO 2023
ART BRUT
JEAN DUBUFFET
Co.Br.A.
PEDAGOGIA E ARTE
Digressione
L’Arte è un veicolo di comunicazione.
Che cos’è l’arte per un bambino?
I bambini, prima ancora di imparare a scrivere, si esprimono attraverso il disegno perché il disegno è la prima forma di interpretazione della realtà, di una dimensione interiore, della loro dimensione interiore.
Il disegno consente di conoscere le caratteristiche della personalità del bambino e lo stadio del suo sviluppo.

Tra il 1913 e il 1927 il filosofo francese Georges-Henri Luquet (1876-1965) ha teorizzato 5 tappe di evoluzione del disegno infantile
Tappa zero: a 18 mesi di età
E' la tappa dello scarabocchio incontrollato in cui il segno della matita non è seguito dallo sguardo.
Segue, subito dopo, lo scarabocchio controllato: la matita viene mossa con movimenti guidati dallo sguardo.

Prima tappa: a 2-3 anni di età

E' la tappa del realismo fortuito o involontario (denominato realismo simbolico da Barrett e Light).
Il bambino non disegna intenzionalmente un oggetto reale ma tale interpretazione può essere successiva: è il primo segnale della capacità di considerare le immagini come simboli di rappresentazioni. In questo periodo un disegno tipico è quello della figura umana. Sono noti e ricorrenti due tipi di figure umane: L"omino testone", in cui la testa è una grande area circolare mentre le gambe e le braccia sono semplici linee, e L'"uomo girino".

Seconda tappa: a 3 anni e mezzo-4 anni di età
E' la tappa del realismo mancato. I bambini iniziano a disegnare con l'obiettivo preciso di produrre una certa immagine. Tuttavia non riescono a sostenere a lungo l'intenzione, soprattutto quando le loro abilità si rivelano insufficienti e il disegno non assomiglia nemmeno lontanamente all'oggetto reale. E' possibile che i bambini cambino la loro intenzione iniziale e decidano che la "nonna" sia in realtà un "cespuglio". Un cappello può essere posto molto più in alto rispetto alla testa. I bottoni possono essere disegnati accanto al corpo. Gli occhi possono essere disegnati esternamente al contorno della testa.


Terza tappa: 5-6 anni di età
E' la tappa del realismo intellettuale. Sia le intenzioni sia le capacità di rappresentare gli oggetti diventano molto più stabili. Ora i bambini vogliono che i loro disegni siano riconoscibili anche se le loro produzioni sono ancora simboli, e non vere e proprie copie dell'oggetto reale. Se si chiede di disegnare la casa in cui vivono, non riproducono la casa in cui abitano realmente, ma una casa stereotipata, ossia un'immagine che rappresenta le caratteristiche di base delle case in generale: è la loro idea di casa, più che una casa specifica. Non c'è prospettiva. In questa terza tappa, il bambino che disegna accompagna con le parole la figura che sta tracciando e le parole che pronuncia lo aiutano nel proseguimento del lavoro
Quarta tappa: 7-8 anni di età.

E'la tappa del realismo visivo. I bambini cercano di raffigurare l'oggetto come appare; le case hanno caratteristiche distintive; le persone non sono più ritratte in forma stereotipata. Viene introdotto un numero crescente di dettagli. C'è il tentativo di risolvere i problemi tecnici della prospettiva (dimensioni e distanze).
ART BRUT
Nel 1945 l'artista francese Jean Dubuffet (Le Havre, 31 luglio 1901 – Parigi, 12 maggio 1985) conia la locuzione "Art Brut" (letteralmente arte cruda, spontanea) per indicare tutte quelle opere dalle forme semplici, come quelle dei bambini, realizzate da persone prive di una specifica formazione artistica.
Sono opere di libera espressività, svincolate dalle regole, svincolate dal mercato e svincolate dai linguaggi riconosciuti dalla critica, create non da artisti professionisti ma da "alienati", dilettanti autodidatti, per la maggior parte malati di mente, pazienti psichiatrici ricoverati nei manicomi, o eremiti, o falegnami e artigiani.
L'idea di coniare la locuzione "Art brut" gli deriva dalla lettura di un libro dal titolo "L'arte dei malati psichiatrici" scritto nel 1922 da Hans Prinzhorn (Germania 1886 - 1933), ma anche durante un viaggio in Svizzera, nel luglio del 1945, dove visita il museo etnografico di Ginevra, da cui trarrà anche ispirazione per i caratteri primitivi delle immagini dei suoi dipinti, e dove incontra diversi medici e pazienti di ospedali psichiatrici.
PSICHIATRIA E ARTE
Hans Prinzhorn (Germania 1886 - 1933) si era laureato in storia dell'arte e filosofia nel 1908 e in medicina nel 1919 e, in quello stesso anno 1919, aveva iniziato a lavorare all'Ospedale universitario psichiatrico di Heidelberg con il compito di continuare il lavoro dello psichiatra Hemil Kraepelin che aveva iniziato a raccogliere i dipinti dei ricoverati.
Nel 1922, quando pubblica il libro, lo arricchisce con il materiale pittorico dei pazienti diagnosticati come pazzi.
Il libro affronta i limiti e le caratteristiche delle forme espressive e progettuali dei malati di mente: è uno dei primi tentativi di analizzare le loro creazioni. Tuttavia, Prinzhorn si astiene da una valutazione estetica del lavoro dei pazienti, evita il termine "arte" ma parla e tratta con con rispetto le opere che pubblica.
Nel 1947 Jean Dubuffet organizza la prima mostra di Art brut, durante la quale alcune opere vengono sfregiate.
Nel corso della sua vita, Dubuffet raccoglie un numero considerevole di opere di Art brut e nel 1972, dopo il rifiuto da parte del Museo del Louvre, le dona alla città di Losanna: sono 5.300 dipinti, sculture e installazioni che vengono esposte nel Castello di Baulieu. Negli anni, la collezione aumenta al punto da contare, oggi, circa 70.000 opere.
Tra le opere esposte nel Museo di Losanna, ce ne sono alcune di italiani.
La mostra del 1947 organizzata da Dubuffet può essere paragonata, nell'intento, alla Biennale di Venezia del 2013 curata da Massimiliano Gioni: MOLTE OPERE ESPOSTE ALLA BIENNALE DI VENEZIA DEL 2013 PROVENGONO DALLA COLLEZIONE DI DUBUFFET, DONATA ALLA CITTA' DI LOSANNA NEL 1972.
Scopo dell'operazione di Dubuffet, che successivamente sarà condivisa da molti altri artisti, era anche la destigmatizzazione della malattia mentale.
In quel periodo, alcuni direttori dei manicomi istituiscono, al loro interno, atelier nei quali i pazienti vengono incoraggiati a dipingere liberamente.
Il 13 maggio del 1978 verrà emanata la Legge 180, il cui ispiratore sarà lo psichiatra Franco Basaglia, che decreterà la chiusura dei manicomi e istituirà i "servizi di igiene mentale" pubblici.
"David Bowie (che amava molto Losanna dove aveva una casa e dove si era anche sposato nel municipio), diceva che da questo piccolo museo di Art Brut aveva tratto ispirazione per molta della sua musica e che periodicamente vi trascinava anche Brian Eno con il quale rimaneva per ore a contemplare le opere" (da "giornalesentire.it", di Corona Perer).
PER VEDERE LE OPERE ESPOSTE AL MUSEO DI LOSANNA, CONSULTARE IL SITO Collection de l'Art brut, poi digitare su "La Collezione" (nella barra in alto), quindi cliccare su "Autori")

Art Brut, Museo di Losanna
Carlo Zinelli, senza titolo, opera su carta, 35 x 50 cm, © credito fotografico Collection de l'Art Brut, Lausanne
Carlo Zinelli, nasce in provincia di Verona (1916-1974). Perde la madre all'età di due anni.

Sette anni dopo, suo padre, falegname esperto, lo manda a lavorare in una fattoria. Successivamente diventa apprendista macellaio presso i mattatoi comunali di Verona. Durante la Seconda guerra mondiale viene chiamato alle armi e, da quel momento, compaiono i primi segni di disturbi psichici; a trentun anni viene ricoverato all'ospedale San Giacomo di Verona. Dieci anni dopo, inizia a incidere graffiti sui muri. Di fronte al suo bisogno di esprimersi, la direzione dell'ospedale lo invita a frequentare il laboratorio di pittura e scultura creato nel 1957. Zinelli produrrà quasi duemila opere. Il suo linguaggio grafico è caratterizzato da un accumulo di modelli e da cambiamenti di punti di vista e scale. Dipinge a guazzo (tempera diluibile ad acqua: al colore vengono aggiunti un pigmento bianco -biacca oppure gesso- e gomma arabica. Il risultato è un colore più coprente rispetto al normale colore a tempera). Dipinge, sul fronte e sul retro di fogli di carta, personaggi e animali di profilo abbinandoli a iscrizioni.
Tra le opere esposte nel Museo di Losanna, 99 sono di Carlo Zinelli, acquistate dallo stesso Dubuffet sin dal 1963, grazie alla intermediazione di Vittorino Andreoli, psichiatra di Zinelli e primo sostenitore del suo talento.
Juliette Luisa Bataille

Juliette Élisa Bataille (1896 –?) Nasce a Pas-de-Calais, in Francia; è la terza di una famiglia di dieci figli. Si sposa nel 1917 e si trasferisce a Parigi. Mentre il marito viene chiamato in guerra, lavora come fiorista, commessa e tranviere.
Di ritorno dalla guerra, il marito diventa violento e la maltratta. Intorno ai quarant'anni, Juliette Elisa Bataille comincia a soffrire di disturbi mentali che la portano al ricovero all'ospedale Ville-Evrard di Parigi. Lì crea ricami realizzati con grossi fili di lana e cotone su pezzi di cartone.
In questi "dipinti" ricamati illustra molto spesso architetture. Attraverso "lanci" di fili, l'autrice definisce i contorni.
Intorno al 1948 si impegna anche nella realizzazione di disegni a pastello su carta o su cartone che testimoniano lo stesso processo creativo: le figure sono disegnate con tratti decisi.
Kashinath Chawan, "Alephant & Arawat & Hanthi", 2012, penna a sfera su cartoncino, 26,6 x 31 cm, Foto: Atelier de numérique - Ville de Lausanne, Collection de l'Art Brut, Losanna
Kashinath Chawan (circa 1950), nasce in India.
La sua famiglia appartiene alla casta dei calzolai; fa il calzolaio dall'età di quindici anni. Nelle ore calme del pomeriggio, quando i clienti sono rari, approfitta per dedicarsi al disegno: rappresenta principalmente divinità indù, ma anche personaggi delle due famose epopee indiane, il Mahabharata e il Ramayana, come così come a volte personaggi politici o qualche star del cinema di Bollywood.
Disegna con una penna a sfera, utilizzando i pezzi di cartone strappati dalle scatole delle scarpe, oppure fogli che trova a terra.
Non fa schizzi preparatori. Le prime linee sono leggere, poi prosegue ripetendo piccoli tratti che via via accosta e sovrappone creando, in tal modo, il chiaro-scuro con effetti
Utilizzando una semplice penna a sfera, inventa una tecnica che permette sottili chiaroscuri ed effetti di profondità.
Vahan Poladian, Abito decorato, Collezione de l'Art Brut della città di Losanna, Foto: Arnaud Conne

Vahan Poladian (1902 o 1905 - 1982), nasce a Cesarea, in Armenia. Di fronte al genocidio del suo popolo e alla morte del padre e del fratello maggiore, lascia il suo paese durante l'invasione dell'Armenia da parte della Turchia e della Russia, e si stabisce prima a Cuba e poi a Parigi da una zia esiliata. Si sposa, diviene padre di un bambino, ma la Seconda guerra mondiale determina per lui un nuovo sconvolgimento. Mobilitato e arruolato nelle truppe francesi, viene fatto prigioniero dai tedeschi. Rilasciato alla fine del conflitto, si ritrova solo e sradicato e va a vivere in una istituzione armena dove conduce una vita ritirata e solitaria. Rigattiere per passione, colleziona ogni sorta di oggetti con i quali realizza scintillanti costumi, oltre che accessori. Li indossa durante le sue sfilate quotidiane per le vie della città, celebrando lo splendore del suo paese natale.

Antonio Roseno de Lima, Art Brut, Museo di Losanna "Ubriaco", pittura sintetica su cartoncino fissato su telaio di legno rinforzato con gesso, 58 x 46 cm, Foto: Arnaud Conne, Atelier de numerisation -Ville de Lausanne, Collection de l'Art Brut, Lausanne
Antonio Roseno de Lima (1926 - 1998) nasce in una piccola città nel Nord-est del Brasile.
Proveniente da una famiglia molto modesta, inizia a lavorare giovanissimo realizzando oggetti in legno e gabbie per uccelli con i suoi cinque fratelli. Si sposa e diveene padre di cinque figli. All'età di trent'anni lascia la moglie incinta e la famiglia per cercare lavoro a San Paolo. Lì incontra Soledad, che sarà la sua compagna per quarant'anni. Scopre la fotografia e la pittura nel 1961 grazie a un corso di due mesi. Per alcuni anni si guadagna da vivere fotografando matrimoni e compleanni. Indigente, va a vivere in una piccola capanna malsana e senza luce, nella favela Três Marias, a Campinas, fino alla morte. Sebbene con diagnosi di schizofrenia e diabete, dipinge tutti i giorni. Dipinge animali e ritratti usando diversi tipi di tecniche che a volte dettaglia sul retro: matita, penna a sfera, diluente, ecc., oppure interviene direttamente sulle fotografie con vernice e inchiostro o un evidenziatore. Nelle sue composizioni aggiunge iscrizioni che fa scrivere da un vicino, essendo analfabeta, che poi copia lettera per lettera.
SINTESI
Definizione: Nel 1945 l'artista francese Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985) conia la locuzione "Art Brut" (letteralmente arte cruda, spontanea) per indicare tutte quelle opere, dalle forme semplici, realizzate da persone prive di una specifica formazione artistica: dilettanti autodidatti, per la maggior parte malati di mente, pazienti psichiatrici ricoverati nei manicomi, o eremiti.
Tecnica: Sono opere caratterizzate dalla libera espressività, svincolate dalle regole, svincolate dal mercato e svincolate dai linguaggi riconosciuti dalla critica.
JEAN DUBUFFET
Video realizzato in occasione della Mostra "Jean Dubuffet, l'arte in gioco"
a Palazzo Magnani a Reggio Emilia dal 17/11/2018 al 3/3/2019
(Durata del video: 00:45)
Video realizzato in ocazione della Mostra "Jean Dubuffet, Théâtres de mémoire "
a Londra a ottobre 2017
(Durata del video: 03:11)
Jean Dubuffet, 1967
Dubuffet (1901-Parigi 1985) nasce a Le Havre nel 1901.
Frequenta per due anni l'Accademia d'Arte a Le Havre e nel 1918 si reca a Parigi dove frequenta, per sei mesi, l'Académie Julian.
Nel 1923 fa un viaggio in Italia e nel 1924 si reca in Sudamerica dove, per un lungo periodo, si occupa della gestione dell'Azienda vinicola familiare di Buenos Aires.
La scelta di diventare pittore, avvertita dai tempi dell'Académie Julian, diventa definitiva nel 1942. Nel 1944 tiene la sua prima mostra personale alla Galerie René Drouin di Parigi.
Nel 1945 si reca a Ginevra dove visita il museo etnografico rimanendo affascinato dalla produzione dei popoli primitivi e dall'arte africana.
Confrontando un grande numero di disegni e dipinti da lui eseguiti tra gli anni Quaranta e Cinquanta, con i disegni infantili, se ne riscontrano influenze iconografiche e formali.
Tuttavia, il disegno infantile non costituisce per lui un modello estetico ma un elemento filosofico, di ispirazione per la sua semplicità.
La materia è la vera protagonista delle sue opere: utilizza materiali come cemento, intonaco, catrame, ghiaia, cenere e sabbia legati con vernici e colle. Poi, sui diversi materiali, incide i contorni e graffia le figure.
Si dedica anche alla scultura, utilizzando materiali insoliti come carta e polistirolo, ma anche resina.
In vita, in Italia ha esposto nel 1964 a Palazzo Grassi a Venezia e nel 1984 alla Biennale (Padiglione francese).

Jean Dubuffet, Jazz Band, 1944, olio su tela, 97x130 Collezione privata
Un’orchestra jazz, di sei musicisti, è schierata in primo piano, l’unico oggetto in secondo piano è il pianoforte suonato dal primo musicista a sinistra allineato di profilo, in modo diverso rispetto al resto del gruppo.
L’effetto graffito è creato con incisioni generate sulla superficie dopo che questa è stata trattata con l'impiego di vari materiali impastati insieme al colore, come sabbia, polvere e sassolini. Le incisioni lasciano intravedere i colori sottostanti.
Per questo il suo segno viene definito "segno della materia".
Jean Dubuffet, Henri Michaux, 1946, olio su tela Jean Dubuffet, D'Hotel nuance d'abricot,1947
Jean Dubuffet, Large black landscape 1946 Jean Dubuffet, Miss Choléra, gennaio 1946, olio, sabbia, ciottoli e paglia su tela, 54,6 x 46 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao
Jean Dubuffet, The cow with the subtile nose, 1954 Jean Dubuffet, L'etravagante, 1954
Jean Dubuffet, Filatura rotonda (spinning round), 1961 Jean Dubuffet, Affluenza, 1961, olio su tela
Jean Dubuffet, Vicissitudes, 1977
CO.BR.A.
Il Co.Br.A è il primo movimento di avanguardia europea che nasce dopo la Seconda Guerra Mondiale.
La sua data di nascita è l'8 novembre del 1948 giorno in cui, a Parigi, un gruppo di artisti provenienti dalle più disparate esperienze artistiche, riunitosi al Caffè dell'Hotel Notre-Dame, firma il Manifesto stilato dallo scrittore e pittore belga Christian Dotrement, che diverrà famoso per le sue "poesie dipinte".
Il nome del Movimento, Co.Br.A, coniato da Dotrement per il movimento e per una nuova rivista, deriva dalle iniziali delle tre città dalle quali gli artisti provengono: COpenhagen, BRuxelles e Amsterdam.
Gli artisti sono:
Il danese Asger Jorn (1914-1973);
I belgi Corneille (1922-2010) e Pierre Alechinsky (1927);
Gli olandesi Karel Appel (1921-2006) e Constant (1920-2005).
Il movimento è in aperta rottura sia con la tradizione classica che con tutte le avanguardie nate prima della guerra: prende le distanze dall'Astrattismo, dal Dadaismo e dal Surrealismo.
Da un punto di vista formale, il movimento propone un'arte sperimentale, spontanea, con pennellate decise e impulsive, forme semplici, immagini di animali o figure umane fantasticate, con rimandi all'arte primitiva e infantile, perché l'arte deve essere fatta da tutti e per tutti: il movimento mira a liberare la creatività in tutte le persone, rimuovendo l'aspetto elitario.
Legato alle idee marxiste, il movimento riufiuta l'idea del singolo "genio artistico" a favore di una creatività antiindividualistica, creando opere a più mani.
Sul manifesto di legge: "Un’immagine dovrebbe comparire sulla
tela con la stessa naturalezza e con la stessa velocità di un improvviso
cambiamento di tempo [...]. E dovrebbe essere impersonale quanto un
temporale".
Il gruppo, nel corso della sua esistenza, organizza due
importanti mostre: la prima presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam, nel
novembre del 1949, dal titolo "Arte Sperimentale Internazionale", che viene duramente criticata dalla stampa del tempo per l’ingenuità e semplicità delle
opere esposte. Una seconda mostra si tiene al Museo di Belle Arti di Liège, in
Belgio, nel 1951.
Poco dopo, anche a causa di alcuni dissapori tra i membri,
il gruppo si scioglie: Pierre Alechinsky scrive, sulla quarta di copertina del catalogo della loro mostra "Morì in bellezza".
E' paragonabile, in parte influenzandolo, all'Espressionismo astratto americano.
Asger Jorn (1914-1973)
Nel 1954 il danese Jorn giunge ad Albissola Marina su invito di Enrico Baj. Nel 1957 acquista due antichi edifici e il terreno circostante, e con l’indispensabile aiuto del suo amico e assistente Umberto Gambetta (Berto) ristruttura e modifica l’ambiente secondo i principi della libera e spontanea immaginazione. Vi rimarrà fino alla morte.
Oggi la sua casa colonica ospita un museo a lui dedicato.
Asger Jorn, senza titolo, 1944, olio su tela applicata su faesite
Asger Jorn, Brokigt brak-Patchy quarrel (litigio), 1964, olio su tela. Foto © Dorotheum
Corneille, Jeune femme au regard d'Oiseau, 1968, acrilico su tela. Foto © Sotheby's
Pierre Alechinsky, Trois petit tours, 1962, olio su tela, © Alechinsky Pierre, by SIAE 2021
Karel Appel, Tigerbird, 1952, olio su tela. Foto © Sotheby's
Christian Dotremont, Il n'y a que le temps qui ne temporise jamais, 1973, inchiostro su carta. Foto © Christie's
SINTESI
Definizione: L'8 novembre del 1948, a Parigi, un gruppo di artisti provenienti dalle più disparate esperienze artistiche, riuntitosi al Caffè dell'Hotel Notre-Dame, firma il Manifesto stilato dallo scrittore e pittore belga Christian Dotrement, che diverrà famoso per le sue "poesie dipinte".
Il nome del Movimento, Co.Br.A, coniato da Dotrement per il movimento e per una nuova rivista, deriva dalle iniziali delle tre città dalle quali gli artisti provengono: COpenhagen, BRuxelles e Amsterdam.
Il movimento è in aperta rottura sia con la tradizione classica che con tutte le avanguardie nate prima della guerra: prende le distanze dall'Astrattismo, dal Dadaismo e dal Surrealismo.
Tecnica: Sono opere caratterizzate da pennellate decise e impulsive, forme semplici, immagini di animali o figure umane fantasticate, con rimandi all'arte primitiva e infantile.
INFORMALE
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si fa strada un nuovo modo di intendere l'arte, che viene definito "informale", e nel quale diventano fondamentali due soli elementi: materia e gesto, in particolare il segno. Vi aderiscono artisti provenienti da diverse esperienze e si sviluppa in Europa (in Francia è noto come "tachisme"), in America e in Giappone (con il Gutai).
Il termine "informale" - "informal" - sul piano linguistico si traduce come "rifiuto della forma, sia figurativa che non figurativa"; viene coniato dal critico francese Michael Tapié (1909-1987) nel corso di una mostra dal titolo "Un art autre", da lui curata a Parigi nel 1951 presso la galleria Nina Dausset dove, nel corso degli anni, presenterà molte mostre di artisti internazionali tra i quali Jean Dubuffet, Yves Klein, Antoni Tàpies, Pierre Soulages, Asger Jorn, Emilio Scanavino, Alberto Burri, Emilio Vedova, Afro, Giulio Turcato, Arnaldo e Giò Pomodoro.
Tecnicamente la ricerca informale consiste nell'esplorare le possibilità espressive della materia, che viene trasformata in oggetto d'arte, attraverso segni che possono essere incisioni con punte o disegni di vario genere. Anche il colore viene usato come materia, ovvero come pasta.
Ogni materia ha una sua storia che ciascun artista utilizza in modo personale.
In questa sede faremo qualche esempio:
Jean Dubuffet
Antoni Tàpies
Kazuo Shiraga
Alberto Burri
Jean Dubuffet
Jean Dubuffet (1901-1985) Tratta la superficie con impasti di sabbia, sassolini, colore e colla e poi la incide facendo segni che lasciano intravedere i colori sottostanti. Si vedano le immagini sopra.
Antoni Tàpies
Nasce a Barcellona (1923-2012). Da piccolo, una lunga malattia polmonare gli dà il tempo di immergersi nella lettura di numerose opere. Giovanissimo, lasciati gli studi di giurisprudenza - il padre era avvocato - si dedica alla pittura. Dopo un soggiorno a Parigi e a New York, nel 1948 a Barcellona è tra i fondatori della rivista e del gruppo "Daul al set" (in catalano: la settima faccia del dado). 
E' segnato profondamente dalla seconda guerra mondiale, dall’esplosione della bomba atomica, dalla dittatura franchista e della corrente esistenzialista di Sartre, Beckett e Ionesco.
La sua opera è colossale: realizza illustrazioni per raccolte di poesie, serigrafie e locandine pubblicitarie ma, soprattutto, opere in cui è la materia a dominare:
Copre le superfici pittoriche utilizzando stratificazioni di paste colorate, colle, polvere di marmo su cui incide il segno-disegno e nelle quali, attorno al 1960, inserisce oggetti come corde, stoffe, cartone e cemento su cui lascia impronte del corpo, talvolta delle stesse mani, simili a impronte fossili.
Per Tàpies la materia è traccia di un'esistenza di cui il quadro non è una semplice rappresentazione ma angoscia.
Così scrive: "Quando crediamo di poter lavorare su una determinata idea, ci accorgiamo che anche l'opera comanda, perché ha le sue leggi, interne ed esterne, di sviluppo. Si ribella e ci impone le sue condizioni come i personaggi di Pirandello, e come ovunque vi sia vita".
Per lui "Il senso di un'opera non si trova nell'opera stessa. Ogni opera infatti si pone in relazione con molte altre dello stesso autore o di altri artisti. Spiegare un'opera, quindi, è un po' come illustrare la storia dell'arte contemporanea".
PSICANALISI E ARTE
Secondo Massimo Recalcati dovremmo liberarci dalla concezione del rapporto tra inconscio e opera così come è stato letto fino ad ora dalla psicanalisi, ossia a partire dall'inconscio dell'artista come se nell'opera d'arte si manifestassero i fantasmi più segreti dell'artista.
Invece, la prospettiva di Recalcati capovolge questa opzione classica della psicanalisi, e cerca di mostrare che non è l'inconscio dell'artista che spiega l'opera, ma che c'è un inconscio all'opera nell'opera dell'artista. E che cos'è l'inconscio all'opera, nell'opera dell'artista? E' quando l'opera d'arte si rivela come evento, per esempio, intraducibile, eccedente a qualunque interpretazione. Questa eccedenza dell'opera è la manifestazione dell'inconscio dell'opera e non semplicemente dei fantasmi dell'artista.
Video su e con Antoni Tàpies, del 1990, prodotto dalla BBC Cliccare qui Link Vedere da 08:42 a 17:38 focalizzando l'attenzione da 14:08 a 14:20
e vedere da 51:20 a 53:30
e vedere da 55:30 a 55:45
Kazuo Shiraga
Kazuo Shiraga nasce in Giappone (1924-2008)
Abbandonato radicalmente l'uso del pennello, nel 1954 inizia a dipingere con i piedi, sospeso a una corda e usando il corpo come strumento, spalmando la vernice sulla tela ed eliminando dal suo lavoro sia la composizione che la coscienza.
Successivamente, l'artista entra nel sacerdozio buddista al tempio Enryakuji sul monte Hieizan e riceve il nome buddista Sodo Shiraga.
Nel 1993 Shiraga partecipa alla Biennale di Venezia.
Il suo lavoro continua ad affascinare i collezionisti d'arte di tutto il mondo.
Foto: Kazuo Shiraga nel suo studio nel 1960. Credito: Centro Culturale Amagasaki
Kazuo Shiraga, ''Chihekisei Dakosho'', 1961, e particolare del dipinto, Mnuchin Gallery di New York, Credito...Mnuchin Gallery/Fotografia di Tom Powel Imaging, Inc./The Estate of Kazuo Shiraga
Video Kazuo Shiraga Cliccare qui Link Durata del video :02:33 Vedere da 01:36 a 01:57
Alberto Burri
Alberto Burri (1915-1995) nasce in provincia di Perugia. Liceo classico e laurea in medicina nel 1940, fa il medico. Arruolato nell'esercito, viene assegnato alla decima legione in Africa settentrionale. Nel 1943 viene recluso in Texas. Nella primavera del 1944 rifiuta di firmare una dichiarazione di collaborazione propostagli e viene catalogato tra i fascisti "irriducibili". Nel 1946 torna in Italia, prima a Napoli e poi a Roma dove va ad abitare in Via Mario de' Fiori.
A influire sulla sua esperienza di artista sono le bende strappate con forza e insanguinate dalle ferite, che sutura durante la guerra.
Le prime opere sono realizzate con vecchi sacchi. Successivamente usa legni e plastiche bruciate.
Nel 1973 inizia la serie dei "cretti".
Video Alberto Burri Cliccare qui Link Durata del video: 01:56
Il cretto di Gibellina è un'opera di Alberto Burri realizzata tra il 1984 e il 1989 e successivamente completata nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Burri, nel luogo in cui sorgeva la città di Gibellina (in provincia di Trapani), completamente distrutta dal terremoto del Belice del 14 gennaio 1968.
Il paese viene ricostruito interamente ma il sindaco di allora, Ludovico Corrao, vede nell'arte un riscatto sociale: tra i numerosi artisti che arrivano a titolo gratuito spicca il nome di Burri.
"Andammo a Gibellina [...] il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. [...] "Andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese" dissi. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, in perenne ricordo di quest'avvenimento".
Burri progetta un gigantesco monumento che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città. I blocchi sono realizzati accumulando e ingabbiando le macerie degli stessi edifici.
Dall'alto l'opera appare come una serie di fratture sul terreno, il cui valore artistico risiede nel congelamento della memoria storica di un paese. Ogni fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta.
Burri non era nuovo a questo soggetto, riprodotto in molti quadri di medie dimensioni, i Cretti.
L'opera è oggetto di un cortometraggio della regista olandese Petra Noordkamp, commissionato dal Museo Solomon R. Guggenheim per essere proiettato alla retrospettiva di Alberto Burri tenutasi presso l'istituzione museale dal 9 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016.
Alberto Burri, il Cretto di Gibellina
PSICANALISI E ARTE
Secondo Recalcati il Cretto di Gibellina è l'elaborazione del lutto. E in quest'opera si riflette tutta la produzione di Burri. Recalcati si chiede quale possa essere la cifra che troviamo nel cretto, e che ritroviamo in tutte le opere di Burri, cioè nei sacchi, nei ferri, nelle combustioni, nelle plastiche ec. La cifra è nella parola "ferita".
Noi siamo abituati a considerare nell'arte classica, ma anche moderna, l'esperienza della bellezza come un'esperienza che scongiura la ferita. Dove c'è bellezza c'è equilibrio, proporzione, armonia, e non c'è ferita. In Burri, invece, c'è la sovversione di questo schema.
Burri dice "ciò che a me interessa è la bellezza". Ma questo vuol dire che la bellezza, secondo Burri, non esclude la ferita ma la ospita, anzi, la eleva nella dimensione più alta.
SINTESI
Definizione: Il termine "informale" - "informal" - sul piano linguistico si traduce come "rifiuto della forma, sia figurativa che non figurativa"; viene coniato dal critico francese Michael Tapié (1909-1987) nel corso di una mostra dal titolo "Un art autre", da lui curata a Parigi nel 1951. Nell'arte informale diventano fondamentali due soli elementi: la materia e il gesto.
Tecnica: Tecnicamente la ricerca informale consiste nell'esplorare tutte le possibilità espressive della materia che viene trasformata attraverso gesti e segni, che possono essere incisioni con punte o disegni di vario genere. Anche il colore viene usato come materia, ovvero come pasta.
Ogni materia ha una sua storia che ciascun artista utilizza in modo personale.
HAPPENING
AZIONISMO VIENNESE
FLUXUS
Fattore comune: l'azione, ma vista in tre modi differenti
Le azioni sono semplici ed elementari, della vita quotidiana
Le azioni sono irriverenti ai limiti della legalità
Le azioni devono far divertire
HAPPENING
"Happening" significa "qualcosa che accade".
Come termine, per indicare una forma artistica, viene usato per la prima volta nel 1959 da Allan Kaprow (Atlantic City 1927 - 2006), artista americano di origini russe, che a New York, nel 1959, presenta un'opera che titola "18 Happenings in 6 parts": è un insieme, di azioni, diviso in sei parti in ciascuna delle quali accadono tre eventi.
Dopo un esordio nel campo dell'arte come pittore figurativo, nel 1956, data di morte di Pollock, Kaprow comincia a riflettere sulla forma espressiva di Pollock, ovvero su tutto quanto Pollock faceva durante la creazione di un'opera d'arte con la tecnica del dripping: danzava attorno alla tela, ci camminava sopra e si estraniava al punto da non accorgersi nemmeno della presenza del fotografo che immortalava i suoi gesti.
Kaprow ha un'idea: sintetizzare l’attività di Jackson Pollock e creare un’arte nuova, in grado di contemplare vista, suoni, movimento, persone, odori, ogni sorta di materiali e di oggetti.
Kaprow quindi mette in discussione il gesto che ha come fine la produzione di un oggetto concreto: il quadro, e si propone di uscire dai limiti dell'opera, quadro o scultura che sia; gli artisti fanno accadere qualcosa: sono azioni semplici, elementari, a volte declamazioni di frasi, o rumori. Nell'happening possono avvenire fattori esterni e variabili dettati dalla pura casualità che ne determinano un imprevisto e inedito sviluppo.
A differenza della rappresentazione teatrale, l'happening è giocato sull'improvvisazione, benché segua una partitura concepita in anticipo, scritta.
Il pubblico non è più pubblico ma partecipa.
Kaprow dà anche delle 11 regole su come realizzare un happening, qui sintetizzate:
1) "Dimentica tutte le forme d'arte standard. Non dipingere quadri, non fare poesie, non costruire architetture, non organizzare danze, non scrivere opere teatrali, non comporre musica, non fare film e, soprattutto, non pensare che otterrai un successo mettendo tutto questo insieme ... Il punto è creare qualcosa di nuovo ... ".
2) "Il confine tra arte e vita dovrebbe essere mantenuto il più indistinto possibile ...".
3) "Le situazioni per un avvenimento dovrebbero provenire da ciò che vedi nel mondo reale, e non dalla testa. Se ti attieni troppo all'immaginazione, ti ritroverai di nuovo con la vecchia arte ... ".
4) "Rompi i tuoi spazi. ... prima in più punti lungo un viale molto trafficato, poi in più stanze e piani di un condominio, ... poi in più strade, poi in città diverse ma vicine, infine in tutto il mondo... Non devi essere ovunque contemporaneamente. Non devi nemmeno essere ovunque".
5) "Spezza il tuo tempo e lascia che sia tempo reale. Il tempo reale si trova quando le cose accadono in luoghi reali ... Qualunque cosa accada dovrebbe accadere nel suo tempo naturale.... Si tratta soprattutto di tempo 'reale' o 'vissuto', in quanto distinto dal tempo concettuale".
6) "Disponi tutti i tuoi eventi ... in modo pratico. Non in modo artistico... ... Prendi le cose come vengono e disponile nel modo meno artificiale e più facile da fare."
Lascia che "la forma emerga da ciò che i materiali possono fare.... ".
7) "Dato che ora sei nel mondo e non nell'arte, gioca secondo regole reali. Decidi quando e dove un evento è appropriato ... Se vuoi che tutti i tuoi partecipanti siano completamente nudi, che nuotino, facciano l'amore o altro, ci sono momenti e molti posti in cui non susciterebbe polvere. D'altra parte, se ti piace essere arrestato dalla polizia, potresti pensare di lavorare in prigione per l'accaduto".
8) "Lavora con il potere intorno a te, non contro di esso. Rende le cose molto più semplici ... . Quando hai bisogno dell'approvazione ufficiale, esci per ottenerla. Puoi usare l'aiuto della polizia, del sindaco, del preside del college, della camera di commercio, del dirigente dell'azienda, dei ricchi e di tutti i tuoi vicini... non è facile, ovviamente, ma sono convincenti, e una volta sul tuo lato, puoi quasi andare sulla luna".
9) "Quando hai il via libera, non provare l'accaduto. Questo lo renderà innaturale ... . Non c'è niente da migliorare in un evento, non è necessario essere un artista professionista. È meglio quando è ingenuo, nel bene e nel male. Se non funziona, fai un altro evento".
Kaprow sviluppò "un metodo per eseguire uno spettacolo senza prove – per utilizzare le persone disponibili sul posto ... Più sono "non artistici", più sono naturali e facili da fare ...
10) "Esegui l'happening una sola volta. Ripeterlo lo rende stantio, ti ricorda il teatro e fa la stessa cosa delle prove: ti costringe a pensare che ci sia qualcosa da migliorare" (in realtà Kaprow ripeterà lo stesso happening più di una volta, in anni diversi, ad esempio l'happening "Fluids".
11) "Abbandona l'idea di mettere su uno spettacolo per il pubblico. Un happening non è uno spettacolo... Un happening è per chi capita ... ".
"Ne consegue che il pubblico dovrebbe essere eliminato del tutto ... Penso che sia un segno di rispetto reciproco che tutte le persone coinvolte in un happening siano partecipanti volenterosi e impegnati che hanno un'idea chiara di cosa devono fare".
Ad Allan Kaprow si uniscono molti artisti. Ne citiamo alcuni:
Jim Dine (Stati Uniti 1935)
Claes Oldenburg che fa parte anche della Pop art
Robert Rauschenberg che fa parte anche della Pop art
Cage che fa parte anche del Fluxus
Esempi di happenings di Allan Kaprow
Alcuni lavori emblematici di Allan Kaprow sono:
- L'happening "Fluids" del 1960, ripetuto nel 1967, (forse simbolo del lavoro improduttivo?): è una costruzione di mattoni di ghiaccio. Così recitava il poster da lui affisso per la città di Los Angeles nell’ottobre 1967, accompagnato dal disegno di una costruzione senza tetto, senza porte e senza finestre"Per tre giorni, verranno costruiti ovunque in città una ventina di recinti rettangolari di blocchi di ghiaccio (lunghi circa nove metri, larghi tre e alti due metri e mezzo). Le loro pareti rimarranno intatte. Si scioglieranno da sé". . "Gli interessati sono pregati di mettersi in contatto con Allan Kaprow .. " Di volontari tuttavia non se ne presentano molti e Kaprow dovrà accontentarsi di una quindicina di "recinti rettangolari", nei pressi di diversi spazi urbani: in un fast-food, in un negozio di prodotti di bellezza per il corpo, in un parco pubblico, nella reception di un’area residenziale, in un sotto-ponte all’incrocio tra due strade. Chi trasporta le lastre di ghiaccio, chi le impila. Tutti sono muniti di guanti e di seghetto.
Video: Ricostruzione dell'happening "Fluids" di Allan Kaprow.
Durata del video 01:42
Altri happenings di Kaprow:
- L'opera ambientale "Words" del 1960;
- "Basic Thermal Units" del 1973 in cui si invita il pubblico a immergersi per tre ore in una vasca da bagno abbassando la temperatura dell’acqua e aggiungendo cubetti di ghiaccio, mettendo alla prova le reazioni corporee ed emotive;
- "Warm-Ups" del 1975: un cubetto di ghiaccio è schiacciato tra le mani o la fronte di due persone, nell’attesa che si sciolga;
- "Durations" del 1976 è una scultura effimera seguendo le seguenti istruzioni: "costruire colonne di blocchi di ghiaccio su appezzamenti in cui è stata rimossa l’erba […]
collocare zolle di erba sopra le colonne. Notare: il ghiaccio che si scioglie / il tempo che passa / l’erba che si deposita”;
- "Sweet Wall" del 1976: Kaprow costruisce un piccolo muro nei pressi del muro di Berlino che non divide e non cinge nulla, al punto che i mattoni sono tenuti insieme non dalla malta ma da pane e marmellata.
E la marmellata era già stata spalmata sul cofano di una macchina nel 1964: "Household" simbolo del consumismo americano.
Allan Kaprow, Household, happening, 1964
Esempio di happening di Jim Dine
Video: Happening di Jim Dine del 1959
Cliccare qui Link Durata del video: 05:00
SINTESI
Definizione: "Happening" significa "qualcosa che accade".
Come termine, per indicare una forma artistica, viene usato per la prima volta nel 1959 da Allan Kaprow (Atlantic City 1927 - 2006), artista americano di origini russe, che a New York, nel 1959, presenta la sua opera "18 Happenings in 6 parts".
Tecnica: L'artista fa accadere qualcosa: sono movimenti elementari, suoni e rumori. A differenza della commedia teatrale, non c'è un testo rigoroso da imparare a memoria ma ci sono solo indicazioni. Anche il pubblico può intervenire e diventa parte attiva.
AZIONISMO VIENNESE
Si sviluppa in Austria nella prima metà degli anni Sessanta. Non esiste un "manifesto" specifico dell'azionismo viennese ma esistono molti testi, dichiarazioni individuali dei suoi componenti, foto e filmati attraverso cui si deducono il fine e le tecniche:
Sono azioni dalle tematiche spesso sessuali, sado-maso e autolesionistiche, con atteggiamenti a volte profanatori di simboli religiosi, ma anche atti che mettono a repentaglio la vita degli stessi "azionisti".
Il medium pittorico tradizionale rappresentato dalla tela, dai pennelli e dai colori viene sostituito dall'uso del proprio corpo e dalle proprie azioni:
anziché gettare il colore su una tela (il rosso), gli azionisti lo gettano sul proprio corpo e nello spazio che li circonda. Spesso il colore rosso viene sostituito con sangue, fluidi, con visceri di animali.
Molte loro azioni vengono censurate e gli artisti denunciati e condannati, come Otto Mühl che nel 1991 viene condannato a 7 anni di reclusione per "manipolazione psichica". Ha anche un foglio di via permanente dall'Austria. Muore nel 2013 in Portogallo.
Tra gli artisti ricordiamo Günter Brus, Abino Byrolle, Otto Mühl, Hermann Nitsch, Christian Ludwig Attersee e Rudolf Schwarzkogler, l'italiano Diego Fabbri detto Fabbriano.
In particolare ricordiamo Hermann Nitsch (1938-1922), che definisce la sua azione "Orgien-Mysterien Theater, "Teatro delle Orge e dei Misteri".
Così ha dichiarato nel corso di un'intervista pubblicata da "Artribune" il 27 novembre 2017:
"La morale, le censure e lo Stato fanno sì che noi non possiamo davvero esprimerci del tutto, in modo completo, e per questo siamo costretti a reprimere molti aspetti della nostra vita che hanno invece la necessità di riemergere. Gran parte della nostra vita è impulso. Attraverso il mio lavoro cerco di farlo esprimere, di farlo venire fuori, come già in fondo succede con la tragedia greca o con Shakespeare ... il mio lavoro ha molto ha a che fare con la psicoanalisi e con l’inconscio: credo che la mia pittura sia per me la forma più semplice di abreazione [la scarica emozionale in funzione catartica]. Così il mio teatro ... aspira all’abreazione, affinché gli istinti repressi si liberino".
Video con Hermann Nitsch Cliccare qui link Durata del video: 21:42
Hermann Nitsch (1938-1922)
SINTESI
Definizione: Non esiste un manifesto di nascita. Si sviluppa nella prima metà degli anni Sessanta del 1900
Tecnica: L'uso tradizionale della tela e dei pennelli viene sostituito dal proprio corpo e dalle proprie azioni: azioni dalle tematiche spesso sessuali, sado-maso e autolesionistiche, con atteggiamenti a volte profanatori di simboli religiosi, ma anche atti che mettono a repentaglio la vita.
FLUXUS
Il termine Fluxus viene coniato da George Maciunas, architetto lituano naturalizzato statunitense (Kaunas, Lituania 1931 – Boston, 1978), che titola "Fluxus" la rivista da lui fondata nel 1961, attorno alla quale gravitavano artisti come John Cage o Marcel Duchamp, ma anche architetti e scrittori.
A New York, nel quartiere SoHo, converte edifici fatiscenti in attici e in luoghi vivibili, in cui vanno a vivere e a lavorare numerosi artisti. Oggi SoHo è un quartiere con molte gallerie d'arte e negozi di antiquariato.
Gli artisti del fluxus compiono azioni divertenti, accessibili a tutti.
Così dichiara George Maciunas "L'arte deve essere divertente, accessibile a tutti", "tutto è arte e tutti possono farne".
Particolare rilevanza assume la ricerca musicale che sfrutta la capacità di alcuni oggetti di generare suoni, sicché anche una teiera, una macchina da scrivere o un metronomo "agiscono" generando un brontolio (teiera), un ticchettio (macchina da scrivere), un battito (metronomo).
Per John Cage la musica "parla" ma il rumore del traffico o quello degli oggetto "agiscono", sono "azioni".
In questo ambito si collocano le ricerche di John Cage, compositore musicale.
Video: intervista del 1991 a John Cage (1912-1992) Cliccare qui Link in inglese con sottotitoli in italiano
Durata del video: 07:12

Nel 1952 John Cage aveva composto quella che è rimasta la sua opera più celebre, 4'33", per qualsiasi strumento: l'opera prevede, semplicemente, di non suonare nulla per 4 minuti e 33 secondi. La sostanza esecutiva dell'opera è un'operazione teatrale più che musicale. Il titolo e la durata dell'opera (4 minuti e 33 secondi corrispondono a 273 secondi) richiamano forse la temperatura dello zero assoluto (–273,15 °C che equivale a zero kelvin), il più basso valore di temperatura possibile per la materia, valore che secondo la scienza è irraggiungibile, esattamente come il silenzio assoluto secondo Cage, il quale tuttavia dichiarò d'aver creato quel titolo "just for fun" - per puro divertimento - in quanto, scrivendolo con la sua macchina da scrivere, la maiuscola del numero 4 era il segno ' e la maiuscola del numero 3 era il segno ". Il significato del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione, la rinuncia alla centralità dell'uomo. Il silenzio non esiste, c'è sempre il suono. Il suono del proprio corpo, i suoni dell'ambiente circostante, i rumori interni ed esterni alla sala da concerto, il mormorio del pubblico se ci si trova in un teatro, il fruscio degli alberi se si è in aperta campagna, il rumore delle auto in mezzo al traffico. Cage vuole condurre all'ascolto dell'ambiente in cui si vive, all'ascolto del mondo. È un'apertura totale nei confronti del sonoro. Una rivoluzione estetica: è la dimostrazione che ogni suono può essere musica. Io decido che ciò che ascolto è musica. È l'intenzione di ascolto che può conferire a qualsiasi cosa il valore di opera. Cage ha rivoluzionato il concetto di ascolto musicale, ha cambiato l'atteggiamento nei confronti del sonoro, ha messo in discussione i fondamenti della percezione.

Tra gli artisti, ne citiamo alcuni:
Daniel Spoerri
Yoko Ono
Joseph Beuys
CURIOSITA': I TESSUTI DELLA MANIFATTURA TESSILE LUIGI BONOTTO E IL MOVIMENTO FLUXUS
L’azienda Bonotto è una manifattura tessile fondata a Vicenza nel 1912 da Luigi Bonotto. Nel corso degli anni ha subìto una consistente trasformazione, diventando punto di riferimento per la fornitura di tessuti, fino alla battuta d’arresto degli Anni ’70, a causa del boom d’importazioni made in Cina.
L’allora direttore creativo, Luigi Bonotto (omonimo e nipote del primo Luigi), grande amante e collezionista dell’arte Fluxus, decise di invitare in azienda diversi artisti del movimento, dando vita a una residenza d’artista. Luigi sperava che una possibile contaminazione artistica potesse in qualche modo rendere i tessuti più concorrenziali su un mercato in quel momento già saturo, ma il risultato fu del tutto inaspettato: gli artisti Fluxus decisero di applicare il processo di de-costruzione tipico delle loro opere manomettendo i macchinari tessili. Ciò portò alla creazione di tessuti unici e irripetibili e l’operazione ebbe una risonanza tale da ispirare anche Giorgio Armani nella creazione della giacca decostruita.
“Gli artisti ci hanno regalato gli occhiali della creatività”, può affermare oggi Giovanni Bonotto, attuale direttore creativo dell’azienda. Non a caso, Bonotto è ora tra le aziende leader del settore tessile, nonché uno dei principali fornitori di tessuti per l’Alta Moda.
SINTESI
Definizione: Il termine fluus viene coniato da George Maciunas, architetto lituano naturalizzato statunitense (Kaunas, Lituania 1931 – Boston, 1978), che titola "Fluxus" la rivista da lui fondata nel 1961, attorno alla quale gravitavano artisti come John Cage o Marcel Duchamp, ma anche architetti e scrittori. Così dichiara George Maciunas "L'arte deve essere divertente, accessibile a tutti", "tutto è arte e tutti possono farne".
Tecnica: Gli artisti del fluxus compiono azioni divertenti, accessibili a tutti. Particolare rilevanza assume la ricerca musicale che sfrutta la capacità di alcuni oggetti di generare suoni, sicché anche una teiera, una macchina da scrivere o un metronomo "agiscono" generando un brontolio (teiera), un ticchettio (macchina da scrivere), un battito (metronomo).
Per John Cage la musica "parla" ma il rumore del traffico o quello degli oggetto "agiscono", sono "azioni".
3 MAGGIO 2023
L'ARTE FUORI DAI MOVIMENTI
Nel corso del XX secolo vi sono numerosi artisti che non si riconoscono specificamente in alcun movimento ma prelevano comunque spunti da più movimenti e luoghi, dando origine a una ricerca personale e originale. Scelgono, in tempi differenti, sia in Europa che in America, una totale liberà di espressione in assoluta autonomia di linguaggio.
Tra questi, ne citiamo alcuni:
Amedeo Modigliani Livorno 1884 – Parigi 1920
Constantin Brancusi Romania 1876 – Parigi 1957
Alberto Giacometti Svizzera 1901 - 1966
Roberto Sebastian Matta Santiago del Cile 1911 – Civitavecchia 2002
Alexander Calder Pennsylvania 1898 – New York 1976
Wifredo Lam Cuba 1902 – Parigi 1982
Balthus
Henry Moore
Francis Bacon
Graham Sutherland
Amedeo Modigliani
Livorno 1884 – Parigi 1920
Nel 1902 studia alla Scuola del nudo di Firenze.
Nel 1906 si trasferisce a Parigi.
Il soggetto da lui preferito è il nudo femminile.
Fonde arte classica (Masaccio), scultura africana, cubismo e l'opera di Paul Cézanne.
Alla sua morte a soli 36 anni, per tubercolosi, la pittrice Jeanne Hébuterne, sua compagna e modella dal 1916, incinta del secondo figlio al nono mese di gravidanza, si suicida gettandosi dalla finestra.

Amedeo Modigliani, Nudo seduto, 92 x 60, Courtauld Institute Galleries, Londra
Amedeo Modigliani, Testa, 1911, scultura in pietra
CURIOSITA', CON VIDEO: I FALSI MODIGLIANI
Nel 1984, in occasione del centenario della nascita di Modigliani, si decide di verificare se la diceria, secondo la quale l'artista avrebbe gettato nel Fosso Reale alcune sue sculture, fosse stata vera.
In effetti nel 1909 Modigliani, tornato temporaneamente a Livorno, aveva scolpito alcune sculture che aveva mostrato ai suoi amci artisti del Caffè Bardi, che gli avrebbero consigliato di gettarle nel fosso.
Dragando il canale nei pressi della zona di piazza Cavour, dove si trovava il Caffè Bardi, vengono effettivamente ritrovate tre teste. I critici d'arte si dividono: Federico Zeri nega l'attribuzione mentre Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e Dario e Vera Durbè le attribuiscono a Modigliani. Un mese dopo il ritrovamento, tre studenti universitari livornesi si presentano alla redazione del settimanale Panorama dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritraeva nell'atto di scolpire una delle teste, la "testa numero 2" ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire. Di fronte alle perplessità, vengono invitati a creare un nuovo falso: le riprese vengono poi trasmesse durante uno Speciale TG1.
Successivamente, anche l'autore delle altre due "teste" esce dall'anonimato; si tratta di Angelo Froglia (Livorno 1955-1997), un pittore livornese che dichiara che la sua non voleva essere una burla, ma «un'operazione estetico-artistica per verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti». Ad avvalorare la sua posizione, Froglia mostra un suo filmato durante il quale scolpiva le due teste.
Successivamente girerà anche un cortometraggio sull'accaduto.
Video Speciale TG1 del 1984 sulle "finte teste" di Modigliani.
In particolare in queto video si parla della seconda testa (dei tre studenti)
Durata del video: 08:37
A sinistra: Amedeo Modigliani fotografato intorno al 1918 nel suo studio in rue de la Grande-Chaumière a Montparnasse, ph Institut Modigliani-Archives légales, Paris-Livourne, Author unknown (Paul Guillaume?)
A destra: un'immagine tratta dal TG del 1984
Constantin Brancusi
Romania 1876 – Parigi 1957
Scultore rumeno naturalizzato francese, studia al'Accademia di Bucarest.
Le sue sculture si caratterizzano per i volumi conclusi, privi di decorazioni che riassumono le suggestioni della
scultura egizia,
cicladica (3.300-1.100 a.C.) e
messicana.

Constantin Brancusi, Il Bacio, 1912, scultura in pietra, Filadelfia, Museo d'Arte Moderna
Constantin Brancusi, Mdemoiselle Pogany, 1913, Scultura in bronzo, NY Museo d'Arte Moderna
CURIOSITA': PROCESSO DI BRANCUSI PER IL DAZIO, più video con l'artista

Nel 1904 Brancusi parte dalla Romania e giunge a piedi a Parigi: l'impresa gli procurerà grande ammirazione.
Nel 1926 Brancusi decide di esporre negli Stati Uniti, da Joseph Brummer che ha una galleria a Parigi e una a New York, una scultura da lui realizzata nel 1923 in bronzo lucido e dalle forme molto stilizzate, "Uccello nello spazio", oggi valutata 27,5 milioni di dollari (ne realizzerà circa sedici).
E' accompagnato dal suo amico Duchamp, ma quando sbarca dalla nave a New York, un funzionario classifica l'oggetto come "utensile da cucina" destinato al commercio, e rifiuta di applicare l'esenzione fiscale prevista per le opere d'arte, dal "Tariff Act" del 1922.
Nonostante le proteste, Brancusi è costretto a pagare la cifra prevista per l'importazione di manufatti di metallo, ma poi denuncia il fatto.
Il processo, durante il quale non si presenterà mai, ma si farà rappresentare da due legali, durerà due anni:
All'inizio la dogana difende l'operato del proprio funzionario richiamando un precedente giudiziario, del 1916, in cui veniva riconosciuta la qualifica di "opera d'arte" solo a quei manufatti che sono "imitazioni di oggetti naturali".
Durante il procedimento il giudice chiede al rappresentante di Brancusi: «Lei come lo chiama questo?» Steichen risponde: «Lo chiamo come lo chiama lo scultore, oiseau, uccello. [...] Non dico che è un uccello, dico che mi sembra un uccello ...».
I testimoni governativi affermano che l'oggetto è troppo astratto per essere definito un uccello.
I legali di Brancusi insistono nel sostenere che si tratta di un'opera d'arte e tirano in ballo la legge sul copyright esibendo una lettera, anteriore alla mostra, dove lo scultore dichiarava la paternità dell'opera.
Ma ai giudici non basta perché, sostengono, "nel Tariff Act" del 1922, che disponeva l'esenzione dal dazio per le opere d'arte, mancava di un criterio giuridico per individuarle.
Il 26 novembre 1928 viene finalmente emessa la sentenza: «L'oggetto considerato [...] è bello e simmetrico, e se qualche difficoltà può esserci ad associarlo ad un uccello, tuttavia è piacevole da guardare ... è evidente che si tratta di una produzione di uno scultore [...] Accogliamo il reclamo e stabiliamo che l'oggetto sia esente da dazi».
Steichen dopo il processo affermerà: «L'unica cosa che fosse chiara alla corte: splendeva come un gioiello».
Video con immagini d Brancusi. Cliccare qui Link Durata del video: 01:31
Alberto Giacometti
Svizzera 1901 - 1966
Nasce in Svizzera ma si trasferisce a Parigi all'età di 21 anni, nel 1922.
Interprete delle problematiche dell'esistenzialismo, stringe rapporti i amicizia con Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e André Breton.
E' definito lo "scultore degli ominidi lunghi" per le sue lunghe filiformi figure, emaciate, con superfici spesso non levigate ma frantumate e non rifinite, che sottolineano fragilità umana e profondo senso di solitudine.
Alberto Giacometti, Uomo che cammina, 1960, 188x27,9x111,7 cm
Alberto Giacometti, Donna, 1960
Alberto Giacometti, Il cane, 1951, Fondation Giacometti, Paris
CURIOSITA', CON VDEO: COME GIACOMETTI CREA LE SUE OPERE
Diversamente dagli altri scultori, Giacometti non parte da un blocco da sbozzare fino alla forma voluta ma da uno scheletro di metallo a cui aggiunge materiale. Il modo di procedere nel realizzare una scultura è visibile nel video:
Al minuto 01:10 è visibile il disegno preparatorio;
Al minuto 01:59 è visibile il primo piano di una scultura;
Al minuto: da 03:03 a 04:33 è visibile il modo in cui l'artista aggiunge materiale attorno a uno scheletro di metallo
Video in inglese con sottotitoli in inglese in cui si vede l'artista all'opera
Durata del video: 13:39
Roberto Sebastian Matta
Santiago del Cile 1911 – Civitavecchia 2002
E' pittore, scultore e designer. Laureato in Cile in architettura, nel 1934 si trasferisce a Parigi dove lavora con Le Corbusier. Vive a Parigi, a New York, a Londra e in Italia, principalmente a Roma, Milano e Tarquinia.
Nel 1938 inizia a dipingere a olio, realizzando una serie di paesaggi fantastici che definisce "paesaggi interiori" in cui adotta la tecnica dell'automatismo, ma crea anche mobili, oggetti d'uso quotidiano e sculture.
Ha una vita privata complessa; ha sei figli: due diventeranno noti artisti e una pubblicitaria:
- Da Ann Clark, un'americana sposata nel 1938, nel 1943 avrà due gemelli, di cui uno diventerà uno dei più influenti innovatori della scena artistica newyorkese negli anni Settanta: Gordon Matta-Clark.
- Da Angela Faranda nel 1951 avrà il figlio Pablo, artista con il nome di Pablo Echaurren.
- Da Malitte Pope nel 1954 a Parigi avrà altri due figli.
- Da Germana Ferrari, al termine degli anni Settanta, una figlia, Alisée Matta, che diverrà una nota pubblicitaria. Con loro si trasferirà prima a Londra, poi a Parigi, poi in un vecchio convento vicino a Tarquinia.
Negli anni Quaranta, si parla di una presunta sua relazione con la moglie di Arshile Gorky, che avrebbe portato quest'ultimo al suicidio.
Roberto Sebastian Matta, 1940
CURIOSITA': LE OPERE DI MATTA TRASPOSTE IN MOBILI D'ARREDAMENTO
Grazie alla collaborazione con Alisée Matta, figlia dell’artista, due opere d'arte di Matta, "Margarita" e "Sacco Alato", sono state trasposte in vere e proprie sedute, da Gavina negli Anni 70 del 1900.
"Margarita", in bronzo, è un fusto aperto come una margherita, e trasformato in trono tribale.
Roberto Sebastian Matta, Margarita
"Sacco Alato" nasce anch'essa in fonderia; è un sacco di sabbia fuso e spaccato in due; è una scultura con grossi sassi, trovati per strada, come piedi.
Roberto Sebastian Matta, Sacco alato
Missione dello stabilimento di Gavina: "Combattere la bruttezza e lo squallore delle piccole cose, con cui viviamo a continuo contatto, che ci pongono in uno stato di costante disagio e tensione".
Alexander Calder
Pennsylvania 1898 – New York 1976
Figlio d'arte: Il nonno era lo scultore Alexander Milne Calder; il padre era lo scultore Alexander Stirling Calder; la madre, Nanette Lederer Calder, era ritrattista e aveva studiato all'Accademia Julian e alla Sorbona a Parigi; la sorella, nata due anni prima di lui, Margaret "Peggy", diviene una delle personalità importanti della "Fondazione del Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive".
Si laurea in ingegneria meccanica nel 1922.
Nel 1926 si trasferisce a Parigi dove affitta uno studio al 22 di rue Daguerre nel quartiere di Montparnasse e comincia produrre giocattoli articolati. Crea anche arazzi, tappeti e gioielli.
E' noto per le sue sculture in movimento, "moblies", e le sculture stabili, "stabiles":
Le sculture "moblies" sono strutture esili sospese che, all'inizio, Calder aziona gazie a un motore, successivamente Calder rinuncia a qualsiasi intervento meccanico e le rende mobili al semplice soffio dell'aria: il movimento è lento e aggraziato. Le sedi di collocazione delle opere mobili sono ambienti chiusi e, per lo più, intimi. Ne è un mirabile esempio la scultura "125" creata nel 1957 per l'aeroporto di New York J.F.K.: sono fili sottilissimi che sostengono lamine di metallo verniciate con colori diversi, nei quali è perfetto il bilanciamento di forme, linee e colori.
Alexander Calder: sculture moblies
Alexander Calder, 125, 1957, aeroporto di New York J.F.K.
Aleander Calder, Luna gialla, Peggy Guggenheim Collection, Siae 2022
Le sculture "stabiles" sono, al contrario, monocrome, maestose, e molte di esse assomigliano a dinosauri. Gli ambienti espositivi sono luoghi aperti o ampi: piazze, strade, aeroporti ec.
Uno degli esempi più significativi è "La Grande Vitesse" del 1969. Quest’opera è diventata il logo della città che la ospita, Grand Rapids (Michigan), e si trova stampata ovunque, a partire dai documenti ufficiali fino ai cestini della spazzatura della città.
A Spoleto, invece, troviamo "Teodelapio", creata da Calder nel 1962, collocata nella piazza della Stazione Centrale. Il critico d'arte Giovanni Carandente (Napoli 1920 - Roma 2009) così racconta l'origine del nome dell'opera di Spoleto:
"Calder in albergo, all'hotel dei Duchi di Spoleto, si trovò di fronte ad alcune riproduzioni di antiche stampe raffiguranti i duchi longobardi. Di fronte alle immagini del duca Teodolapio, duca di Spoleto nella prima metà del VII secolo, con la corona a punte aguzze come la sua scultura, senza esitare disse: "this is the name of the object"".
Alexander Calder: sculture stabiles
Alexander Calder, La grande vitesse, 1969, acciaio verniciato, 13m×9.1 m×16 m, Michigan
Alexander Calder, Teodelapio, acciaio verniciato, 1.800x1.900 cm, Stazione di Spoleto
CURIOSITA': VIDEO CALDER, "WORK IN PROGRESS" DEL 1968, E VIDEO DI UNO SPETTACOLO DEL 2018-2019 DEL REGISTA SUDAFRICANO WILLIAM KENTRIDGE, CON SCULTURE E PITTURE IN SCENA, COME IN WORK IN PROGRESS, MA CON L'AGGIUNTA DI DANZATORI E CANTANTI.
Work in progress è lo spettacolo creato da Alexander Calder nel 1968 per il teatro dell’Opera di Roma.
Non è un'opera e non è un balletto, non è un concerto e non è una pièce teatrale. E, nonostante sia del 1968, non è neanche un happening. E non è avanguardia; è "teatro musicale espanso".
E' il 1968: l’11 marzo va in scena Work in progress al Teatro dell'Opera di Roma (allora teatro Costanzi) e il 3 giugno Valerie Solanas spara a Andy Warhol.
Il sipario si apre su una scena astratta e cominciano a risuonare le musiche, registrate, di Niccolò Castiglioni, Aldo Clementi e Bruno Maderna.
Sulla scena ci sono le sculture di Calder: i suoi mobiles animati da macchinisti-burattinai ben visibili e i stabiles, e uomini: il mimo che agita la sua bandiera rossa sulla cima di una piramide, e i ciclisti che animano le scene.
Video: di Aleander Calder, Work in progress, 1968
Durata del
video: 11:16
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Cinquant’anni dopo, l’Opera di Roma chiede all’artista e regista sudafricano William Kentridge di creare un nuovo spettacolo che facesse da pendant al lavoro di Calder, con sei scene, sei sipari e con le opere di Calder.
Kentridge, appassionato di cultura classica, decide di rievocare la figura della Sibilla e dà vita a "Waiting for the Sibyl" (aspettando la Sibilla), con musiche composte ed elaborate da Nhlanhla Mahlangu e Kyle Shepherd: il lavoro si sviluppa in sei quadri, in simmetria con il lavoro di Calder.
Anche Kentridge mette in scena pittura e scultura, ma lo fa aggiungendo una compagnia di cantanti e danzatori sudafricani.
Se la scena di Calder è sospesa in un’atmosfera di sogno, quella di Kentridge è affollata di suoni, di cartacce che volano e di invocazioni umane.
L’indovina scrive i suoi vaticini su foglie di quercia che il vento sparge ovunque.
La quiete arriva solo alla fine con una rivelazione: L’unica certezza è la nostra fine; in qualunque punto della vita ci troviamo l’unica cosa che possiamo fare è "cominciare a morire". Ma con grazia, con intelligenza e armonia.
È questo il punto di fuga comune ai due lavori: i mobiles di Calder a un certo punto nel tempo smetteranno di muoversi e raggiungeranno la stasi. Proprio come succederà ai mortali, che chiedono alla Sibilla quando arriverà il loro momento.
Video: William Kentridge rivisita "Wok in progress" del 1968 di Alexander Calder e crea "Waiting for the Sibyl", Teatro dell'Opera di Roma 2018-2019
Durata del
video: 00:46
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Wifredo Lam
Cuba 1902 – Parigi 1982
Wifredo Lam, ottavo figlio di un ricco commerciante cinese ottantaquattrenne e di una madre di origini spagnolo-africane, a 21 anni, nel 1923 si imbarca per la Spagna dove vive per quattordici anni, fino al 1937.
Dopo avere soggiornato per dieci anni sull'isola della Martinica, a cinquant'anni si trasferisce definitivamente a Parigi ma soggiorna spesso in Italia, ad Albisola, dove ha una villa studio in cui crea opere in ceramica e nella quale ospita grandi personalità.
Per Albissola Marina, che ha intitolato una piazza a suo nome, Lam esegue un disegno per la realizzazione di un mosaico lungo la Passeggiata degli artisti (si tratta di venti pannelli ideati e firmati da figure di spicco quali Fontana, Lam, Fabbri, Capogrossi, Sassu. Non tutti i venti artisti hanno creato l’opera direttamente, ma hanno disegnato i bozzetti che avrebbero poi composto il mosaico. Il ventunesimo pannello viene realizzato da Asger Jorn).
I dipinti di Lam sono la somma delle numerose correnti pittoriche ed esperienze vissute durante i suoi viaggi, alcuni dei quali con Breton, Max Ernst e l'antropologo Lévi-Strauss.
All'inizio i suoi dipinti sono caratterizzati da una figuazione arcaicizzante, simile a quella dei graffiti primitivi, come Maternità del 1938, successivamente da una figurazione in cui sono mescolati gli influssi del surrealismo e del cubismo alle tradizioni delle civiltà delle Antille: rappresentativo di questo periodo successivo è La giungla del 1942, in cui confuiscono suggestioni latino-americane, africane, e caraibiche.
E' il primo artista non bianco a vantare un riconoscimento ufficiale all'interno della storiografia dell'arte occidentale.
figurazioni arcaicizzanti
Figurazione arcaicizzante
Figurazioni arcaicizzanti, cubiste, maschere africane
Wifredo Lam, La giungla, 1943, guazzo su carta mont. su tela, 239x230 cm, M. of Modern,NY
Il mistero della giungla è qui rappresentato da maschere tribali e animali verdastri con forme che non sono animalesche
17 MAGGIO 2023
SPAZIALISMO
Lo spazialismo è fondato da Lucio Fontana (Argentina 1899-Provincia di Varese 1968) nel 1947, teorizzato in 7 manifesti scritti tra il 1947 e il 1953, e sostenuto dalla "Galleria del Cavallino" di Venezia.
Il nome deriva dalla convinzione di Lucio Fontana secondo la quale "lo spazio non va rappresentato ma creato", sia se si tratta di un piano (tela o tavola), in questo caso il piano va bucato o ferito ponendo in comunicazione il fronte con il retro, sia se si tratta di un volume (scultura), in questo caso vanno inferte incisioni nella materia volte a una ridefinizione dello spazio.
Il Manifesto, oltre che da Fontana, è firmato, tra gli altri, da
Roberto Crippa (Monza 1921--Milano 1972),
Gianni Dova (Roma 1925-Pisa 1991),
Virgilio Guidi (Roma 1891-Venezia 1984),
Cesare Peverelli (Milano 1922- Parigi 2000)
a cui successivamente si aggiungono altri artisti tra cui Giuseppe Capogrossi (Roma 1900-1972) che nel 1949 fonda con Ettore Colla (Parma 1896-Roma 1968) e Alberto Burri (Città di Castello 1915-Nizza 1995) il Gruppo "Origine".
Lucio Fontana
Argentina 1899-Provincia di Varese 1968
E' pittore, ceramista e scultore italiano, argentino di nascita, da genitori italiani, di famiglia agiata. Il padre, Luigi Fontana, è scultore.
Nasce nel 1899 da una relazione che il padre ha con un'attrice, Lucia Rosario Bottino, che lascia per sposare, nel 1905, Anita Campiglio.
L'anno dopo, nel 1906, il padre lo porta in Italia e lo affida alle cure di uno zio materno.
Quindi studia in Italia. Nel 1914 si iscrive al Liceo artistico di Brera.
Vive tra Italia e Argentina.
Nel 1921 inizia a lavorare nello studio del padre e nel 1924 apre un suo studio a Rosario.
Si iscrive, in Italia, all'Accademia di Brera seguendo i corsi di "plastica della figura" tenuti da Adolfo Wildt, e si diploma nel 1927.
In Argentina fonda una propria scuola.
Negli ani Trenta realizza molte opere cimiteriali per il Cimitero monumentale di Milano e numerose opere in gesso e in ceramica straordinarie. Qualche esempio:
"Campione olimpionico", nel 1932,
"Signorina seduta" nel 1934,
"Il fiocinatore" nel 1934.
Foto tratta dal sito "Fondazione Lucio Fontana" (Utilizzo: fini didattici)
Lucio Fontana fotografato nel 1933 nel suo studio in Via De Amicis a Milano.
Sculture, da sinistra: Busto di signorina, Uomo nero, Uomo seduto (o Atleta in attesa o Discobolo)

Lucio Fontana, Campione olimpionico, (o Atleta in attesa), 1932, profondità 70, altezza 121
larghezza 92 cm, gesso e pigmento blu, Fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna la cui sede è "Casa Saraceni" ovvero un palazzo del XVI secolo, in Via Farini 15 Bologna
Campione olimpionico raffigura, a grandezza naturale, lo schermidore Ciro Verratti (Archi, 17 agosto 1907 – Milano, 6 luglio 1971), Medaglia d'Oro nel fioretto a squadre alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, giornalista sportivo dal 1930, e inviato del Corriere della Sera dal 1961.
L'opera verrà esposta nel 1932 alla Terza Mostra d'Arte del Sindacato Regionale Fascista delle Belle Arti Lombardia nel Palazzo della Permanente a Milano, successivamente alla Seconda Quadriennale d'arte nazionale del 1935 a Palazzo delle Esposizioni a Roma.
In quest'opera, a mio avviso, c'è una sintesi tra forma monumentale plastica (dell'arte fascista) e modernità di linguaggio nell'uso del materiale e del colore.
Verratti farà fare tre copie in bronzo della scultura, prive di firma, per donarne una a ciascuno dei figli.
Lucio Fontana, Signorina seduta, 1934
Lucio Fontana, Il fiocinatore, 1934, scultura
La scultura, in gesso colorato dorato e argentato, viene realizzata per il concorso di una fontana del mercato del pesce a Milano. E' ad altezza naturale.
Opere eseguite
per il Cimitero Monumentale di Milano
Percorso A: 9 monumenti, 40 minuti
Percorso B: 5 monumenti, 20 minuti
Lucio Fontana, Redentore, Monumento Castellotti, 1935, scultura in bronzo, Riparto XVII, giardino 259, Cim. Mom. MI
La statua in bronzo, intitolata Redentore, raffigura Cristo a braccia aperte, con le ferite lasciate dai chiodi. Ha una patinatura molto scura, in netto contrasto con il panneggio dorato che dalla spalla sinistra gli scende sulla schiena, ne cinge il fianco destro coprendo il ventre, per poi adagiarsi a terra in corrispondenza del piede destro.
Dal 1935 si reca spesso ad Albissola dove si dedica con particolare intensità all'attività di ceramista e dove, negli anni Cinquanta e Sessanta avrà un suo studio. Albissola in quel periodo è frequentata dai più grandi artisti del 1900 per la presenza dei Forni, per le ceramiche, di Tullio Mazzotti (1899-1971), ceramista, ma anche grande poeta futurista: Picasso, Sassu, Jorn, Appel, Lam, Fabbri ec.
In ceramica realizzerà molte opere, anche come elementi decorativi per palazzi.
In Via Lanzone 6 a Milano i parapetti e i portafiori, in metallo con bassorilievi in terracotta, sono di Fontana.
Lucio Fontana, Coccodrillo e serpente, 1936, Giardino del Museo G. Mazzotti 1903, Courtesy Tullio Mazzotti, Photo Lori Prette
Foto tratta dal sito "Fondazione Lucio Fontana" (Utilizzo: fini didattici)
Lucio Fontana al lavoro, Albissola 1950-1955
Nel 1937 si reca a Parigi per l'Esposizione universale. Qui conosce Tristan Tzara e Costantin Brancusi e vede le opere di Picasso.
Dal 1940 al 1947 vive in Argentina dove nel 1946 scrive il "Manifiesto blanco", in cui definisce una nuova arte, slegata dai canoni classici di pittura e scultura e strettamente connessa alle dimensioni di tempo e spazio, in cui si legge: "Dobbiamo abbandonare le forme d'arte conosciute".
Nel 1947, ritornato in Italia, pubblica il Primo Manifesto dello Spazialismo, in cui si legge: "Non intendiamo abolire l'arte del passato, vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice ... Con le risorse della tecnica moderna faremo apparire nel cielo forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose".
Seguiranno ulteriori testi teorici, come il Manifesto Tecnico dello Spazialismo del 1951.
1949:
Il 5 febbraio 1949 alla Galleria Il Naviglio di Milano Fontana realizza "Ambiente spaziale a luce nera" in cui "Il colore dominante diviene puro spazio".
Lucio Fontana, Ambiente spaziale a luce nera, 1949, installazione di 7 giorni alla Galleria Il Naviglio a Milano
L'ambiente spaziale a luce nera del 1949 alla Galleria del Naviglio di Milano è la prima opera in cui possiamo vedere esplicitati i concetti presenti nei manifesti.
Sono forme allungate e colorate appese al soffitto con fili leggeri e illuminate da luci di Wood, in cui "il colore dominante diviene puro spazio".
Nel 1949 Fontana inaugura il ciclo dei "buchi", ossia fori eseguiti con un punteruolo, che così spiega: "La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l'infinito: allora io buco questa tela ... ho creato una dimensione infinita, una x che per me è alla base di tutta l'arte contemporanea".
Alla Biennale di Venezia del 1949 presenta tele bucate che titola "Concetti spaziali".
PER CHI DICE "QUESTO LO SO FARE ANCH'IO":
Fontana afferma: "E' un gesto di rottura oltre i limiti imposti dalla tradizione, ma sia chiaro: maturata nella onesta conoscenza della tradizione, nell'uso accademico dello scalpello, della matita, del pennello, del colore".
ANEDDOTO:
Così racconta Fontana: "Tempo fa un chirurgo venuto a trovarmi nello studio mi ha detto che quei buchi era capacissimo di farli anche lui. Gli ho risposto che una gamba so tagliarla anch'io ma so anche che il paziente poi muore. Se invece la taglia lui, la faccenda è diversa".
Foto tratta dal sito "Fondazione Lucio Fontana" (Utilizzo: fini didattici)
Lucio Fontana con unopera della serie "Buchi"
Lucio Fontana, Concetto spaziale Ellisse, 1967, legno laccato e buchi, Courtesy Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2022
Nel 1950 Fontana partecipa al bando di concorso per la quinta porta del Duomo di Milano (per completare l'apparato delle porta).
Arrivano finalisti Luciano Minguzzi e Lucio Fontana.
Alla fine, la sua opera viene scartata.
Il bozzetto in gesso di Fontana viene però a far parte della collezione del Museo del Duomo e negli anni Settanta la moglie di Fontana dà l'autorizzazione alla fusione in bronzo del gesso in scala e di alcune formelle.
Il tema della porta era "La storia del Duomo" con gli aspetti salienti del modo di costruirlo, ad esempio il trasporto dei marmi attraverso la navigazione, fino ai bombardamenti del 1943 che danneggiarono il Duomo.
Lucio Fontana, formelle per la Quinta porta del Duomo di Milano.
La porta in scala era stata realizzata nel 1950. Nel 1970 la moglie di Fontana dà il consenso alla realizzazione in bronzo sia della porta in scala, sia di alcune formelle, oggi conservate al Museo del Duomo
Nel 1951 crea, per la Triennale di Milano, "Arabesco di neon", oggi al Museo del Novecento.
Foto tratta dal sito "Fondazione Lucio Fontana" (Utilizzo: fini didattici) Ph Farabola Milano
Lucio Fontana, Neon, IX Triennale di Milano, 1951
Lucio Fontana, Neon, Museo del Novecento, foto scattata da D'Onofrio a Milano, 2018
Nel 1958 giunge ai "tagli" e così dice: "Io volevo superare la figura, volevo superare il disegno, ma per superarli credevo mi fosse necessario prima di tutto conoscere a fondo queste forme tradizionali. Quando sono entrato all'Accademia di Belle Arti a Brera, volevo dare alle mie ricerche una base classica. Avevo per guida un grande maestro, Adolfo Wildt, ero considerato l'allievo migliore, anzi, Wildt mi aveva espresso più volte che io diventassi continuatore della sua arte".
Per Fontana i tagli sono "un atto di fede nell'infinito, così scrive: "un'affermazione di spiritualità. Quando mi siedo davanti a uno dei miei tagli, provo all'improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavitù della materia, un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro".
Secondo il critico Carlo Vanoni, Fontana realizza i suoi tagli in un'epoca "in cui le immagini viaggiano nello spazio: è l'epoca della televisione, è l'epoca dell'uomo che va nello spazio con i satelliti ... dunque il tema dello spazio è un grande tema, nel mondo".
Ma lo spazio che interessa a Fontana non è lo spazio fisico.
Carlo Vanoni consiglia di leggere il libro "Lucio Fontana" a cura di Angela Sanna, edito da Abscondita, dove sono riportati molti scritti dell'artista e in cui si legge, a pagina 96, letta dallo stesso Carlo Vanoni in video:
"Quando per la prima volta l'uomo ha sentito il desiderio di dipingere, non aveva a sua disposizione un pennello o una tela. Il primo fatto di pittura sarà stato un segno tracciato sulla sabbia. Poi, millenni dopo, quel segno si è trasformato in un gioco di colori su una tela ... Io faccio queti tagli, questi concetti; io inizio una cosa. Rispetto all'era spaziale io sono l'uomo che fa il segno sulla sabbia. Ho fatto questi fori, ma cosa sono? Sono il mistero, l'incognito dell'arte, sono l'attesa di una cosa che deve succedere".
I "tagli" abbracciano gli ultimi dieci anni della sua vita (morirà nel 1968).
Nell’arco di dieci anni, dal 1958 al 1968, Fontana realizza circa 1.500 tagli.
INFORMAZIONI RELATIVE ALLA TECNICA (tratte da un articolo publicato su "Finestre sull'Arte", di Federico Giannini e Ilaria Baratta, il 05/06/2019)
Prima di essere colorata, la tela viene preparata con una stesura di colore bianco su entrambi i lati: ovvero cementite, una vernice ad alta densità inventata nel 1928 da un’azienda genovese, la Tassani.
La tela così preparata viene fissata al telaio con chiodi e punti metallici per tenerla in tensione. Il fronte della tela viene poi colorato: Fontana sperimenta varie soluzioni, dalla pittura a olio all’anilina, anche se il materiale più famoso che usa è l’idropittura, una vernice diluita con acqua adoperata generalmente per le pareti, con la caratteristica di asciugarsi velocemente e di garantire una superficie liscia senza linee di pennellate.
Il taglio viene effettuato con un taglierino molto affilato, prima che la tela possa asciugarsi completamente. Subito dopo viene applicata, sul retro, una garza nera spessa, che chiama "teletta", che fa aderire al quadro con la colla vinavil spalmata dietro ai due lembi del taglio. I bordi del taglio vengono poi sistemati in modo da assumere la forma leggermente concava che caratterizza tutti i tagli di Lucio Fontana.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese (1964; cementite su tela, 190,3 x 115,5 cm; Torino, Galleria d’Arte Moderna). © Fondazione Lucio Fontana
Questa foto è qui utilizzata per soli fini didattici
PS
Nella mostra dal titolo "Lucio Fontana. All'origine del mondo" al Museo del Novecento a Firenze dal 2 marzo al 13 settembre 2023, il curatore Sergio Risaliti dà un'inedita lettura alle opere di Fontana eseguite tra il 1949 e il 1968, i buchi e i tagli: rintraccia una stretta relazione tra creazione artistica, procreazione e nascita della vita nell'universo.
Per Video di Carlo Vanoni su Lucio Fontana cliccare qui Link Durata del video 11:07
SINTESI
Definizione: Lo spazialismo è fondato da Lucio Fontana (Argentina 1899-Provincia di Varese 1968) nel 1947, teorizzato in 7 manifesti scritti tra il 1947 e il 1953, e sostenuto dalla "Galleria del Cavallino" di Venezia.
Il nome deriva dalla convinzione di Lucio Fontana secondo la quale "lo spazio non va rappresentato ma creato"; si tratta di uno spazio che rimanda non a uno spazio fisico ma spirituale.
Tecnica: Se si tratta di un piano (tela o tavola), in questo caso il piano va bucato o ferito ponendo in comunicazione il fronte con il retro. Se si tratta di un volume (scultura), in questo caso vanno inferte incisioni nella materia.
MOVIMENTO NUCLEARE
Il Movimento nucleare viene fondato a Milano da Enrico Baj (Milano 1924- provincia di Varese 2003) e Sergio Dangelo (Milano 1932- 2022) nel 1951, anno in cui i due artisti partecipano, alla Galleria San Fedele di Milano, alla mostra dal titolo "Pittura nucleare" presentando opere legate alle suggestioni generate dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945.
Sono immagini di movimenti a spirale che alludono al fungo atomico, in Baj, e macchie che richiamano la materia allo stato primordiale, in Dangelo.
Il manifesto, scritto in occasione della mostra, viene pubblicato nel 1952.
Così vi si legge:
"I nucleari vogliono reinventare la pittura disintegrandone le forme tradizionali. Le forme si disintegrano. ... Nuove forme dell’uomo possono essere trovate nell’universo dell’atomo e nelle sue cariche elettriche. Non siamo in possesso della verità che può essere trovata solo nell’atomo".
La pittura nucleare racconta emozioni, paure e fatti di politica che vengono rappresentati, da Baj, ispirandosi al surrealismo e al dadaismo e con tecniche di collage, facendo uso di materiali che generalmente si trovano nei cassetti di casa, per lo più materiali da tappezzeria: stoffe, passamanerie, bottoni, rocchetti, fodere di materassi, ma anche medaglie, conchiglie, specchi rotti.
Bum-Manifesto Nucleare, 1952, olio su tela, 103×94 cm (remake del 1997), esposto alla Mostra presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano, dal 2 settembre al 20 dicembre 2013
Enrico Baj e Sergio Dangelo fotografati nello Studio in Via Teulié 1 a Milano nel 1951
Enrico Baj, Bambini, ultracorpi & altre storie, Quasimodo II, 1951, olio e smalto su tela, 100×70 cm
Enrico Baj, Due bambini nella notte nucleare, 1956
Enrico Baj
Nato a Milano nel 1924, dopo il liceo classico si iscrive a Medicina per abbandonarla a favore della Facoltà di Giurisprudenza. Si laurea e svolge la professione di avvocato. Contemporaneamente si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera.
Collabora a diverse riviste e aderisce alla "'Patafisica".
La Patafisica:
Etimologia: arbitrariamente deriva dal greco dal greco: ἐπί μετά τὰ φυσικά" -epi meta ta fisica" ciò che è vicino a ciò che viene dopo la fisica) una "scienza inventata" nel 1893 dallo scrittore francese Alfred Jarry (1873-1907).
Jarry, che così scrive "La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie", è considerato pietra miliare del teatro dell'assurdo elaborato dagli autori dell'esistenzialismo, in particolare da Sarte.
Nel 1953 conosce Asger Jorn con il quale fonda il "Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista". Jorn lo invita nel 1954 all'Incontro Internazionale della Ceramica ad Albissola.
Dopo le prime figure che evocano bruciature e vortici nucleari, Baj disintegra le immagini. Esse comunicano gioia ma anche ansia e drammi: sono "Dame", "Generali" e "Personaggi urlanti" nei "Comizi" e nelle "Parate militari", che denunciano gli abusi di potere, e rappresentano anche i periodi politici difficili segnati dalle violenze e dalle stragi di Stato, come ad esempio "I funerali dell'anarchico Pinelli", del 1972, un'opera di 12 metri, frutto di tre anni di lavoro, o l'"Apocalisse" ultimato intorno alla fine del 1970-inizi 80.
La tecnica di Baj è inedita, realizza le immagini con collages di materiali per lo più da tappezzeria: stoffe, passamanerie, bottoni, rocchetti, fodere di materassi, ma anche medaglie, conchiglie, specchi rotti, ovvero materiali che generalmente si trovano nei cassetti di casa.
Così racconta: "Nel 1955 quando mi sposai per la prima volta andai da un artigiano per ordinare i materassi. I materassi erano tutti a righe oppure decorati a fiori, ma il tessuto era debole, così in genere attaccavo la tela da materasso sulla tela da pittore. Quando sono passato dalle tappezzerie povere, quelle da materassai di una volta, alle tappezzerie ricche, quelle di Gobelin, tipo arazzi, che si usavano per foderare i divani, queste facevano direttamente da supporto, erano più resistenti e quindi le tendevo direttamente sul telaio" (Da ArtsLife del 23/12/2016).
Enrico Baj, 1959, olio collage decorazioni vetro tela tempera
Enrico Baj, Dama, 1961, tecnica mista su tela, 92 x 73 cm. Courtesy Archivio Baj
Enrico Baj, Ma petite, 1961, tecnica mista su stoffa, 80 x 60 cm. Courtesy Fondazione Marconi, Milano
Enrico Baj, Comizio, 1963
Enrico Baj, Personaggio urlante, 1964
Nell'opera è rappresentata una natura mutante veicolo di timori e angosce legati al rischio di una guerra nucleare o, anche, la paura dell'ignoto e del cosmo, al di là dei confini della nostra esistenza.
Enrico Baj, Pussy-cat, 1965. Tecnica mista su stoffa, 92 x 73 cm. Courtesy Fondazione Marconi, Milano
Enrico Baj, Ermengarda, 1974, 145x110 m, tecnica mista su stoffa su tavola
Enrico Baj, Baamali mask, 1993, 39x22 cm., acrilico, passamaneria, rocchetti e fili, interruttore in plastica, elementi in porcellana applicati su legno
Enrico Baj, I funerali di Pinelli, 1972, 3 metri di altezza e 12 di lunghezza, con 18 figure ritagliate nel legno e unite con la tecnica del collage, Fondazione Marconi di Milano
Pinelli: giovane anarchico morto nel 1969 precipitando da una finestra della Questura di Milano dove era stato trattenuto dopo la strage di Piazza Fontana, evento al quale risultò poi estraneo.
I funerali di Pinelli si ispirano a "Guernica" di Picasso.
Terminata nel 1972, l'opera racconta la morte di Pinelli. Nell'opera sono presenti anche la moglie e le due figlie: Licia, Claudia e Silvia”.
A seguito dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi (che aveva interrogato Pinelli nella Questura di Milano), avvenuta il 17 maggio 1972, la mostra di Bay, nella quale doveva essere esposta l'opera, viene sospesa. Baj la regala a Licia, vedova di Pinelli, che non sapeva dove tenerla, così l’artista riesce a venderla alla Fondazione Giorgio Marconi donando il ricavato alla famiglia Pinelli.
Enrico Baj, Apocalisse, esposizione dal 6 novembre 2016 al 26 febbraio 2017 a Palazzo Leone da Perego a Legnano
L’Apocalisse è un'opera incentrata sul ciclo narrativo dell’Apocalisse.
Realizzata tra gli anni ’70 e ’80, è una monumentale istallazione che comprende una serie di tele e dipinti dripping, una grande tela con due sagome mostruose e 150 sagome dipinte su tavola, che rappresentano animali fantastici, mostri e demoni, (disseminate sulle pareti nelle esposizioni).
La caratteristica di questa installazione è data dalla possibilità di comporla sempre in modo differente aggiungendo o togliendo sagome, a seconda delle scelte curatoriali.
Così scriveva Bay: "Una cosa molto importante dell’arte è la capacità e la tendenza a creare testimonianze, la possibilità di rappresentare la nostra epoca, il nostro costume, le nostre ansie, le nostre gioie, i nostri drammi".
Probabilmente l'opera esprime orrore anche per la corruzione e il degrado ambientale del pianeta.
Enrico Baj e Alda Merini
Caro Baj,
il tuo cuore era una grande piscina
dove noi poeti ci tuffavamo allegri
certi del tuo ristoro.
Anfitrione generoso e gaio,
la tua famiglia è un canto
per tutte le religioni.
Alda Merini
SINTESI
Definizione: Il Movimento nucleare viene fondato a Milano da Enrico Baj (Milano 1924- provincia di Varese 2003) e Sergio Dangelo (Milano 1932- 2022) nel 1951, anno in cui i due artisti partecipano, alla Galleria San Fedele di Milano, alla mostra dal titolo "Pittura nucleare" presentando opere legate alle suggestioni generate dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945: sono immagini che alludono al fungo atomico, in Baj, e macchie che richiamano la materia allo stato primordiale, in Dangelo.
Tecnica: Baj utilizza la tecnica del collage, facendo uso di materiali che generalmente si trovano nei cassetti di casa, come resti di disgregazione, per lo più materiali da tappezzeria: stoffe, passamanerie, bottoni, rocchetti, fodere di materassi, ma anche medaglie, conchiglie, specchi rotti.
NEW DADA
NOUVEAU REALISME
OP ART
ARTE CINETICA E PROGRAMMATA
POP ART
Pop Art: Si sviluppa dapprima negli Stati Uniti. Poi in Europa.
Tra gli artisti: Warhol, Lichtenstein, Oldenburg, Rosenquist ecc.
In Italia: Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano , Mario Ceroli, Fabio Mauri, Giosetta Fioroni ecc...
Gli artisti partono da una rflessione sulla contemporaneità caratterizzata dall'abbondanza di merci. Il loro intento non è fare l'apologia della merce o demonizzarla, ma utilizzarla per creare l'opera.
POP ART NEGLI USA
POP ART IN EUROPA
POESIA VISIVA
Poesia visiva: si basa sul legame che intercorre tra le parole e le immagini (fine 1960).
Tra gli artisti: Gianfranco Baruchello, Vinceno Accame, Gastone Novelli ecc...
MINIMAL ART
LAND ART
Land Art: nasce nella seconda metà del 1960.
Gli artisti cercano un contatto con i luoghi naturali che caratterizzano il territorio americano.
ARTE CONCETTUALE
ARTE POVERA
Arte Povera: movemento fondato in Italia intorno al 1965 da un gruppo di artisti coordinati dal critico Germano Celant: lopera deve essere costituita da svariati materiali, soprattutto quelli mnaturali.
Tra gli artisti: Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Jannis Kounellis ecc.
Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 130x44x45 cm, 1967, cemento tecnica mista
BODY ART
Body Art: la Body Art comprende quelle ricerche artistiche che tra il 1960 e il 1970 utilizzano il corpo come "materia espressiva".
"Le azioni degli artisti vengono presentate negli spazi deputati all'arte (gallerie, musei) dal vivo, in performances, o registrate in video o fotogrammi, al fine di coinvolgere lo spettatore in un fatto che, pur essendo intimo e privato, ha bisogno dell"altro" per essere compreso e avallato; lo spettatore diviene complice dell'accadimennto e vi partecipa emozionlmente, passando attraverso il piacere o il dolore, nella continua ricerca di una verità che è sempre più celata dentro ognuno di noi" (tratto da "L'Arte del secolo" di Loredana Parmesani)
Tra gli artisti: Marina Abramović.
IPERREALISMO
POST MODERNO
Iperrealismo: le opere si basano su immagini della realtà minuziosamente descritte.
Tra gli artisti, in Italia: Domennico Gnoli.
TRANSAVANGUARDIA
Transavanguardia: è un movimeto teorizzato nel 1979 da Achille Bonito Oliva.
Gli artisti: Chia, Clemente Cucchi, De Maria, Mimmo Paladino.
GRAFFITISMO
Graffitismo: esplode a New York agli inizi del 1980 e poi in tutto il mondo.
E' un'arte di frontiera con segni, lettere, figure e firme con bombolette spry e pennarelli indelebili.
ARTE RELAZIONALE
L'arte relazionale, o relational aesthetics, è una corrente artistica sviluppatasi negli anni '90 che mette al centro delle sue opere le interazioni umane e sociali. Questa forma d'arte, teorizzata dal critico d'arte francese Nicolas Bourriaud, si distingue per il fatto che le opere non sono oggetti finiti, ma esperienze e processi di relazione tra individui.
### Caratteristiche principali dell'arte relazionale:
1. **Interazione Sociale**: Le opere di arte relazionale si basano sulle interazioni tra le persone. Gli artisti creano situazioni o spazi che facilitano incontri e scambi tra i partecipanti.
2. **Processualità**: L'arte relazionale è dinamica e in continua evoluzione. Le opere non sono mai fisse ma mutano a seconda delle interazioni che le animano.
3. **Partecipazione del Pubblico**: Il pubblico non è un semplice spettatore ma diventa parte attiva dell'opera. Le reazioni, i comportamenti e le interazioni dei partecipanti sono fondamentali per la riuscita dell'opera stessa.
4. **Critica Sociale**: Molte opere di arte relazionale hanno un forte contenuto critico e mirano a mettere in discussione le dinamiche sociali, politiche ed economiche della società contemporanea.
### Esempi di Arte Relazionale:
- **Rirkrit Tiravanija**: Questo artista tailandese è famoso per le sue installazioni in cui cucina e serve cibo ai visitatori, trasformando lo spazio espositivo in un luogo di incontro e condivisione.
- **Felix Gonzalez-Torres**: Le sue opere spesso consistono in oggetti comuni, come caramelle o orologi, che il pubblico è invitato a prendere o a interagire con essi, creando un legame personale e intimo con l'opera.
- **Vanessa Beecroft**: Le sue performance coinvolgono spesso gruppi di persone che interagiscono tra loro e con il pubblico, esplorando temi come l'identità e le dinamiche di gruppo.
### Concetto Teorico:
Secondo Nicolas Bourriaud, l'arte relazionale è un modo per ridefinire l'arte nel contesto di una società postmoderna e globalizzata. L'arte diventa un mezzo per creare momenti di convivenza e dialogo, opponendosi all'isolamento e alla frammentazione della vita moderna. L'obiettivo è generare micro-utopie, spazi temporanei di comunità e interazione che sfidano le norme sociali prevalenti.
### Critiche:
L'arte relazionale non è esente da critiche. Alcuni sostengono che la sua dipendenza dall'interazione umana renda le opere effimere e difficili da preservare e documentare. Altri criticano il rischio di superficialità, poiché le interazioni possono essere fugaci e mancare di profondità critica.
### Conclusione:
L'arte relazionale rappresenta un'importante evoluzione nel modo in cui concepiamo l'arte e il suo ruolo nella società. Mettendo al centro le relazioni umane, offre nuove possibilità di partecipazione e riflessione, rendendo l'arte un'esperienza collettiva e condivisa.
### Fonti:
- Bourriaud, N. (1998). "Esthétique relationnelle". Presses du réel.
- Bishop, C. (2004). "Antagonism and Relational Aesthetics". October, 110, 51-79.
- Kester, G. H. (2011). "The One and the Many: Contemporary Collaborative Art in a Global Context". Duke University Press.
DECLINAZIONI DEL POSTMODERNO